ISTITUTO DI STUDI COMUNISTI
Karl Marx - Friedrich ENGELS
Elementi per un'ecologia socialista
"Durante il suo dominio di classe appena secolare la borghesia ha creato forze
produttive in massa molto maggiore e più colossali che non avessero mai fatto
tutte insieme le altre generazioni del passato. Il soggiogamento delle forze
naturali, le macchine, l’applicazione della chimica all’industria e
all’agricoltura, la navigazione a vapore, le ferrovie, i telegrafi elettrici, il
dissodamento di interi continenti, la navigabilità dei fiumi, popolazioni intere
sorte quasi per incanto dal suolo: quale dei secoli antecedenti immaginava che
nel grembo del lavoro sociale stessero sopite tali forze produttive? La società
borghese moderna che ha creato per incanto mezzi di produzione e di scambio così
potenti, rassomiglia al mago che non riesce più a dominare le potenze degli
inferi da lui evocate." (Karl Marx)
Capitolo 1
Crisi ecologica, scienza e strategie ambientaliste
1.1. la questione dell’unificazione delle lotte e delle conoscenze
Il buco nell’ozono, l’effetto serra, la deforestazione, lo sconvolgimento
idrogeologico e la desertificazione cui sono soggette vaste aree, sono soltanto
una parziale rappresentazione della degenerazione ambientale e della tremenda
crisi ecologica che interessa il pianeta. Sono la conseguenza diretta della
pressione antropica sull’ambiente naturale e la testimonianza evidente, per la
complessità delle questioni sollevate, di come la crisi ecologica sia una
questione aperta di tipo multidisciplinare, che coinvolge, cioè, competenze
tecniche differenti e consapevolezze precise, in grado di misurare gli eventi
disarmanti di crescita del degrado ambientale dando ad essi risposte concrete.
Gli interventi per un rientro dalla crisi ecologica, fondati sulle metodologie
di un corretto approccio scientifico multidisciplinare se con crescente evidenza
non sono più rinviabili, trovano nella loro applicazione una moltitudine di
ostacoli ideologici. E tra questi l'insopportabile edonismo dei troppi studiosi
della questione ambientale - o presunti tali -, più coinvolti nella competizione
tra le varie discipline scientifiche, alla ricerca di un ruolo di scienza regina
per la propria, che in un serio percorso di unificazione delle conoscenze. Un
atteggiamento così inqualificabilmente ottuso da lasciare poco spazio all'idea
di una presunta buona fede di certi scienziati e certo più realisticamente
vicino a dare un'idea di un'"ottusità" ben finanziata. Di converso, la lettura
del disastro ambientale non può permettersi le inconsistenze delle ipotesi
atomistiche di separazione netta tra modo di produzione, ambiente, società,
economia, politica, cosa peraltro già chiara da molto tempo prima che la crisi
ecologica del pianeta si venisse a trovare così prossima al suo punto di non
ritorno: "Noi conosciamo un’unica scienza, la scienza della storia. La storia
può essere considerata da due lati, distinta nella storia della natura e nella
scienza degli uomini. Tuttavia i due lati non possono essere separati: finché
esistono gli uomini e la storia della natura, la cosiddetta scienza naturale e
la storia degli uomini si condizionano a vicenda". (Marx ed Engels).
Coordinare le discipline, all'interno di un corretto rigore metodologico e
scientifico, è allora una condizione necessaria per unificare le conoscenze e
per potere, sulla base di queste, elaborare le strategie efficaci ad affrontare
le questioni aperte. Ma questo non è certo ancora sufficiente. Difatti, in
presenza di un modo di produzione che determina sia la crisi ecologica, sia la
forma della sovrastruttura, altra condizione necessaria va ricercata nel lavoro
organizzativo per far nascere, crescere e radicare il movimento unitario in
grado di trasferire la dialettica scientifica in determinazione politica.
La costruzione di un movimento che riunisca, in un insieme comune di obiettivi
strategici ferrei, l'arcipelago ambientalista, il movimento operaio,
internazionalista ed antimilitarista, rappresenta uno dei problemi forse meno
sentiti dall’insieme dei soggetti in campo. Ma la mancata articolazione di
questo nuovo soggetto unitario è una delle cause principali delle troppe
tendenze al collateralismo e della ricerca esasperata di compatibilità e
convergenze con interessi diversi dagli obiettivi da conseguire.
La questione dell’iperspecializzazione, sia dei responsabili della
sovrastruttura, sia di coloro i quali - almeno sulla carta - si oppongono alle
loro scelte politiche, ha creato e crea infatti conflitti in ambiti asfittici e
codificati di compatibilità, sempre più distanti dalla ricerca delle necessarie
discontinuità e delle dinamiche di scontro tra progetti e modi di concepire il
sistema nel suo complesso. La dimensione parcellizata della lotta ambientalista,
permanendo le attuali condizioni, lungi dall'avere la dimensione del conflitto
sociale, si è cristallizzata nell’apologia della via legislativa e nella ricerca
di sistemi di prezzi funzionali alla gestione economico-mercantile del degrado
ambientale, in definitiva occultando i nodi centrali della crisi. Ed è proprio
questa incapacità di cogliere gli aspetti salienti della questione che riduce la
vertenza a mera elencazione di richieste da sottoporre al vaglio degli stessi
protagonisti del disastro ecologico affinché concedano l’elemosina di interventi
che prendano corpo dalle stesse dinamiche politiche ed economiche responsabili
del sistematico saccheggio dell’ambiente e del territorio. In altre parole,
l’estremismo infantile ha lasciato il posto al più decadente dei cretinismi
parlamentari.
Consacrazione dell’abbassamento degli orizzonti sono state le "grandi"
Conferenze sull’ambiente di Rio e in Giappone dove si sono potute misurare le
condizioni di arretramento culturale, probabilmente senza precedenti, che
suonano come un pericolosissimo campanello d’allarme per ciò che in futuro sarà
determinante per le battaglie ambientaliste. Per queste manifestazioni - e
probabilmente per quelle che seguiranno - è possibile un’unica valutazione
effettivamente e ragionevolmente condivisibile: la sanzione della loro
spaventosa inutilità, del loro vuoto materiale; la presa di coscienza definitiva
e senza appello dell’essenza di "Re nudo" dei responsabili della sovrastruttura,
vittime inconsapevoli della loro stessa mediocrità, intrisa di miserabili
appetiti mercantili e depravazioni affaristiche. I governi da "tavolo", si
riuniscono, scandendo i loro slogan inverosimili, solo, quindi, per zittire
l’allarmistico, spregiudicato, impudente ed assillante gracchiare di
"cornacchie" neo-Cassandre "illiberali" che, "senza alcun ritegno", si ostinano
a definire la natura di "finitezza" della terra.
Al peggiorare costante della situazione si viaggia grottescamente da un
"festival" all’altro, contabilizzando sui registri di cassa degli stati i costi
di gestione del danno ambientale, e sviscerando risoluzioni finali, ricche di
"buoni propositi", cui soltanto un demente può dar credito: risoluzioni che sono
talvolta riuscite a far rabbrividire persino i "guru" superideologizzati
dell’ultima frontiera sviluppista, i fautori dello "sviluppo sostenibile".
1.2. Origine storica della crisi ecologica e strategie ambientaliste.
Partendo da un assunto essenziale, si può dire che la questione ambientale si
sia manifestata in misura di drammaticità crescente, sin dall’abbandono della
nicchia ecologica da parte dei primi uomini che iniziarono lo sfruttamento
dell’ambiente, alla ricerca della liberazione dallo stato di necessità. Come
afferma Engels: "I primi uomini che si separarono dal regno degli animali erano
tanto privi di libertà in tutto quello che è essenziale, quanto gli stessi
animali, ma ogni progresso nella civiltà era un passo avanti verso la libertà".
Il progresso è ovviamente tutt’altro che compiuto e le contraddizioni sociali,
politiche, economiche ed ambientali, mostrando continuamente tutta la loro
spaventosa virulenza, sono lontane dall’essere risolte, al di là della stessa
volontà degli uomini e delle donne. Donne e uomini, è vero, "fanno la storia
benché non in condizioni di loro propria scelta" (Marx), spinti dalla necessità
di liberarsi dal bisogno, scatenando una serie complessa di avvenimenti
incontrollabili con cui la sovrastruttura democratico-borghese non è più in
grado di relazionarsi.
Ma se l’origine storica del disastro ambientale è ben evidente, è però venuta
meno la capacità di lettura delle linee di tendenza storico-evolutive delle
società umane e dell’evoluzione dell’uomo come specie dotata di una propria
struttura biologica, non avulsa cioè dal contesto ambientale, con cui
interagisce come un qualsiasi fattore ecologico. Ed altrettanto si sono
disintegrate le elaborazioni strategiche e la definizione del luogo fisico e dei
soggetti di coordinamento delle lotte.
La questione ambientale, come già detto, non è un elemento scisso da altri
fattori di crisi, ma anzi si lega ad essi tanto da divenire una parte soltanto
di una crisi e di una tal sistema di contraddizioni la cui origine è unicamente
riconducibile al modo con cui, negli ultimi duecento anni, è stato imbrigliato
l’insieme delle forze produttive. Quindi, saranno necessariamente i soggetti
maggiormente interessati alla contraddizione esplosa nei sistemi economici
mercantili, gli sfruttati del pianeta, nei paesi industrializzati come in quelli
in via di sviluppo, ad avere il compito storico di concentrare le proprie lotte
intorno ad un progetto strategico di cui una parte essenziale è rappresentata
dalla questione ambientale.
