Ferrero: Draghi sbaglia su pensioni e tesoretto
Il ministro della solidarietà sociale: "Per il disavanzo bastano 2,5 miliardi.
L'emergenza sociale deve entrare nell'agenda politica, decisiva l'aggregazione a
sinistra"
di Romina Velchi
Giugno è il mese campale per il governo Prodi. Dovranno essere affrontati,
infatti, due dossier delicati e potenzialmente esplosivi: quello sul Dpef e
quello sul cosiddetto tesoretto. Il premier Prodi dovrà vedersela con una
sinistra più unita e più agguerrita. Una sinistra che chiede di non essere messa
di fronte a fatti compiuti e che vuole essere coinvolta nel processo
decisionale, perché, spiega Paolo Ferrero, ministro della solidarietà sociale,
nell'«Unione ci sono due gambe e il governo non può reggersi solo sulla gamba
del Pd». Intanto, ieri, il governatore Draghi ha detto la sua su pensioni,
extragettito, spesa e tasse. «Pur apprezzando come sempre il quadro analitico
fornito dalla relazione di Bankitalia - commenta Ferrero - su pensioni e
tesoretto l'indicazione è completamente sbagliata. Sulle pensioni non si tiene
conto che il sistema pensionistico italiano è, in rapporto a quelli europei, tra
quelli che nel medio periodo dà meno problemi di sostenibilità economica».
Anche perché ci si è già messo mano.
Esattamente, di riforme ce ne sono state già nel '92, nel '95, nel '98. Quindi
non è vero che c'è un allarme pensioni. Il vero punto di allarme sono le
pensioni troppo basse. Ed è per questo che non bisogna modificare i
coefficienti. Quanto al tesoretto, secondo me la ricetta (darlo tutto al
disavanzo) è sbagliata perché non tiene conto della realtà sociale del paese,
con milioni di persone in una sofferenza sociale pesantissima, così pesante da
iniziare a produrre fenomeni di degrado sociale. Parte di esso deve andare al
risarcimento sociale.
E quanto deve essere questa parte?
Le cifre sono ancora incerte. Di sicuro, per la riduzione del debito è
sufficiente una cifra attorno ai due miliardi e mezzo. Tutto il resto deve
servire a: togliere lo scalone; tenere fermi i coefficienti per le pensioni
medio-basse; ridurre le tasse su stipendi e pensioni medio-bassi; fare una
politica sulla casa di investimento per gli alloggi pubblici; aumentare i
servizi sociali, in particolare per le persone non autosufficienti; potenziare
la ricerca; e colpire la precarietà, superando la legge 30 e modificando le
norme sul lavoro a tempo determinato.
E secondo lei ministro...
No, no, dammi del tu. Anzi, se proprio vuoi, puoi dire compagno ministro.
Va bene. Allora, secondo te bastano i soldi per fare tutte queste cose?
Sì, perché la lotta all'evasione fiscale non ha finito di dare i suoi effetti.
Dunque ci sono i margini per fare l'operazione. Draghi, inoltre, dice delle cose
ma poi non ne tira le conseguenze. In primo luogo, segnala che la crescita
italiana, per quanto migliorata, resta più bassa della media europea a causa di
una domanda interna troppo bassa. E questo non vuol forse dire che stipendi e
pensioni devono essere aumentati?
In realtà, la sua ricetta è quella della riduzione delle tasse.
Il problema è che le tasse non vanno ridotte a tutti, ma casomai a partire dai
redditi medio-bassi in modo da restituire almeno il fiscal drag. Poi, la
produttività. Draghi osserva che cresce poco. Bene, questo è un classico dei
paesi con bassi salari, dove le imprese, invece che cercare di migliorare,
semplicemente prendono manodopera a basso costo. Quanto alla spesa, che secondo
il governatore va tagliata, io penso, invece, che vada riqualificata. Ci sono
moltissimi sprechi, vanno tolti non per tagliare la spesa, ma per migliorare la
qualità dei servizi, alle persone come alle imprese.
Giordano dice: non voteremo alcun provvedimento sulle pensioni che non contenga
l'abbattimento dello scalone. E il Dpef va discusso prima. Come deve essere
questo Dpef perché sia votato anche dal ministro del Prc?
Valgono le cose dette da Giordano e cioè sia il tesoretto, sia il documento di
programmazione economica devono essere in sintonia con il programma dell'Unione.
L'anno scorso non fu così e infatti io non votai il Dpef. Quest'anno bisogna
invece riuscirci. Per questo considero decisivi sia l'aggregazione delle forze
di sinistra, sia il ruolo positivo che possono svolgere le organizzazioni
sindacali, e quelle sociali in generale, nel far entrare nell'agenda politica
l'emergenza sociale del paese.
E come deve essere questa aggregazione?
Bisogna viaggiare su due binari. Uno riguarda i contenuti, a partire da
un'azione comune in materia di politica sociale ed economica. L'altro riguarda
la capacità di mettere insieme le diverse formazioni politiche esistenti, e
tutti coloro che non aderiscono ad un partito ma condividono il progetto, un
processo di costruzione di una soggettività politica al quale sia possibile
aderire sia attraverso le forze politiche, sia attraverso il processo stesso.
Insomma, penso al modello dell'Flm. In questo modo, il processo, che comincia in
qualche modo dall'alto, si arricchisce di forme di partecipazione più ampia. Il
partito come Rifondazione comunista rimane, ma dentro un percosro unitario che
deve avere una sua soggettività.
Nell'incontro dei leader della sinistra, avete chiesto al governo di avere voce
in capitolo nelle decisioni economiche. E oggi Prodi incontrerà i capi dei
partiti dell'Unione. Cosa ti aspetti che vi dica?
Mi aspetto, in primo luogo, che diventi chiaro che la coalizione dell'Unione non
è fatta dal Pd più qualche simpatica appendice che non conta niente. No, deve
essere chiaro che l'Unione ha dentro di sé il Pd e un'insieme di forze di
sinistra (che hanno cominciato un processo di aggregazione) che valgono un terzo
dello schieramento. Prodi deve tenere conto di questo. Il governo non sta in
piedi su una sola gamba. Le gambe sono due. Insomma, c'è un'emergenza sociale
molto forte; la sinistra si deve unire perché il governo risponda positivamente
a questa emergenza. Se questo verrà fatto, il governo si rafforzerà perché non
farà che andare incontro al voto espresso dagli italiani un anno fa. Viceversa,
è destinato ad un processo di crisi.
(Liberazione, 1 Giugno 2007)