Estratti da
Gomorra
di Roberto Saviano
Roberto Saviano, Gomorra. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra (Mondadori).
Dal capitolo "La Terra del Fuoco"
Vicino a
Grazzanise era stata accumulata tutta la terra di spazzamento della città di
Milano. Per decenni tutta la spazzatura raccolta nelle pattumiere dai netturbini
milanesi, quella scopata al mattino, era stata raccolta e spedita da queste
parti. Dalla provincia di Milano ogni giorno ottocento tonnellate di rifiuti
finiscono in Germania. La produzione complessiva è però di milletrecento
tonnellate. Ne mancano quindi all’appello cinquecento. Non si sa dove vanno a
finire.
Con grande probabilità questi rifiuti fantasma vengono sparpagliati in giro per
il Mezzogiorno. Ci sono anche i toner delle stampanti ad ammorbare la terra,
come scoperto dall’operazione del 2006 “Madre Terra” coordinata dalla Procura di
Santa Maria Capua Vetere. Tra Villa Literno, Castelvolturno e San Tammaro, i
toner delle stampanti d’ufficio della Toscana e della Lombardia venivano
sversati di notte da camion che ufficialmente trasportavano compost, un tipo di
concime. L’odore era acido e forte, ed esplodeva ogni volta che pioveva.
Le terre erano cariche di cromo esavalente. Se inalato, si fissa nei globuli
rossi e nei capelli e provoca ulcere, difficoltà respiratorie, problemi renali e
cancro ai polmoni. Ogni metro di terra ha il suo carico particolare di rifiuti.
Una volta un mio amico dentista mi aveva raccontato che alcuni ragazzi gli
avevano portati dei teschi. Dei teschi veri, di esseri umani, per fargli pulire
i denti. Come tanti piccoli Amleto avevano in una mano il cranio e nell’altra
una mazzetta di soldi per pagare l’intervento di pulizia dentale. Il dentista li
cacciava dal suo studio e poi mi faceva telefonate nervose: «Ma dove cazzo li
prendono ’sti teschi? Dove se li vanno a cercare?». Immaginava scene
apocalittiche, riti satanici, ragazzini iniziati al verbo di Belzebù.
Ridevo. Non era difficile capire da dove venivano. Passando vicino Santa Maria
Capua Vetere una volta avevo bucato la ruota della Vespa. Il pneumatico si era
tagliato passando sopra a una specie di bastone affilato che credevo fosse un
femore di bufalo. Ma era troppo piccolo. Era un femore umano. I cimiteri fanno
esumazioni periodiche, tolgono quello che i becchini più giovani chiamano “gli
arcimorti”, quelli messi sotto terra da più di quarant’anni. Dovrebbero
smaltirli assieme alle bare e a tutto il materiale cimiteriale, lucine comprese,
attraverso ditte specializzate. Il costo dello smaltimento è elevatissimo, e
così i direttori dei cimiteri danno una mazzetta ai becchini per farli scavare,
e poi buttano tutto sui camion. Terra, bare macerate e ossa.
Trisavoli, bisnonni, avi di chissà quali città si ammonticchiavano nelle
campagne casertane. Se ne sversavano talmente tanti, come scoperto dai nas di
Caserta nel febbraio 2006, che ormai la gente quando passava vicino si faceva il
segno della croce, come fosse un cimitero. I ragazzini fregavano i guanti da
cucina alle loro madri e – scavando con mani e cucchiai – cercavano i teschi e
le gabbie toraciche intatte. Un teschio con i denti bianchi, i venditori dei
mercatini delle pulci potevano comprarlo anche a cento euro. Una gabbia toracica
intatta invece, con tutte le costole al loro posto, fino a trecento euro. Tibie,
femori e braccia non hanno mercato. Le mani sì, ma si perdono facilmente i pezzi
nella terra. I teschi con i denti neri valgono cinquanta euro. Non hanno un
grande mercato, alla clientela sembra non fare schifo l’idea della morte, quanto
piuttosto il fatto che lo smalto dei denti lentamente inizi a marcire.