1.3. Il quadro politico-evolutivo dentro le linee di tendenza.
Il crollo dei sistemi politici dell’Europa dell’Est non coincide certo con il
crollo del "muro", ma con il precedente fallimento di un’esperienza che,
iniziata in modo esaltante con la Rivoluzione d’Ottobre, ha visto il non
concretizzarsi del processo di transizione, il fallimento del passaggio dalla
nazionalizzazione alla socializzazione dei mezzi di produzione, la mancata
trasformazione della struttura e della sovrastruttura e, in definitiva, la
tendenziale trasformazione del gruppo dirigente in gruppo dominante con
caratteristiche borghesi. Fattori come la mancata penetrazione del processo
rivoluzionario in occidente ed altri ancora da comprendere ed analizzare, hanno
fatto il resto. D’altro canto, anche se sommersi da responsabilità pesanti,
questi sistemi hanno consentito ad organizzazioni e partiti occidentali di
godere di un punto di riferimento definito, anche se osservato criticamente. In
assenza di tutto questo, i partiti comunisti occidentali hanno continuato a
perdere una propria identità antagonista, accettando di mediare con le
istituzioni borghesi dei propri paesi e di partecipare a governi di matrice
fortemente classista. I partiti comunisti e, più in generale quelli della
sinistra storica, mostrano tutto il fiato corto delle loro politiche
neo-riformiste ed una selvaggia destrutturazione organizzativa che ne determina
una condizione di coincidenza con un gruppo dirigente autoreferenziale. Hanno
perso la capacità di sintesi, di trasferimento della dialettica sociale ai
livelli più alti, ma accettano passivamente gli unici livelli di scontro
concessi dalle forze borghesi. Hanno smesso da tempo di preoccuparsi di
radicamento sociale sul territorio, di formare quadri militanti e dirigenti e
hanno progressivamente perduto la capacità di unificare e guidare le lotte delle
lavoratrici e dei lavoratori.
La crisi dei grandi movimenti di massa, determinata dall’incapacità di
ricomporre le contraddizioni al proprio interno, prima ancora che da cause
esterne, ha indebolito unilateralmente il fronte antagonista anche per ciò che
concerne la sua capacità di proposizione strategica.
La società nel suo complesso, dunque, in presenza di questi elementi, è stata
privata di punti di riferimento culturali chiari e definibili, venendo intrisa
di idealismi borghesi e di analfabetismi di ritorno. Per tutti gli anni ’80 e
’90 la condizione è stata questa. In questo contesto degradato, la borghesia ha
gioco facile nell’imporre la propria tattica del dividi et impera, che
contrappone le lavoratrici ed i lavoratori agli ambientalisti, gli uomini e le
donne della città a quelli della campagna, le maggioranze sociali, politiche,
culturali ed etniche alle minoranze, il Nord del mondo al Sud.
Non si può però non valutare come le controffensive capitalistiche abbiano
perduto efficacia e risolutezza, anche in assenza di un antagonismo sociale
consistente. "D’altra parte il sistema capitalistico mondiale, se ha vinto
qualche battaglia sul socialismo, è penetrato in una crisi senza ritorno,
perché, proprio come dicevano Marx ed Engels, i suoi rapporti di produzione
frenano lo sviluppo delle forze produttive. Senza contare che di quello che una
volta si definiva ‘campo socialista’ sono rimasti in Asia, Africa e America
Latina dei paesi che, seppur con un processo contraddittorio e con fasi di
ripiegamento, esprimono ancora oggettivamente un ostacolo all’espansione
dell’imperialismo" (Giuseppe Amata, Socialismo come formazione sociale. CUECM,
Catania 1991). Se a questo aggiungiamo che, oltre a stati con organizzazioni
strutturali e sovrastrutturali con forti contraddizioni interne ma ancora dotati
di elementi - anche se spesso soltanto residuali - di socialismo, in alcuni
paesi del Sud del mondo, pur in presenza di enormi difficoltà teoriche ed
organizzative, comincia a riformarsi quel livello di conflittualità sociale
intorno al quale si può ipotizzare di far ripartire le lotte e l’analisi
internazionalista. Tuttavia questi elementi positivi di ripresa della
conflittualità, non sembrano avere un loro corrispettivo nei paesi occidentali
dove, comunque, per quanto concerne la crisi ecologica, sembra accresciuta -
paradossalmente nel momento più basso delle dinamiche internazionaliste - la
consapevolezza collettiva di una crisi complessiva del sistema.
La questione ambientale può quindi essere l’elemento da cui ripartire per
aggregare e rilanciare il movimento reale che modifichi lo stato di cose
preesistente e per creare, ad ogni passo avanti in questa direzione, la
"situazione" perché non si ritorni indietro.
1.4. La crisi del capitale. Pensare localmente ed agire globalmente.
Il modo di produzione capitalistico è in una crisi senza ritorno. Marx aveva
evidenziato che in esso esistono tre condizioni di produzione, le "condizioni
fisiche esterne", la "forza lavoro", e "le condizioni comunitarie". La prima di
queste tre condizioni riguarda specificamente gli elementi naturali che entrano
nel sistema produttivo, allocandosi sia nell’ambito del capitale costante, sia
in quello variabile. "Oggi, le 'condizioni fisiche esterne' emergono sotto forma
di variabilità degli ecosistemi, adeguatezza dei livelli atmosferici di ozono,
stabilità delle linee costiere e degli spartiacqua; qualità del suolo, dell’aria
e dell’acqua; e così via. La 'forza lavoro' emerge sotto forma di benessere
fisico e mentale dei lavoratori; tipo e livello di socializzazione; tossicità
dei rapporti di lavoro e capacità dei lavoratori a farvi fronte; di lavoratori
come 'esseri umani' e cioé intesi quali forze sociali produttive e organismi
biologici in genere. Le 'condizioni comunitarie' emergono sotto forma di
'capitale sociale', infrastrutture e cose simili". (James O’Connor, L’ecomarxismo,
Datanews, Roma 1989). Se anche uno solo di questi elementi entra in crisi - e
complessivamente lo sono tutti - entra in crisi il sistema produttivo
mercantile.
La capacità della borghesia di gestire ancora la contraddizione, seppure
ridotta, rimane forte, quindi, solo per l’inconsistenza dei suoi avversari,
incapaci di cogliere il senso profondo di alleanze a tutto campo con le altre
forze sociali antagoniste e rinchiusi nella consuetudine borghese di
confrontarsi con le questioni in ordine sparso.
In questo quadro l’agire localmente ed il pensare globalmente divengono fattori
indispensabili per l’agire politico dei movimenti antagonisti, per strappare
un’egemonia culturale a quei gruppi che fondano la propria identità su principi
generici e superficiali, mutuati da soggetti politici borghesi con concezioni
economiche mercantili.
l’"agire localmente" diviene essenziale, perché attraverso questa pratica di
lotta, non soltanto si ottengono nell'immediato risultati che possono migliorare
la qualità della vita, ma si innesca quel processo di formazione sociale e
politica del quale non si può ulteriormente fare a meno. Ogni azione locale, nel
rispetto delle prerogative dei "luoghi", non può però essere scissa da un
"pensare globalmente" che ridefinisce e chiarisce il quadro internazionale che
produce i suoi effetti anche localmente.
1.5. L’internazionalizzazione delle lotte ambientaliste.
Ripartire dall’internazionalismo diviene un'ipotesi irrinunciabile perché, come
dice Gramsci, "lo sviluppo è verso l’internazionalismo, ma il punto di partenza
è ‘nazionale’ ed è da questo punto di partenza che occorre prendere le mosse. Ma
la prospettiva è internazionale e non può essere che tale. Occorre pertanto
studiare esattamente la combinazione di forze nazionali che la classe
internazionale dovrà dirigere e sviluppare secondo la prospettiva e le direttive
internazionali".
Trasferendo questo ragionamento sul piano della sfida ambientalista, la
struttura ecologica del pianeta è forse l’elemento che più di qualsiasi altro si
presta ad un’analisi globale. Non esistono in natura ecosistemi chiusi, e questa
definizione, quando viene data, ha solo ed esclusivamente validità didattica.
Ciò che avviene in un ecosistema lontano da noi ci riguarda in prima persona
almeno quanto ciò che avviene sotto casa nostra. Se cioé la Foresta Amazzonica
viene estirpata, bruciata e distrutta per far posto a strade, pascoli, città o
per ricavare legna e altre materie prime, se il deserto africano avanza
rapidamente a causa dell’uso estensivo della monocoltura che inaridisce il suolo
fertile, o, ancora, se una petroliera scarica petrolio nel Pacifico in seguito
ad un incidente, tutto questo, che ci piaccia o no, avrà un effetto, anche se a
lungo termine, sul nostro vissuto quotidiano. I rapporti tra gli ecosistemi sono
infatti assolutamente inscindibili, ad esempio, perché hanno effetti sul clima o
perchè l'impoverimento del suolo fertile nel Sud del mondo produce vasti flussi
migratori umani. Ma il punto non sta semplicemente nell’occuparsi che non si
distrugga una foresta da qualche parte del mondo, ma piuttosto nell’avere una
visione globale del problema che ci consenta, anche a livello locale, di
interagire con le questioni aperte da altre parti.
Paradossalmente la questione ambientale sta divenendo oggi centrale più nei
paesi del Sud del mondo che non in quelli occidentali industrializzati che,
sulla spinta dell’opinione pubblica, si stanno faticosamente e lentamente
attrezzando per limitare l’impatto ambientale di fabbriche inquinanti. In primo
luogo, trasferendo attività produttive dannose per l’ambiente nei paesi del Sud
del mondo dove, oltre a trovare una scarsa resistenza nell’installazione degli
impianti industriali - interpretati come un’occasione per colmare il gap di
sviluppo con i paesi più ricchi - è facile reperire manodopera a basso costo e
materie prime. Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura ha
quindi, oggi, una sua ubicazione preferenziale nei paesi del Sud del mondo anche
per l’accondiscendente complicità di borghesie locali e regimi militari
subalterni all’occidente. Non che non vi siano condizioni di marginalizzazione e
sfruttamento in occidente, ma le sacche di povertà crescente nei paesi
industrializzati hanno la stessa origine di quelli del Sud del mondo. Quindi,
mentre al Nord vi sono sempre più poveri, nel Sud i poveri di ieri diventano
ancor più poveri, non soltanto perché non dispongono ancora dei fattori di
soddisfacimento dei loro bisogni essenziali (medicine, vestiti, acqua, cibo,
istruzione...) ma anche perché, per sopperire a queste carenze, sono costretti a
saccheggiare la natura, cioé a consumare la loro risorsa primaria.
Su scala mondiale sono in pericolo i beni collettivi, gli oceani, i ghiacciai,
le foreste. Chi, nell’immediato, paga le conseguenze di questo degrado sono le
popolazioni che risiedono in questi ambienti che, spinte dalla necessità,
contribuiscono alla loro devastazione. In un quadro di sofferenza generalizzata
si inseriscono così elementi di ulteriore ricatto, cinicamente sfruttati dalle
grandi imprese multinazionali.
Riprendere e rilanciare le battaglie ambientaliste in una dimensione
internazionalista nuova ed in relazione diretta con le altre forze sociali ed
antagoniste vuol dire, quindi, occuparsi della povertà, della fame, della sete,
dell’analfabetismo dei popoli del Sud; vuol dire occuparsi di preservare la loro
diversità culturale che aveva consentito un rapporto organico ed equilibrato di
millenni con l’ambiente; vuol dire promuovere iniziative di lotta contro lo
sfruttamento di questi popoli e perché, nell’immediato, le merci di provenienza
extranazionale abbiano un valore sociale aggiunto che sia a tutela dei diritti
di chi le lavora e dell’ambiente in cui vive; vuol dire, nel lungo periodo,
mettere in campo strategie internazionaliste per ribaltare i rapporti di forza a
livello mondiale e per determinare un’inversione di rotta nel processo.
1.6. Le lotte ambientaliste, lotte di classe.
Sono le lavoratrici e i lavoratori ad avere il compito di modificare i rapporti
di produzione e liberare le forze produttive nella direzione storicamente
predeterminata del soddisfacimento dei bisogni collettivi. Ma è necessaria
l’acquisizione della consapevolezza del loro ruolo di attori protagonisti dei
rapporti di produzione, cui deve seguire l’innalzamento del livello di scontro
con lo spostamento delle contraddizioni sistemiche sul tavolo della borghesia e
su un piano più alto. Tale consapevolezza può nascere innanzitutto dalla
comprensione che il proprio lavoro è funzionale, così come si realizza, alla
produzione energivora di merci, all'interno di un modello di sviluppo dotato
della capacità intrinseca di creare consumatori attraverso processi violenti di
mercificazione del linguaggio. Questo aspetto della crisi è quindi determinato
da due fattori che così possono essere espressi in sintesi:
a) "La produzione produce perciò non soltanto un oggetto per il soggetto, ma
anche un soggetto per l’oggetto. La produzione produce quindi il consumo 1)
creandogli il materiale; 2) determinando il modo di consumo, 3) producendo come
bisogno nel consumatore i prodotti che essa ha originariamente posto come
oggetti. Essa produce perciò l’oggetto del consumo, il modo di consumo e
l’impulso al consumo; allo stesso modo, il consumo produce la disposizione del
produttore, sollecitandolo in veste di bisogno che determina lo scopo della
produzione". (K. Marx)
b) Il linguaggio diviene merce, una merce assolutamente insostituibile per il
dominio di classe della borghesia perché è capace di modificare l’atteggiamento
delle masse nei confronti delle altre merci. "Ogni uomo si ingegna di procurare
all’altro uomo un nuovo bisogno per costringerlo ad una nuova dipendenza e
spingerlo ad un nuovo modo di godimento e quindi alla rovina economica" (Marx,
dal III dei Manoscritti economico-filosofici). Tutto, nell’economia mercantile,
è finalizzato ad un unico scopo, che è quello di produrre qualcosa da vendere,
anche se assolutamente inutile, ed anzi, come scrive Marx nel Capitale, "Uno dei
progressi della produzione civilizzata consiste che gli oggetti di prima utilità
si scambino in maggiore proporzione contro oggetti d’una utilità minore".
Persino il richiamo cattolico alla ripresa della crescita demografica, il
"crescete e moltiplicatevi", può essere interpretato come un invito alle donne a
mettere al mondo consumatori. La maternità diventa, cioè, un processo
produttivo, particolarissimo, se vogliamo, perché tiene in vita il mercato,
rinfoltendo anche la folta schiera dei "reietti" dell'armata industriale di
riserva da cui prelevare manodopera a basso costo.
La questione ambientale attraversa trasversalmente le classi ma è evidente la
sua matrice classista. Le lotte ambientaliste hanno quindi una dimensione di
classe, e relazionarsi con esse ha il significato di rimettere in discussione i
rapporti di produzione a partire dal significato stesso di questione ambientale.
Gli apologeti dell’ideologia neoclassica hanno invece spostato il problema, dal
modo storico con cui si sono realizzati i rapporti di produzione, alla finitezza
delle risorse, introducendo il concetto di scarsità ed i relativi palliativi
legati all’uso di un sistema di prezzi che fosse da argine alla natura "finibile"
della terra. Questa posizione ideologica, che trova radici e consacrazioni nel
pensiero di Malthus (vedi capitolo 2 Lo sviluppo sostenibile, ideologia
borghese), ha finito per divenire egemone ed inquinare il piano delle lotte
ambientaliste, cui ha sottratto ampi spazi di analisi.
1.7. La centralità della scienza; i nuovi idealismi.
Non può essere trascurato che alla base del modo di produzione capitalistico, da
cui è generata la drammaticità della questione ambientale, vi è l’uso
irrazionale di tecnologie mutuate dall’evoluzione scientifica. In questa
prospettiva appare quanto mai evidente come un movimento ambientalista possa
generarsi solo dalla riacquisizione di una prassi in cui divenga centrale lo
studio e la conoscenza delle scienze ed in particolare delle scienze naturali.
Ogni ipotesi conflittuale nella direzione del ribaltamento dei rapporti di forza
è destinata a naufragare se non si comprende, ad esempio, che alla base dei
protocolli di ingegneria genetica vi è la trasformazione del substrato della
materia vivente e quindi una modificazione delle materie prime, non soltanto con
ricadute devastanti sull’ambiente, ma anche con una pesante ristratificazione
delle classi sociali.
Riappropriarsi del pensiero scientifico diviene, quindi, il passo fondamentale
per dare risposte alla questione ambientale ed a tutte le altre forme di crisi
collegate con il modo di produzione ad organizzazione mercantile. Nell’attuale
fase le difficoltà in questo senso divengono terribili. Gli stessi protagonisti
della degenerazione capitalistica, la borghesia che soggioga ed opprime le forze
produttive per esaudire i propri interessi d’accumulazione, posta dinnanzi alle
laceranti contraddizioni che essa stessa ha generato, incapace della loro
gestione, elabora contromisure di tipo idealista, scivolamenti mistici, e
l’ipotesi dell’"ineluttabilità" della crisi. Un disegno concretizzato nel
ricorso sistematico al nuovo misticismo, nell’estraniarsi dalle "faccende"
materiali di pezzi consistenti della popolazione e nell’utilizzo spregiudicato
di strumenti di puro idealismo. L’inebetimento sociale diffuso rende libera la
borghesia di continuare a perpetuare il saccheggio delle teorie scientifiche
che, dall’abbandono delle concezioni aristoteliche, nutrono il modo di
produzione capitalistico. L’obiettivo malcelato è razionalmente quello di
mantenere alto il livello dello sfruttamento creando falsi anticorpi di natura
idealistica e morale, incancreniti dall’evolversi vertiginoso della situazione.
La contraddizione scatenata dall’uso opportunistico dell’evoluzione tecnologica
ed il pragmatismo individualista, persino perverso, con cui il mercato fagocita
le nuove scoperte scientifiche, mostrano i tratti paranoidi del Capitano Achab
che, nel Moby Dick di Melville, espone così la propria teoria: "I miei scopi
sono assolutamente insani, ma i miei metodi per raggiungerli sono razionali".
Dinnanzi al degrado, la società borghese non ha trovato di meglio che introdurre
l’etica per mitigare gli effetti imprevedibili dell’imbrigliamento delle forze
produttive. E come filiazione della scienza della morale ha coniato il termine
"bioetica" la cui applicazione diventa dogma, religione, ideologia, perversione
immutabile ed eterna, dinnanzi ad una società che invece si evolve a velocità
vertiginosa sotto la spinta delle nuove acquisizioni scientifiche.
1.8. Riconquistare spazi al materialismo scientifico.
Quali allora gli strumenti di cui si avverte la necessità? Quelli della scienza
sono adeguati, oppure anch’essi devono essere sottoposti ad una seria critica
materialista che ne qualifichi l’essenza?
Che la scienza sia in grado di fornire strumenti oggettivi per la valutazione
della realtà è fuor di dubbio. Ogni conquista scientifica rappresenta una parte
di verità che si aggiunge alle conoscenze umane. Una verità che può essere
considerata più o meno parziale, ma che rimane pur sempre una verità.
L’approccio nei confronti della scienza si presenta spesso secondo due modelli
diametralmente opposti. Il primo, il cosiddetto "scientismo", spinge a
considerare la scienza più che come entità in perenne movimento, come una
struttura a sua volta dogmatica, in grado di risolvere per sua stessa natura
ogni questione aperta. La scienza in questo caso si trasforma in "chiesa", senza
tener conto di un elemento fondamentale e cioè il rapidissimo evolversi della
realtà anche sotto spinte di natura soggettiva, individualistica - come è nel
caso del modo di produzione capitalistico -, mistica ed idealistica. Non vi è
dubbio che con questo approccio vengano colti elementi di oggettività, senza di
essi, d’altro canto, non vi sarebbe una realtà da studiare e conoscere. Ma ciò
che viene descritto dalla scienza degli "scientisti" come oggettivo contiene
elementi di soggettività che non vengono tenuti in considerazione come tali. In
questa accezione la scienza diviene inadeguata a mostrare ed a spiegare la
complessità.
All’altro capo vi è un’altro modo di approcciarsi alla scienza che parte dal
presupposto che le degenerazioni politiche, sociali, economiche ed in genere le
contraddizioni della società capitalistica e le crisi aperte, sono il frutto
dell’evoluzione scientifica, per cui la scienza, lungi dall’essere lo strumento
per superare l’attuale stato di cose, ne è essa stessa la causa ed occorre
quindi riavvicinarsi alla natura in forme mistiche ed idealistiche, rifiutando
lo strumento dell’indagine scientifica. Si determina, cioè, uno scivolamento di
tipo "romantico" che è quello che, oggi, condiziona maggiormente gli
ambientalisti.
In realtà entrambe le forme divengono - in modo diverso, certamente - idealismo,
rifiuto di una dialettica materialista ed incapacità, in un senso o nell’altro,
di un approccio oggettivo critico nei confronti anche delle conquiste
scientifiche. Si pone, in altre parole, il problema di comprendere cosa occorre
studiare e perché, non per indirizzare la sperimentazione scientifica o castrare
la creatività indispensabile allo scienziato, ma piuttosto per eliminare le
discontinuità che il mercato ha prodotto tra scienziati e lavoratori,
fagocitando, imbrigliando e sottomettendo la ricerca scientifica nella direzione
dell’incremento del semplice tasso di accumulazione, producendo quelle stesse
contraddizioni che la società borghese non è più in grado di gestire.