Da nord verso sud i clan riescono a drenare di tutto. Il vescovo di Nola definì
il sud Italia la discarica abusiva dell’Italia ricca e industrializzata. Le
scorie derivanti dalla metallurgia termica dell’alluminio, le pericolose polveri
di abbattimento fumi, in particolare quelle prodotte dall’industria siderurgica,
dalle centrali termoelettriche e dagli inceneritori. Le morchie di verniciatura,
i liquidi reflui contaminati da metalli pesanti, amianto, terre inquinate
provenienti da attività di bonifica che vanno a inquinare altri terreni non
contaminati. E ancora rifiuti prodotti da società o impianti pericolosi di
petrolchimici storici come quello dell’ex Enichem di Priolo, i fanghi conciari
della zona di Santa Croce sull’Arno, i fanghi dei depuratori di Venezia e di
Forlì di proprietà di società a prevalente capitale pubblico.
Il meccanismo dello smaltimento illecito parte da imprenditori di grosse aziende
o anche da piccole imprese che vogliono smaltire a prezzi irrisori le loro
scorie, il materiale di risulta da cui più nulla è possibile ricavare se non
costi. Al secondo passaggio ci sono i titolari di centri di stoccaggio che
attuano la tecnica del giro di bolla, raccolgono i rifiuti e in molti casi li
miscelano con rifiuti ordinari, diluendo la concentrazione tossica e
declassificando, rispetto al cer, il catalogo europeo dei rifiuti, la
pericolosità dei rifiuti tossici.
I chimici sono fondamentali per ribattezzare un carico da rifiuti tossici in
innocua immondizia. Molti forniscono un formulario di identificazione falso con
codici di analisi menzognere.
Poi ci sono i trasportatori che percorrono il paese per raggiungere il sito
prescelto per smaltire, e infine ci sono gli smaltitori. Questi possono essere
gestori di discariche autorizzate o di un impianto di compostaggio dove i
rifiuti vengono coltivati per farne concime, ma possono anche essere proprietari
di cave dismesse o di terreni agricoli adibiti a discariche abusive. Laddove c’è
uno spazio con un proprietario, lì può esserci uno smaltitore.
Elementi necessari nel far funzionare l’intero meccanismo sono i funzionari e
dipendenti pubblici che non controllano, né verificano le varie operazioni, o
danno in gestione cave e discariche a persone chiaramente inserite nelle
organizzazioni criminali. I clan non devono fare patti di sangue con i politici,
né allearsi con interi partiti. Basta un funzionario, un tecnico, un dipendente,
uno qualsiasi che vuole far lievitare il proprio stipendio e così, con estrema
flessibilità e silenziosa discrezione, si riesce a ottenere che l’affare si
svolga, con profitto per ogni parte coinvolta.
I veri artefici della mediazione però sono gli stakeholder. Sono loro i veri
geni criminali dell’imprenditoria dello smaltimento illegale dei rifiuti
pericolosi. In questo territorio, tra Napoli, Salerno e Caserta si foggiano i
migliori stakeholder d’Italia. Per stakeholder si intende – nel gergo aziendale
– quelle figure d’impresa che sono coinvolte nel progetto economico e che con la
loro attività sono direttamente, o indirettamente, in grado di influenzarne gli
esiti.
Gli stakeholder dei rifiuti tossici erano ormai divenuti un vero e proprio ceto
dirigente. E non era raro sentirmi dire nei periodi di marcescente
disoccupazione della mia vita: «Sei laureato, le competenze ce le hai, perché
non ti metti a fare lo stake?».
[...]
Roberto Saviano, Gomorra, Mondadori, 2006
pp167-169
Annalisa
Durante uccisa a Forcella il 27 marzo 2004 dal fuoco incrociato, quattordici
anni. Quattordici anni. Quattordici anni. Riperterselo è come passarsi una
spugna d’acqua gelata lungo la schiena. Sono stato al funerale di Annalisa
Durante. Sono arrivato presto nei pressi della chiesa di Forcella. I fiori non
erano ancora giunti, manifesti affissi ovunque, messaggi di cordoglio, lacrime,
strazianti ricordi delle compagne di classe. Annalisa è stata uccisa. La serata
calda, forse la prima serata veramente calda di questa stagione terribilmente
piovosa, Annalisa aveva deciso di trascorrerla giù al palazzo di un’amica.