"Mi pare giusto insistere sulla necessità di orientare la nostra attività
culturale nel senso di integrare, al nostro pensiero dialettico, le
acquisiszioni della scienza (...) non è neppure giusto che noi si lasci giacere
senza sfruttarla una miniera di conferma del pensiero materialista dialettico
quale è potenzialmente il pensiero scientifico nel suo perenne accrescimento e
approfondimento. In questo campo, noi siamo ancora fermi alla Dialettica della
natura di Engels (...) Ma dopo Engels, chi ha cercato di applicare il medesimo
metodo di studio al territorio di una nuova conquista, di cui tutte le scienze
da allora ci hanno arricchito? Esistono gli appassionati a questo ordine di
cose: ma i loro sforzi non sono pianificati o collegati. Ne risulta la
diffusione di una concezione banalmente utilitaria del progresso scientifico
(...) Queste persone, nella misura in cui ammirano le acquisizioni del progresso
scientifico, partecipano ad una visione del mondo che, se pure non ha - ma poi
ce li ha! - oggi dei teorici ufficiali, tuttavia si diffonde capillarmente, e
può venir riconosciuta in alcuni suoi lineamenti fondamentali, che vanno con
diverse accentuazioni, dal materialismo volgare, al pragmatismo utilitaristico,
al sociologismo, alla certezza che i problemi umani si potranno risolvere tutti
con il progresso tecnico ed il produttivismo, e magari con il controllo delle
nascite. E ci si ricollega quindi ad una pseudo ideologia tecnocratica, tipica
di certi strati piccoli-medi borghesi. Il prestigio della superiorità economica
americana poi contribuisce a diffondere questo "modernismo" in cui la mancanza
di un sistema di pensiero è addirittura sistematica. Non si creda che questa
mentalità (non vogliamo dire "questo pensiero") sia immune dai rischi di un
possibile occasionale ritorno allo spiritualismo cristiano, e magari nelle forme
di un vero e proprio misticismo! Ed in realtà la cosa non è strana. In realtà
quel materialismo volgare, quel pragmatismo, quel sociologismo, quell’ingenua
fiducia nell’onnipresenza della tecnica esauriscono affatto tutta la
problematica della vita. Anche la persona colta se ne sente in fondo
insoddisfatta: sente che, oltre "i complessi", l’igiene o il produttivismo dev’esserci
pure "qualcosa d’altro". Ed a questa domanda può cercare risposta nella fede
religiosa. E anche se tra il caotico bagaglio delle diverse "selezioni"
tecnico-scientifiche e la fede religiosa c’è uno iato di pensiero, un vero e
proprio salto di incongruità, non importa: è caratteristica comunemente
accettata, nell’atto di fede, proprio questo "salto", questa accettazione anche
dell’assurdo, anche dell’incoerenza inspiegabile". (Cfr. Laura Conti, in
Rinascita-Contemporaneo, n. 16, 1956). Tuttavia non si può non considerare il
diverso concetto di scienza in una società di classi in cui essa assume
necessariamente valore diverso soggettivo, pur riferendosi a realtà oggettive.
La scienza emerge cioé dal contesto storico e sociale che la genera e che a sua
volta ne è generato.
Nella concezione socialistica delle società borghesi la scienza acquista peso
economico, ma anche quello della costruzione della molteplicità delle funzioni
paradigmatiche di formazione sociale e politica. Ha peso economico perché assume
per se l’obiettivo di formare conoscenze oggettive sulla natura, allo scopo di
massimizzare e rendere efficiente il prelievo di risorse, sottomettendo la
natura stessa ai principi mercantili. L’indagine scientifica politica e sociale
si rivolge piuttosto alla conoscenza del rapporto tra gli uomini nella direzione
della comprensione dei livelli di aggregazione, per attingere alla risorsa forza
lavoro. In entrambi i casi la scienza, nella sua accezione borghese della
società di classe, diviene strumento di dominio per amplificare l’efficienza
dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura. Gli operatori
della scienza, non sono quindi "liberi" ma i loro obiettivi sono definiti, ed
eventualmente ri-definiti, dai loro "datori di lavoro", che ne indirizzano la
sperimentazione in una direzione che non è quella del soddisfacimento dei
bisogni collettivi, ma piuttosto quella del soddisfacimento di volontà
individuali ed opportunistiche. Il metodo scientifico, il suo rapporto con la
conoscenza della natura, non è quindi soltanto il risultato delle lotte di
classe nella società, ma diviene esso stesso terreno di scontro di classe. La
categoria dell’alienazione è parte integrante dei processi produttivi
scientifici e ne riguarda gli operatori proprio come - e forse anche più per le
dimensioni del plus-valore che scaturisce dalle risultanze della ricerca
scientifica - il proletariato. In questo senso, la separazione schizzofrenica
che si è determinata tra movimento operaio, intellettuali e scienza, ha prodotto
la frantumazione sistematica del fronte che doveva e poteva occuparsi
direttamente, come elemento per far sopravvivere una dinamica conflittuale tra
le classi, delle lotte ambientaliste e in tutti gli altri ambiti di disfacimento
della società borghese.
Questo tanto più si manifesta in un paese capitalista, ma anche in un paese
socialistico in cui il processo di transizione non era stato completato,
soffrendo le fasi di alterne di frenate e ripiegamenti, qualcuno riteneva utile
sottolineare la necessità di un rapporto più stretto tra scienziati e
popolazione. "Il compito fondamentale della scienza sovietica è quello di
mettere nelle mani dei lavoratori un potente strumento di progresso culturale,
spirituale e materiale. Per questo è necessario che ogni studioso, fin dai primi
passi della sua attività scientifica, ricordi costantemente quali sono gli scopi
che si prefigge la nostra scienza. Ma può accadere che questo scopo sia
dimenticato; e purtroppo accade spesso. Lo scienziato, distaccato dal mondo
esterno, nel suo laboratorio o nel suo studio, può cominciare a vedere uno scopo
nel suo stesso lavoro. Il distacco dalla vita è il pericolo più grande per lo
scienziato.
Egli, più di ogni altro lavoratore deve avere coscienza delle esigenze del paese
e del popolo. Egli deve ricordare che, qui da noi, il distacco dello scienziato
dalla vita ha lo stesso valore di una morte prematura. Viceversa, il pegno del
successo della sua attività sta nel sentire il pulsare della vita che lo
circonda. Allora creerà coerentemente a vantaggio del paese e troverà nel paese
tutto quanto è necessario per dare pieno slancio al suo lavoro.
Non bisogna intendere questa utilità a favore del paese come un angusto
pragmatismo scientifico; non bisogna cioé pensare che ogni conquista scientifica
possa immediatamente trasformarsi in un ritrovato o in un processo che comporti
un certo risparmio di certi mezzi. Questo rapporto immediato naturalmente è uno
dei più semplici sistemi per mettere in connessione la scienza con la vita.
Ma questo legame può essere più prezioso e profondo. Una grande scoperta
scientifica, che apre nuove prospettive, che permette una nuova comprensione dei
fenomeni naturali, anche se non porta immediatamente ad una sua utilizzazione
pratica può nei modi più svariati esercitare un’eccezionale e multiforme
influenza sulla nostra cultura sia materiale che spirituale; questa influenza
spesso non è riducibile ad un rozzo apprezzamento numerico. Le opere di Darwin
sull’origine della specie sono preziose non tanto perché ci aiutano a creare
bestiame di razza, ma perché ci hanno permesso di approfondire le nostre
conoscenze sulla teoria dell’evoluzione ed hanno fornito potenti strumenti a
coloro che si battono per la cultura progressiva" (P. L. Kapitsa, La scienza
come impresa mondiale, Editori Riuniti, Roma 1979).
Capitolo 2
Sviluppo sostenibile, ideologia borghese
2.1. Origine delle ipotesi di sviluppo sostenibile.
La crisi ecologica, è divenuta elemento di controverse valutazioni soltanto a
partire dalla crisi petrolifera degli anni ’70, allorché fu possibile cogliere
inequivocabilmente - qualora ve ne fosse realmente bisogno - i limiti di
alimentazione a spese delle risorse naturali del modo di produzione
capitalistico, non in grado di consentirsi un’autonoma rigenerazione. Prima di
allora era opinione diffusa, anche nell’immaginario collettivo, che il concetto
di "finitezza" della terra fosse intrinsecamente legato solo allo scontro
atomico tra le due superpotenze, evenienza non scartabile e di cui si ammetteva
l’irreversibilità della soluzione finale.
La dura realtà dell’esplosione di una contraddizione così forte nel cuore stesso
del sistema, ha indotto le forze borghesi ad ipotizzare una rimodulazione dello
sviluppo - come era stato del resto necessario fare in altre fasi storiche -, su
di un substrato teorico di tutela per il mercato che riuscisse a garantirne l’autoriproduzione
in un rapporto con l’ambiente naturale. L’idea centrale di questo sforzo teorico
si fondava comunque sullo "sviluppo", cioé sulla crescita "a prescindere".
La definizione di "sviluppo sostenibile" fece rapidamente il giro del mondo sul
finire degli anni '80, giungendo in Italia non proprio come un fulmine a ciel
sereno ma come risultato di una linea di tendenza già tracciata da diverso tempo
e che aveva il suo manifesto nel lavoro del Club di Roma I limiti dello
sviluppo. Veicolo del messaggio, in questo caso, fu il lavoro della World
Commission Environment and Development, Our common future, Ginevra, 27 aprile
1987, tradotto in italiano con il titolo Il futuro di noi tutti. Rapporto della
Commissione per l’ambiente e lo sviluppo, Bompiani, Milano 1988. L’elemento
nuovo in questo lavoro, era dato dalla definizione di "sostenibilità" dello
sviluppo che ne identificava la natura nella capacità di garantire il
soddisfacimento dei bisogni delle attuali generazioni, in modo da rendere
disponibili per le generazioni future, risorse e condizioni tali da soddisfare i
propri. In contrapposizione, per "insostenibilità", in termini ecologici, si
indicherebbe quindi lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali non
rinnovabili (petrolio, minerali ecc.), determinandone un esaurimento in tempi
brevi, ed una sottrazione talmente rapida di quelle rinnovabili (foreste,
risorse idriche, suolo coltivato ecc.) dall’ambiente, così da superarne la
capacità rigenerativa.
In presenza di un incremento demografico nella misura di 80 milioni di nuovi
abitanti sul pianeta in un solo anno, si sarebbe realizzata una crescita, in
definitiva, insostenibile, sia per i suoi aspetti ecologici, sia perché
potenzialmente ritenuta capace di scatenare guerre tra stati per
l’accaparramento delle risorse residue e flussi migratori massicci ed
incontrollabili. D’altro canto, la crescita esponenziale della popolazione
mondiale era già un dato acquisito da tempo. "Il terzo quarto del XX secolo ha
assistito a una radicale trasformazione delle tendenze demografiche via via che
il tasso di mortalità globale scendeva decisamente, mentre rimaneva alto il
tasso di natalità. Durante i primi quindici secoli dell’era cristiana la
popolazione mondiale aumentava dal 2 al 5% per secolo. Prima della seconda
guerra mondiale erano pochi i paesi che avevano mai sperimentato un tasso di
aumento naturale superiore all’1% all’anno. Oggi in alcuni paesi il tasso è
compreso fra il 3 e il 4% all’anno, valore molto vicino al massimo biologico.
La crescita demografica al ritmo verificatosi dopo la seconda guerra mondiale è
così recente che non abbiamo ancora avuto il tempo sufficiente per valutarne le
conseguenze Occorre richiamare qui la legge della crescita esponenziale e la
variazione delle conseguenze a lungo termine di tassi anche relativamente
modesti di crescita della popolazione. Una popolazione che aumenti dell’1%
all’anno aumenta del 270% in un secolo. Una popolazione che aumenta del 3%
all’anno aumenta del 1900% in un secolo.
Il grande rischio è che l’umanità non riesca a prevenire le conseguenze della
continua e rapida crescita di popolazione abbastanza presto per dominarla prima
che si verifichi una catastrofe globale di qualche tipo. Anche chi è esperto in
matematica spesso non arriva a valutare appieno la meccanica dei tassi di
crescita esponenziale". (Lester R. Brown, Nell’interesse dell’umanità. I limiti
della popolazione mondiale. Una strategia per contenere la crescita demografica.
Biblioteca della Est Edizioni Scientifiche e Tecniche Mondadori. Milano 1974).
2.2. Teorie sui limiti dello sviluppo; l’egoismo borghese di Malthus.
Il concetto di "sviluppo sostenibile" trova legittimazione nella dimensione non
"illimitata" delle risorse, cui corrisponde un aumento vertiginoso della
popolazione. Storicamente il problema inizia a porsi non appena i primi uomini
rinunciarono al nomadismo, divenendo stanziali e confrontandosi, come condizione
per questa nuova scelta, con i limiti di rigenerazione naturali del territorio
presso cui si stabilivano. Secondo Malthus, la limitata disponibilità di risorse
naturali, la cui riproducibilità avveniva secondo un andamento aritmetico, cui
corrispondono i ritmi geometrici di crescita della popolazione, pone la
questione dell’esistenza di una "scarsità assoluta" delle risorse naturali
(anche se riproducibili, come vegetali commestibili, animali d’allevamento,
suolo fertile ecc.), indicate come variabili indipendenti, cui si contrappone la
variabile dipendente rappresentata dall’incremento demografico.
La posizione di Malthus, tuttavia, non aveva neanche in origine una sua ragione
ecologica, ma era tutta all’interno delle paure borghesi di ritrovarsi
defraudati da altre classi sociali di quello che avevano strappato a monarchi e
nobili. Se i poveri fossero aumentati troppo, avrebbero finito per accaparrarsi,
nell’eterna lotta per la sopravvivenza, le risorse necessarie al mantenimento
del benessere della borghesia. Quindi, per Malthus, si poneva la necessità di
porre un freno all’incremento demografico, in particolare quello che riguardava
i poveri.
Il diverso clima culturale della metà dell’800, in qualche modo, aveva
determinato una critica feroce a Malthus ed all’egoismo borghese incarnato nel
suo pensiero. Le conclusioni non intaccavano però la validità dei concetti
biologici espressi da Malthus che furono anzi ulteriormente avvalorati da quelli
di Justus von Liebig con la sua "legge del minimo". Per Liebig in un sistema
ecologico i processi vitali vengono irrimediabilmente interrotti dalla mancanza
di anche uno solo dei fattori essenziali per il loro mantenimento. Anche Darwin
trae spunto dalle nozioni apprese da Malthus per evidenziare il ruolo della
disponibilità delle risorse nel contesto evoluzionistico. "(...) la lotta per
l’esistenza fra tutti i viventi ed in tutto il mondo, scaturisce necessariamente
dalla loro elevata capacità di moltiplicarsi in ragione geometrica. E’ questa la
dottrina di Malthus applicata all’intero regno animale e vegetale. Gli individui
di ciascuna specie, che nascono, sono molto più numerosi di quanti ne possano
sopravvivere e quindi la lotta per l’esistenza si ripete di frequente" (Charles
Darwin, L’origine delle specie per selezione naturale)
Ciò che comincia a delinearsi nelle convinzioni di molti è che l’equlibrio
ecologico risponda a determinate leggi, prime fra tutte quella della capacità di
carico e quella del minimo che, se valgono per i sistemi naturali, sono validi
anche per i sistemi sociali ed economici che con l’ambiente hanno un rapporto di
interscambio costante.
Se si considerano popolazioni umane primitive, dedite alla raccolta ed alla
caccia con strumenti molto approssimativi, la capacità di riproducibilità di un
territorio è funzione del tempo di stazionamento della comunità antropica. Tale
riproducibilità è anche funzione delle risorse, che rappresentano la variabile
indipendente, all’esaurimento delle quali gli uomini dovevano spostarsi,
vivendo, quindi, una condizione nomade. Il territorio abbandonato aveva la
possibilità di rigenerarsi in modo naturale, in quanto lo stile di vita nomade
degli uomini poteva depauperarlo considerevolmente ma molto raramente ne
intaccava la resilienza, cioè la capacità dell’ambiente di riprodurre le
condizioni originarie. Per un dato territorio, anche molto vasto, che rimane
stabile nella sua estensione, e per un gruppo umano primitivo, nel quale
predomina l’evoluzione esclusivamente genetica e quindi il mantenimento di una
ben precisa nicchia ecologica, le leggi di Malthus possono essere considerate
valide. Tali leggi sono ancora valide quando ci si riferisce a società
precapitalistiche, in cui non si pratica più la semplice raccolta ma forme più
avanzate di nomadismo, come la pastorizia nomade e l’agricoltura estensiva
itinerante. Anche per i membri di queste società era infatti impensabile
ipotizzare di poter rimanere più a lungo di un certo periodo in una data area
senza incorrere nella limitatezza delle risorse naturali. Abbandonata l’area, il
ripristino delle condizioni di naturalità, ed il suo successivo ed eventuale
ripopolamento, erano affidate interamente ad elementi naturali che potevano fare
il loro corso in tempi relativamente brevi.
Non appena l’incremento della popolazione e la limitata disponibilità di aree
nuove impediva che si realizzasse una rotazione delle colture, con pause nello
sfruttamento del suolo sufficientemente lunghe per il ripristino di condizioni
idonee alla realizzazione di un buon livello di vita (maggese), le comunità
umane abbandonarono il nomadismo per divenire stanziali. Sempre per Malthus, a
questo punto, l’incremento demografico, in quanto variabile dipendente, si
sarebbe dovuto arrestare. Così non è stato. In realtà il passaggio dal nomadismo
alla stanzialità fu reso possibile da un’evoluzione nelle tecniche di
coltivazione sempre più rapida.
2.3. Le critiche a Malthus; la pressione antropica sull’ambiente.
A mettere in relazione l’incremento demografico con l’evoluzione delle tecniche
agricole è E. Boserup, che ritiene, a differenza di Malthus, che l’aumento della
popolazione produca uno sfruttamento delle risorse più razionale ed un
incremento di produttività del suolo. In altre parole, secondo Boserup, una
condizione di crisi stimolava l’introduzione di nuovi strumenti tecnici sempre
più sofisticati, producendo un incremento della produzione di beni di
sussistenza delle donne e degli uomini, che seguiva l’andamento esponenziale
dell’incremento demografico, talvolta superandolo. Il valore eccedente il
prodotto che la comunità era in grado di smaltire, offriva la possibilità di
creare nuove attività, come il commercio e la trasformazione. La visione
ottimistica di Boserup, propone che l’incremento demografico produca di
conseguenza anche un corrispondente incremento della produttività.
Sulla spinta delle nuove tecnologie, l’ambiente inizia a subire un processo di
trasformazione importante, per consentire che un dato territorio aumenti la sua
capacità di carico in risposta al notevole incremento demografico ed alle
esigenze di miglioramento della qualità della vita. Molte specie animali e
vegetali vengono semplicemente allontanate o direttamente distrutte dall’azione
dell’uomo sugli ecosistemi attraverso due tipi principali di intervento:
a) azione diretta sulle specie, attraverso la caccia e la raccolta di vegetali
commestibili a scopo alimentare, per ricavarne materia prima per la costruzione
di utensili e manufatti sempre più perfezionati (avorio, ossa, pelli) e per
proteggere le coltivazioni e gli allevamenti (abbattimento di animali erbivori,
predatori carnivori, eliminazione di specie vegetali parassite di quelle
commestibili o in competizione con queste);
b) azione indiretta, attraverso modificazioni radicali dell’ecosistema, come con
il disboscamento, opere di canalizzazione e di deviazione del corso dei fiumi a
scopi irrigui, costruzione di abitazioni, stalle, luoghi di stoccaggio per le
derrate, opere di estrazione della pietra e di metalli.
Queste trasformazioni fisiche e biologiche delle realtà ambientali determinano a
loro volta alcuni modelli di reazione naturale: la fuga degli animali dai luoghi
a forte antropizzazione, in cui non si realizzano più le condizioni naturali
idonee alla sopravvivenza della specie; la moltiplicazione spropositata di
alcune specie animali e vegetali per la soppressione o l’allontanamento del
predatore naturale; nel lungo periodo il manifestarsi di mutazioni genetiche che
codificano per caratteri che rendono idoneo il permanere di specie animali e
vegetali in ambienti non più naturali.