Indossava un vestitino bello e suadente. Aderiva al suo corpo teso e tonico, già
abbronzato. Queste serate sembrano nascere apposta per incontrare i ragazzi, e
quattordici anni per una ragazza di Forcella è l’età propizia per iniziare a
scegliersi un possibile fidanzato da traghettare sino al matrimonio. Le ragazze
dei quartieri popolari di Napoli a quattordici anni sembrano già donne vissute.
I volti sono abbondantemente dipinti, i seni sono mutati in turgidissimi
meloncini dai push-up, portano stivali appuntiti con tacchi che mettono a
repentaglio l’incolumità delle caviglie. Devono essere equilibriste provette per
reggere il vertiginoso camminare sul basalto, pietra lavica che riveste le
strade di Napoli, da sempre nemico d’ogni scarpa femminile. Annalisa era bella.
Parecchio bella. Con l’amica e una cugina stava ascoltando musica, tutte e tre
lanciavano sguardi ai ragazzetti che passavano sui motorini, impennando,
sgommando, impegnandosi in gincane rischiosissime tra auto e persone. È un gioco
al corteggiamento. Atavico, sempre identico. La musica preferita dalle ragazze
di Forcella è quella dei neomelodici, cantanti popolari di un circuito che vende
moltissimo nei quartieri popolari napoletani, ma anche palermitani e baresi.
Gigi D’Alessio è il mito assoluto. Colui che ce l’ha fatta a uscire dal
microcircuito imponendosi in tutta Italia, gli altri, centinaia di altri, sono
rimasti invece piccoli idioti di quartiere, divisi per zona, per palazzo, per
vicolo. Ognuno ha il suo cantante. D’improvviso però, mentre lo stereo spedisce
in aria un acuto gracchiante del neomelodico, due motorini, tirati al massimo,
rincorrono qualcuno. Questo scappa, divora la strada con i piedi. Annalisa, sua
cugina e l’amica non capiscono, pensano che stanno scherzando, forse si sfidano.
Poi gli spari. Le pallottole rimbalzano ovunque. Annalisa è a terra, due
pallottole l’hanno raggiunta. Tutti fuggono, le prime teste iniziano ad
affacciarsi ai balconi sempre aperti per auscultare i vicoli. Le urla,
l’ambulanza, la corsa in ospedale, l’intero quartiere riempie le strade di
curiosità e ansia.
[…]
pp.169-170
Quattro sono le gambe
che corrono all’interno del portone per cercare rifugio. Le ragazze si girano,
manca Annalisa. Escono. È a terra, sangue ovunque, un proiettile le ha aperto la
testa. In chiesa riesco ad avvicinarmi ai piedi dell’altare. Lì c’è la bara di
Annalisa. Ai quattro lati ci sono vigili in alta uniforme, l’omaggio della
Regione Campania alla famiglia della ragazzina. La bara è colma di fiori
bianchi. Un cellulare, il suo cellulare viene poggiato vicino la base del
feretro. Il padre di Annalisa si lamenta. Si agita, balbetta qualcosa, saltella,
muove i pugni, nelle tasche. Mi si avvicina, ma non è a me che si rivolge, dice:
“E adesso? E adesso?” appena il padre scoppia a piangere tutte le donne della
famiglia iniziano a urlare, a battersi, a dondolarsi con strilli acutissimi,
appena il capofamiglia smette di piangere, tutte le donne riprendono il
silenzio. Dietro scorgo le panche con le ragazzine, amiche, cugine, semplici
vicine di Annalisa. Imitano le loro madri, nei gesti, nello scuotere la testa,
nelle cantileno che ripetono: “Non esiste! Non è possibile!” Si sentono
investite di un ruolo importante: confortare. Eppure trapela da loro orgoglio.
Un funerale per una vittima di camorra è per loro un’iniziazione, al pari del
menarca o del primo rapporto sessuale. Come le loro madri, con questo evento
prendono parte attiva alla vita del quartiere. Hanno le telecamere rivolte verso
di loro, i fotografi, tutti sembrano esistere per loro. Molte di queste
ragazzine si sposeranno tra non molto con camorristi, di alto o di infimo grado.