Le società sottoposte ad un rapido incremento demografico, divengono
estremamente complesse e l’ottimismo di E. Boserup finisce col non essere più
sufficiente a spiegare le trasformazioni rapidissime in atto. In particolare, la
promessa di migliori condizioni di vita, spinge molta parte delle popolazioni
delle campagne a concentrarsi nelle città a più alta industrializzazione,
abbandonando le colture e provocando, come conseguenza, un degrado delle
campagne. Quelle aree ancora coltivate vengono sempre più meccanizzate con due
effetti principali: la riduzione drastica della manodopera bracciantile; la
concorrenza devastante dei grandi proprietari terrieri che, in possesso di
risorse economiche per introdurre tecnologie di meccanizzazione spinta delle
colture e degli allevamenti, avrebbero determinato il rapido declino delle
economie agricole a conduzione familiare. Le megalopoli crescono a dismisura
attorno ai poli industriali e ad ogni possibile fluttuazione verso l’alto dei
salari degli operai, coincide un adeguamento tecnologico che riduce la
manodopera con un aumento esponenziale del plusvalore per unità di tempo
lavorata ed un incremento conseguenziale, a parità di ore lavorate, dei tassi di
profitto, di accumulazione e di sfruttamento. Gli operai licenziati, in seguito
all’introduzione di nuove tecnologie, andranno a costituire l’armata industriale
di riserva che popolerà le grandi periferie urbane e suburbane, vivendo una
condizione di povertà disperata.
Marx, valuta positivamente l’incremento demografico nelle società primitive
perché questo corrisponde all’abbandono dello stile di vita tribale, ad una
riorganizzazione sociale ed alla suddivisione dei compiti e del lavoro, ma poi,
consapevole dei limiti di una crescita smisurata del modo di produzione
capitalistico, pose l’accento sulla necessità di un riequilibrio città-campagna
e di uno più complessivo alternativo agli obiettivi dalla società industriale
capitalista: "Con la preponderanza sempre crescente della popolazione urbana che
la produzione capitalistica accumula nei grandi centri, essa accumula da un lato
la forza motrice storica della società, dall’altro turba il ricambio organico
fra uomo e terra, ossia il ritorno alla terra degli elementi costitutivi della
terra consumati dall’uomo sotto forma di mezzi alimentari e di vestiario, turba
dunque l’eterna condizione naturale di una durevole fertilità del suolo (...) -
e prima di ringraziare in nota Liebig per i suoi meriti immortali Marx continua
- Ogni progresso dell’agricoltura capitalistica costituisce un progresso non
solo nell’arte di rapinare l’operaio, ma anche nell’arte di rapinare il suolo;
ogni progresso nell’accrescimento della sua fertilità per un dato periodo di
tempo, costituisce insieme un progresso della rovina delle fonti durevoli di
questa fertilità" (XIII cap. IV sez., I Libro del Capitale). Marx introduce
quindi elementi di forte critica verso le ipotesi di sviluppo illimitato della
società borghese, tanto più discutibili quanto più finalizzate alla produzione
di merci, come già sottolineato, spesso inutili al soddisfacimento di bisogni
sociali e collettivi.
2.4. Le società stazionarie.
Il concetto di una società stazionaria o che, comunque, non si ponesse come
unico obiettivo la crescita "a tutti i costi", veniva presentato come necessità
oggettiva da Mill nel 1848. Secondo Mill la società deve rimanere stazionaria,
non può, cioè, crescere oltre un certo limite di popolazione, così come i beni
materiali vanno distribuiti in modo equo per impedire una loro crescita
eccessiva che di fatto metterebbe a rischio gli equilibri sociali. Una società
come quella industriale, era per Mill, un modello organizzativo che non poteva
durare così com’era. "Io spero sinceramente per amore della posterità che, se la
terra dovesse perdere quella beltà che deve alle cose, che un’accrescimento
illimitato di ricchezze e di popolazioni farebbe estirpare onde alimentarne una
quantità maggiore, cosa aderirebbe a rimanersi stazionaria assai prima che la
necessità ve la obbligasse. E’ superfluo osservare che una condizione
stazionaria di capitale e di popolazione non implica uno stato stazionario di
miglioramenti umani. Vi sarebbe sempre un altro scopo per ogni specie di cultura
mentale, e pei progressi morali e sociali; vi sarebbe luogo, come prima, a
perfezionare l’arte della vita e vi sarebbe eziandio più facilità per farlo". (John
Stuart Mill, Principi di economia politica con alcune delle sue applicazioni
alla filosofia sociale). Mill pone, quindi, il problema di quale "crescita",
individuando fattori possibili di sviluppo estranei all’ideologia borghese
dell’accumulazione, e non quantificabili monetaristicamente.
In questo contesto di critiche, sia alla crescita monetaristica, sia alle
concezioni borghesi malthusiane, Marx ed Engels, nel Manifesto, affermano:
"Durante il suo dominio di classe appena secolare la borghesia ha creato forze
produttive in massa molto maggiore e più colossali che non avessero mai fatto
tutte insieme le altre generazioni del passato. Il soggiogamento delle forze
naturali, le macchine, l’applicazione della chimica all’industria e
all’agricoltura, la navigazione a vapore, le ferrovie, i telegrafi elettrici, il
dissodamento di interi continenti, la navigabilità dei fiumi, popolazioni intere
sorte quasi per incanto dal suolo: quale dei secoli antecedenti immaginava che
nel grembo del lavoro sociale stessero sopite tali forze produttive? La società
borghese moderna che ha creato per incanto mezzi di produzione e di scambio così
potenti, rassomiglia al mago che non riesce più a dominare le potenze degli
inferi da lui evocate." In poche righe Marx ed Engels pongono, con rara capacità
di sintesi, la necessità di ricondurre al proprio valore fondamentale le
variabili temporali sottolineando la vera essenza del concetto di sfruttamento.
Introducono, quindi, un elemento centrale della questione, quello delle forze
produttive, non ipotizzandone una distruzione assoluta in seguito alla violenza
luddista, ma stimolando la ricerca di una separazione della tecnologia - e
quindi della scienza - dal potere economico, perché possa assolvere al compito
storicamente attribuitole di soddisfacimento dei bisogni sociali, consentendo un
ridimensionamento della produzione di merci che non siano strettamente
necessarie. Gli economisti capitalisti, considerano invece un bene l’incremento
del tasso di accumulazione e valuteranno come conseguenza della ineluttabilità
delle leggi naturali della "scarsità assoluta delle risorse" (Malthus), il
peggioramento complessivo delle condizioni di vita. Le ineluttabili leggi
naturali vengono quindi contrapposte alle leggi storiche che regolano i modi di
produzione. Si riscopre in modo ideologico e fazioso una presunta validità delle
teorie malthusiane, soprattutto da parte di quegli economisti che si rifanno al
modello Neoclassico, con la sua natura atomistica e meccanicistica. Il modello
del liberismo neoclassico è infatti atomistico perché considera disgiunti tutti
gli elementi del ciclo produttivo inteso in senso allargato. Risorse naturali,
materie prime, forza lavoro, tecnologia, capitale, merci, domanda, offerta,
scarti e rifiuti di produzione, vengono cioè interpretati come fattori del tutto
indipendenti gli uni dagli altri. Questa visione contrasta in modo decisivo con
l’evidenza di un rapporto intrinseco tra le attività umane ed il livello di
trasformazione dell’ambiente, il grado di interdipendenza tra bioma e biotopo
come elemento fondamentale nel mantenimento della condizione di equilibrio degli
ecosistemi, la inelasticità dell’offerta (Keynes), e lo sviluppo tecnologico che
è funzione delle mutate condizioni sociali, economiche e, non ultime, politiche
e sovrastrutturali. Ma la natura meccanicistica dell’ipotesi neoclassica è
altrettanto irrazionale ed inaccettabile perché non esiste possibilità alcuna di
consentire una reversibilità del processo produttivo. "... l’uomo non può ne
creare ne distruggere materia o energia. Questa però è solo una metà della
storia, la metà raccontata dalla meccanica, modello prediletto dalla maggior
parte degli studiosi di scienze sociali: le risorse naturali, però, non sono
costituite da sola materia e sola energia, ma da materia organizzata in
strutture ben precise, e da energia disponibile. La materia-energia che
costituisce le risorse naturali è qualitativamente diversa da quella che forma
lo scarto: quella delle risorse naturali è organizzata secondo schemi ordinati
o, come dicono i fisici, ha bassa entropia: negli scarti troviamo solo
disordine, cioè alta entropia. E non è tutto: la seconda legge della
termodinamica ci dice che tutto l’universo è soggetto a una degradazione
qualitativa continua: l’entropia aumenta, e tale aumento è irreversibile. Di
conseguenza, le risorse naturali possono attraversare il processo economico solo
una volta: lo scarto rimane irreversibilmente uno scarto" (N. Georgescu-Roegen).
L’introduzione dell’elemento entropico, cioè della misura del disordine secondo
la Termodinamica, risulta decisiva nello smantellare le teorizzazione
neoclassiche circa la possibilità che un semplice sistema di prezzi, estranei
alla contabilità ecologica (fondata sugli equilibri e non sulla crescita come
nei sistemi economici mercantili), possa riequilibrare le situazioni di "crisi"
nelle società a capitalismo avanzato. Una società fondata sulle regole
dell’economia mercantile, e quindi sulle logiche di sfruttamento dell’uomo
sull’uomo e dell’uomo sulla natura, può essere gestita soltanto attraverso
strumenti coercitivi di natura sia fisica che ideologica.
2.5. La scarsità delle risorse.
Di tanto in tanto il dibattito che contrappone società stazionaria e sviluppismo
rientra in gioco come in una sorta di fenomeno carsico, sino alle ultimissime
elaborazioni sullo sviluppo sostenibile di cui si è fatto cenno e che, di fatto,
riproducono il modello capitalistico di crescita, limitandosi ad introdurre
alcuni correttivi di tipo ecologico. In questo momento, tuttavia, occorre
chiedersi se un livello organizzativo sociale, politico ed economico mercantile
può sopportare una crescita illimitata. Ciò che è opportuno fare è qualificare
le risorse necessarie ai processi produttivi per comprendere, in ultima analisi,
come sia possibile applicare a queste il concetto di sviluppo sostenibile.