Spacciatori o imprenditori. Killer o commercialisti. Molte di loro avranno figli
ammazzati e faranno la fila al carcere di Poggioreale per portare notizie e
soldi ai mariti in galera. Ora però sono soltanto bambine in nero, senza
dimenticare i pantaloni a vita bassa e i perizoma. È un funerale, ma sono
vestite in modo accurato. Perfetto. Piangono un’amica, sapendo che questa morte
le renderà donne. E, nonostante il dolore, non ne vedevano l’ora.
[…]
pp.171-172

La chiesa è ormai
stracolma. La polizia e i carabinieri continuano a essere nervosi. Non capisco.
Si agitano, perdono la pazienza per un nonnulla, camminano nervosi. Capisco dopo
qualche passo. Mi allontano dalla chiesa e vedo che un’auto dei carabinieri
divide la folla di persone accorse al funerale da un gruppo di individui tirati
a lustro, su moto lussuose, in macchine decappottabili, su scooter potenti. Sono
i membri del clan Giuliano, gli ultimi fedelissimi di Salvatore. I carabinieri
temono che possano esserci insulti tra questi camorristi e la folla, e che possa
generarsi un putiferio. Per fortuna non accade nulla, ma la loro presenza è
profondamente simbolica. Attestano che nessuno può dominare nel centro storico
di Napoli senza il loro volere, o quantomeno senza la loro mediazione. Mostrano
a tutti che loro ci sono e sono ancora i capi, nonostante tutto.
La bara bianca esce dalla chiesa, una folla preme per toccarla, molti svengono,
le urla belluine iniziano a incrinare i timpani. Quando il feretro passa sotto
la casa di Annalisa, la madre che non ce l’ha fatta ad assistere alla funzione
in chiesa tenta di gettarsi dal balcone. Urla, si dimena, il volto è gonfio e
rosso. Un gruppo di donne la trattiene. La solita sceneggiata tragica avviene.
Sia ben chiaro, il pianto rituale, le scenate di dolore non sono menzogne e
finzioni. Tutt’altro. Mostrano però la condanna culturale in cui vivono tutt’ora
gran parte delle donne napoletane, costrette ancora ad appellarsi a forti
comportamenti simbolici per attestare il loro dolore e renderlo riconoscibile
all’intera comunità. Benché tremendamente vero, questo frenetico dolore
apparentemente mantiene le caratteristiche di una sceneggiata.
[…]
pp.172-173
La folla preme, la tensione è altissima. Pensare che una ragazzina è morta perché aveva deciso di ascoltare musica assieme alle amiche, sotto un portone in una serata di primavera fa girare le viscere. Ho la nausea. Devo restare calmo. Devo capire, se possibile. Annalisa è nata e vissuta in questo mondo. Le sue amiche le raccontavano delle fughe in moto con i ragazzi del clan, lei stessa si sarebbe forse innamorata di un bel ragazzetto ricco, capace di far carriera nel Sistema o forse di un bravo guaglione che si spaccava la schiena tutto il giorno per quattro soldi. Il suo destino sarebbe stato quello di lavorare in una fabbrica in nero, di borse, dieci ore al giorno per cinquecento euro al mese. Annalisa era impressionata dal marchio sulla pelle che hanno le operaie che lavorano il cuoio, nel suo diario c’era scritto:”le ragazze che lavorano con le borse hanno sempre le mani nere, stanno per tutto il giorno chiuse in fabbrica. C’è anche mia sorella Manu ma almeno a lei il datore di alvoro non la costringe a lavorare anche quando non si sente bene”. Annalisa è divenuta simbolo tragico perché la tragedia si è compiuta nel suo aspetto più terribile e consustanziale: l’assassinio. Qui però non esiste attimo in cui il mestiere di vivere non appaia una condanna all’ergastolo, una pena da scontare attraverso un’esistenza brada, identica, veloce, feroce. Annalisa è colpevole d’essere nata a Napoli. Nulla di più, nulla di meno. Mentre il corpo di Annalisa nella bara bianca viene portato via a spalla, la compagna di banco lascia trillare il suo cellulare. Squilla sul feretro: è il nuovo requiem. Un trillo continuo, poi musicale, accenna una melodia dolce. Nessuno risponde.