Dobbiamo innanzitutto fare una distinzione tra risorse permanenti e risorse non
permanenti. Si definiscono risorse permanenti quelle risorse che non
diminuiscono nel tempo nonostante vengano utilizzate per le attività umane. Il
prelievo di una risorsa permanente può avvenire in eterno, di essa ve ne sarà
sempre disponibilità, di conseguenza non sarà mai il fattore limitante né di un
processo economico né di uno ecologico. Tra queste possiamo annoverare l’energia
solare, quella eolica, delle maree... Le risorse non-permanenti invece non sono
sottoponibili ad un prelievo indiscrimnato perché rischierebbero di esaurirsi e
per esse vale la "legge del minimo" di Liebig. Le risorse non-permanenti possono
essere suddivise in non-permanenti riproducibili e non riproducibili. Le prime
sono quelle che l’ambiente naturale può riprodurre durante processi di
rigenerazione (foreste, fertilità del suolo, risorse ittiche); le altre sono
quelle su cui si è incentrato maggiormente il dibattito in quanto elementi
potenziali di crisi sia del sistema economico, sia di quello ecologico (le
miniere, i combustibili fossili, fauna e flora in via di estinzione). Riferito
alle risorse, il concetto di scarsità individua la loro disponibilità in
rapporto al consumo previsto che se ne farà in un determinato arco di tempo,
anche considerando alcune variabili, non quantificabili ma prevedibili, come la
tendenza dei processi produttivi alla dematerializzazione, le migliorate
condizioni di prospezione mineraria, la possibilità che una merce ottenuta con
determinate materie prime possa essere soppiantata da altre prodotte con materie
prime più comuni, l’ottimizzazione degli impianti... Di particolare importanza
sono i processi di dematerializzazione delle merci. La tecnologia informatica ed
in genere tutte le innovazioni tecnologiche, hanno consentito di risparmiare
molto sui materiali: se confrontassimo un’automobile di vent’anni fa con una di
categoria simile di oggi, ci accorgeremmo dell’enorme differenza di peso; se poi
pensiamo che fino a qualche anno addietro occorrevano migliaia di tonnellate di
cavi telefonici per telefonare dall’altra parte dell’oceano ed oggi, invece, è
sufficiente un satellite del peso poco superiore ai due quintali, ci rendiamo
conto di come tra gli sviluppisti si sia complessivamente diffuso un certo
ottimismo nel voler considerare praticabile un’ipotesi di crescita secondo le
leggi del mercato, al riparo cioé dai vincoli posti dagli elementi naturali. In
questa valutazione ottimistica, alcuni dei fattori di cui non si tiene
assolutamente conto sono la limitatezza delle risorse alimentari e il già
sottolineato fattore entropico, aspetti che verranno dettagliati in seguito in
questo stesso lavoro.
2.6. Le ambiguità dello sviluppo sostenibile.
Una delle cose più chiare in questo contesto è la non chiarezza del termine
sviluppo, che non rappresenta un principio strategico o un programma attuativo,
ma piuttosto un modo di pensare. Pensare lo sviluppo è possibile attraverso la
conoscenza, la cui detenzione è esclusivamente nelle mani del potere. Il
dibattito sullo sviluppo, comunque si voglia interpretarlo, ha, cioé, precisi
attori sociali procedendo ad escludendum degli altri. Gli "altri" sono di
converso i non-detentori del potere, le classi sociali non-borghesi ed i popoli
dei P.V.S. che non hanno libero accesso nè ai luoghi deputati alla decisione, nè,
tantomeno, alla conoscenza. Una delle cose che però colpisce maggiormente del
concetto di "sviluppo", è la sua capacità storica di inglobare illimitatamente,
prospettandone una soluzione, tutto ciò che di volta in volta viene ad essere
indicato come "il problema". In passato questa operazione ha dimostrato tutto il
suo valore mistificante, il suo vuoto siderale. La crisi delle campagne, il
peggioramento complessivo delle condizioni di vita dei contadini, avevano messo
in moto le ipotesi sviluppiste che si sono concretizzate, nei primi anni ’70,
con l’elaborazione delle strategie di "sviluppo rurale". E’ utile ricordare che
da quelle teorizzazioni lo squilibrio città-campagna si è accresciuto
enormemente, soprattutto perché per "sviluppo rurale" si concepì il
trasferimento tout court del modo di produzione urbano nelle campagne. Prima di
allora comunque si era discusso di "sviluppo sociale", poi miseramente
naufragato nelle concezioni riformiste del "welfare state", di "sviluppo
uguale", ecc. In presenza di eventi drammatici ed anticipatori di catastrofi
inaudite, gli sviluppisti tirano fuori dal loro cilindro magico, un nuovo
concetto, lo "sviluppo sostenibile", la cui consacrazione definitiva è avvenuta
a Rio nel 1992. In altre parole si riproduce un’operazione già fatta: al
manifestarsi di un peggioramento complessivo delle condizioni in un campo, se ne
definisce quello come limite e si rielabora la strategia sviluppista per
superare l’empasse. Il suo continuo rincorrersi, il suo mostrarsi
contemporaneamente come causa del male e terapia, è anche la causa del suo
definitivo naufragio. Ma questo aspetto della questione, a quanto pare, non è
così semplice da cogliere se ormai non c’è ambientalista che non si ponga come
obiettivo primario della sua pratica la rincorsa allo "sviluppo sostenibile" o,
per i palati più fini ed esigenti che affollano i salotti dell’ambientalismo,
allo "sviluppo eco-compatibile". Già il termine sviluppo presenta in sé elementi
di acuta perversione perché identifica l’ineluttabilità della crescita economica
ovvero ribadisce il dogma borghese crescita=benessere che ha caratterizzato le
teorizzazioni meccanicistiche neo-classiche. Ribaltando i termini della
questione e spostando l’attenzione dai rapporti di produzione alla sostenibilità
del mercato, gli sviluppisti tendono ad accettare che l’unica contabilità utile
sia quella mercantile, come emerge da Enzo Tiezzi (Il capitombolo di Ulisse,
Idee/Feltrinelli, Milano 1991): "riconvesrione ecologica dell’economia significa
allora: aggiustare i prezzi sulla base dei costi globali e a lungo termine,
includendo l’incertezza (...)". Il significato che si coglie è preciso ed
inquietante al tempo stesso, sia perché è quello che sembra aver trovato
maggiore consenso nell’arcipelago ambientalista, sia perché, ancora una volta,
pone una correlazione tra contabilità economica e contabilità ecologica,
subordinando la seconda ad esigenze evidenti di mercato.
2.7. le differenze tra sistemi economici e sistemi ecologici.
I sistemi economici e quelli ecologici coincidono per il prodotto: entrambi
infatti mirano alla produzione, di merci, gli uni, di biomassa, gli altri. Gli
obiettivi sono invero estremamente differenti: nei sistemi economici l’obiettivo
è la crescita quantificata con parametri teorici e virtuali di carattere
monetario; in quelli ecologici è invece l’equilibrio verificabile in parametri
materiali concreti come l’inquinamento, la biodiversità, la resistenza, la
resilienza ecc., non quantificabili secondo sistemi monetaristici. Ciò che si
cela dietro questa richiesta di contabilizzazione monetaria del degrado
ambientale, è subdolamente necessario al mercato per almeno due motivi:
scaricare la tensione dell’opinione pubblica; creare nuovi campi d’investimento,
anche perché qualunque sprovveduto è in grado di comprendere che i costi
aggiuntivi della cosiddetta tutela delle generazioni future, nascondono la
volontà di far pagare ai consumatori il costo di scelte popolari ma in ambito
mercantile ovviamente svantaggiose. E’ quanto accade negli Stati Uniti d’America
dove il BOD (biological oxigen demand) cioè uno dei parametri con cui si
misurano gli effetti dell’inquinamento, viene suddiviso in obbligazioni che le
industrie possono acquistare per poter svolgere attività inquinanti. Quindi,
pagando, si può continuare ad inquinare, scaricando i costi aggiuntivi sui
consumatori, e consentendo a chi ha più soldi di poter inquinare di più godendo
della possibilità di rifarsi dell’investimento ricavandone anche un buon ritorno
d’immagine - e quindi maggiori vendite, maggiore produzione, maggiore fatturato
e maggiore inquinamento - perché vngono rispettate le norme sull’inquinamento.
Le stesse normative della Comunità Europea in materia di Valutazione d’Impatto
Ambientale (V.I.A.) tengono esclusivamente conto dei fattori quantificabili
monetariamente per dare l’assenso ad un insediamento antropico su un’area. Il
problema di cosa si produce, perché si produce e per chi si produce non tocca
minimamente gli interessi della gran parte degli eco-economisti, troppo presi a
far quadrare i conti ed a trovare criteri monetaristici per quantificare il
danno ambientale. "Così, oggi, dire sviluppo sostenibile, senza mettere in
discussione i rapporti di produzione che generano un modello di sviluppo fondato
su un distorto rapporto città/campagna, non significa nulla.
Ogni formazione economico-sociale, infatti, ha i suoi limiti nello sviluppo, che
sono determinati dai rapporti di produzione; conseguentemente, lo sviluppo
quantitativo, dentro la formazione economico-sociale crea o le condizioni del
suo superamento oppure il caos, il disordine, l’inquinamento, insomma
l’entropia, come flusso, superiore alla negaentropia". (Giuseppe Amata, Lo
sviluppo perverso CUECM, Catania 1992).
2.8. Antropocentrismo e utilitarismo nello "sviluppo sostenibile" .
In definitiva lo "scatolo vuoto" dello sviluppo finisce per inglobare la sfida
ambientalista, quindi, poi si spiega come sia possibile che chi era stato
segretario di una delle più grandi associazioni ambientaliste italiane, possa
divenire, successivamente, il presidente dell’ENEL, svolgendo il suo incarico in
assolutà continuità con le amministrazioni precedenti.
Anche volendo attribuire un significato aperto allo "sviluppo sostenibile", la
sua definizione ne rafforza l’immagine antropocentrica, ponendosi l’obiettivo di
trasferire anche alle generazioni future l’utilitarismo umano. Dal punto di
vista strategico quest’impostazione spiazza prima e quindi taglia fuori
dall’arcipelago ambientalista le correnti naturaliste. La natura, le sue
risorse, assumono precipuamente il carattere di variabili per consentire la
crescita, giammai elementi da salvaguardare a prescindere. Parole d’ordine come
"l’oasi motore dello sviluppo" o "il parco come occasione di crescita", sono
divenute slogan insostituibili di campagne elettorali e di enunciazioni di
tristi programmi politici.
Capitolo 3
Bioetica, biodiversità e la questione della democrazia
3.1. La sovrastruttura democratico-borghese dinnanzi alle sfide della scienza.
Gli sviluppi tecnologici e scientifici, nel campo della medicina, della biologia
e della genetica, pongono, con rapidità straordinaria, quesiti inediti alle
donne e agli uomini che su questi temi sono chiamati a pronunciarsi ed a
decidere. I problemi sul tappeto possono essere articolati in due grandi
questioni:
la questione della democrazia, ossia la questione direttamente connessa alla
dislocazione dei luoghi dell’evento decisionale ed alla legittimità di un
mandato, scaturito in una condizione differente da quella prodotta dallo
sviluppo scientifico;
la questione della bioetica, ovvero ciò che concerne la legittimità dello
sviluppo scientifico, la sua moralità, applicazione e, di conseguenza, la
possibilità di un divieto parziale o assoluto della sperimentazione e
dell’applicazione dell’evoluzione scientifica nei campi delle scienze naturali e
mediche.
In realtà le molteplici ricadute del progresso scientifico e tecnologico
finiscono con l’intersecarsi sino a determinare la totale sovrapposizione dei
campi d’azione delle due questioni. Quelli legati alla questione della
democrazia, ad esempio, vengono incorporati nel campo bioetico per l’incapacità
della sovrastruttura democratico-borghese, con la sua incredibile vaghezza ed i
suoi confini difficilmente definibili,.di confrontarsi, sul piano della
democrazia, con i possenti sviluppi indotti dalle nuove tecnologie.
Dare risposte esaustive in merito all’ambito proprio della questione della
democrazia è decisamente complesso e richiederebbe un dibattito problematico,
articolato nelle differenti fasi con cui si sono realizzati i rapporti di
produzione e le formule sociali che da questi sono scaturite. Al centro del
dibattito vi è sicuramente quella necessità irrevocabile di rompere,
verificatane la disastrosa natura fallimentare, la semplicistica linearità
culturale delle impostazioni ideologiche borghesi. Il conseguimento di questo
obiettivo primario parte, quindi, dalla riacquisizione degli strumenti di
analisi propri del materialismo storico e dialettico, con l’obiettivo - da
sviluppare - di contrapporre alle stantie ed inefficienti istituzioni
democratico-borghesi, modelli sociali e di aggregazione in cui sia massima la
partecipazione decisionale delle donne e degli uomini alle dinamiche evolutive
della scienza e della tecnica.
3.2. La questione della democrazia.
La struttura delle istituzioni non è neutrale, libera da condizionamenti,
indipendente, ma deriva in modo diretto, sia dalla natura delle forze produttive
temporaneamente attribuite ai paesi nelle varie fasi della storia umana, sia dal
contesto sociale e culturale degli stati in cui si realizzano determinati
rapporti di produzione. Non è cioè un elemento astratto, eterno ed immutabile, è
invece esattamente il frutto delle condizioni storiche, del rapporto tra forze
produttive e modo di produzione. L’oggettiva inadeguatezza delle attuali forme
di democrazia pone quindi il problema della costruzione di un’altra democrazia.
Le attuali forme di democrazia rappresentativa sono in effetti mutuate, a
partire dal XVII sec. - anche se non necessariamente tout court -, dalle
democrazie nobiliari-feudali che dovevano però confrontarsi con ben altri
rapporti di produzione rispetto all’oggi. La loro obsolescenza, se da un lato
ostacola la liberazione delle forze produttive nella direzione del
soddisfacimento di bisogni sociali e collettivi, dall’altro deriva direttamente
dall’azione frenante, quando addirittura non regredente, esercitata dalle forze
capitalistiche per imbrigliarne l’evoluzione positiva fuori degli attuali
confini asfittici. Nel contempo occorre aver ben chiaro il concetto che
l’affermazione di nuove forze produttive necessita dell’azzeramento della
precedente sovrastruttura.
Il fattore frenante forse più violento e coercitivo, esercitato dalla borghesia
a tutela dei propri modelli sovrastrutturali, è l’introduzione di elementi
culturali diffusi e radicati che impongono di considerare come coincidenti, la
democrazia e le sue forme realizzative burocratiche, amministrative, elettorali,
istituzionali, partitiche ed organizzative in genere. Il risultato dello
spostamento del problema è che non si coglie completamente la natura di
necessità - oggettiva - della democrazia. Tale natura si realizza in forme e
modi differenti non codificati all’interno di progetti assoluti ma in relazione
al particolare contesto storico. Propio per la sua natura materiale la
democrazia non ammetterebbe di delegare un proprio compito fondamentale ad una
escrescenza ectoplasmica del suo apparato. "L’apparato centralizzato dello stato
che, con le sue strutture militari, burocratiche, ecclesiastiche e giudiziarie
onnipresenti e complicate, rinchiude il corpo vivente della società civile come
un boa constrictor, fu forgiato per la prima volta nell’epoca della monarchia
assoluta come arma della moderna società borghese in sviluppo nella sua lotta di
emancipazione dal feudalesimo. I privilegi feudali dei signori, della città e
del clero del medioevo vennero trasformati in attributi di un singolo potere
statale, che sostituì i dignitari feudali con funzionari statali stipendiati e
tolse le armi ai servitori medioevali dei signori feudali e delle corporazioni
urbane per darle ad un esercito permanente; l’anarchia variamente colorata dei
poteri medioevali in conflitto tra loro venne sostituita dall’ordinato programma
di una autorità statale, con una sistematica e gerarchica divisione del lavoro.
(...) Ogni minore interesse particolare prodotto dalla interrelazioni fra gruppi
sociali, è stato separato dalla società stessa, fissato, reso indipendente da
essa e ad essa posto in contrapposizione, in nome dell’interesse dello stato,
amministrato dai sacerdoti dello stato con funzioni gerarchiche precisamente
determinate. (...) Tutte le rivoluzioni hanno solo perfezionato la macchina
statale, invece di rovesciare quest’incubo soffocante. Le fazioni e i partiti
delle classi dominanti che alternativamente hanno lottato per la supremazia,
hanno considerato il possesso e la direzione di questo immenso apparato di
governo come il bottino principale della vittoria. La loro attività era rivoltà
fondamentalmente alla creazione di immensi eserciti permanenti, di una schiera
di parassiti di stato e di un’enorme debito pubblico. (...) Il potere del
governo, con il suo esercito permanente, la sua burocrazia onnipotente, il suo
clero abbrutente e il potere giudiziario ad esso asservito, era divenuto così
indipendente dalla società stessa che (...) non appariva più come uno strumento
della dominazione di classe, sottoposto ad un ministero parlamentare o ad una
assemblea legislativa. Umiliava sotto il suo dominio perfino gli interessi delle
classi dominanti, di cui sostituiva la parodia parlamentare con dei corpi
legislativi che eleggeva direttamente e con senatori che esso stesso pagava;
sanciva la sua assoluta autorità con suffragio universale e con la necessità
riconosciuta di mantenere l’"ordine", e cioé il dominio del proprietario
fondiario e del capitalista sul produttore; nascondeva, sotto i randelli di una
mascherata del passato, le orge di corruzione del presente e la vittoria della
parte parassitaria degli strozzini finanziari. (...) A prima vista sembrava che
fosse la vittoria finale del potere del governo sulla società, mentre era in
realtà l’orgia di tutti gli elementi corrotti di questa società". (Karl Marx, Il
carattere della Comune)
3.3. La questione della bioetica.
La bioetica diventa quindi il contenitore ideale per le questioni irrisolte o
irrisisolvibili che, in quanto contraddizioni all’interno dello stesso sistema,
finiscono per essere scaricate su un piano più basso e ad un livello in cui i
valori e i significati sono comunque non oggettivi. Le istituzioni, cioè i
luoghi delle decisioni vincolanti, si chiamano fuori dalla questione perché
hanno individuato una dinamica di scontro su un piano in cui appare
prepotentemente la necessità di introdurre elementi di limitazione
all'espansione del capitale in settori strategici. D'altro canto non è neanche
ipotizzabile la reintroduzione di modelli quali lo "stato etico". Venendo
costituiti come strutture del tutto prive di potere vincolante, e comunque come
ectoplasma inerme di sovrastrutture autoritarie, comitati e commissioni
bioetiche si configurano perciò come lo strumento perverso attraverso il quale
si impedisce una partecipazione allargata al processo decisionale, nel merito
dell’evoluzione scientifico-tecnologica. Il termine "bioetica", poi, è a sua
volta, debole anche nella sua essenza. Addirittura contraddittorio se sottoposto
ad un’analisi esegetica, perché ci riferisce della natura "oggettiva" delle
questioni legate alla vita ed alla morte, attribuendo ad esse le proprietà del
tutto convenzionali e idealiste della scienza della morale. La struttura voluta
per la bioetica è inefficace, per la sua natura dogmatica, nel dare risposte a
situazioni a cui non è possibile applicare principi immutabili, proprio per la
spaventosa rapidità con cui si trasformano.
Le condizioni nuove, create dall’evoluzione scientifica in campo medico e
biologico, impongono invece riflessioni rigorose sui tre temi della
"responsabilità verso le generazioni future", dell’"ecologia", del "consenso
informato". L’ultimo di questi temi può essere ricondotto nella più complessa e
generale questione della democrazia, configurandosi come una forma specifica
della partecipazione al processo decisionale nell’ambito della sovrastruttura.
La responsabilità verso le generazioni future inerisce invece una valutazione
attenta e prudente sugli effetti a lungo termine, ancorché positivi nelle
condizioni attuali, dell’applicazione di nuove e rivoluzionarie metodologie in
campo medico e biologico. Pone, cioè, la necessità di ripensare il rapporto
uomo-natura, ossia l’intero processo di produzione e ri-produzione, all’interno
di un quadro gestionale organico, superando gli attuali limiti settoriali e le
specializzazioni proprie della sovrastruttura borghese. "La rapidità dello
sviluppo materiale del mondo è aumentata. Esso sta accumulando costantemente
sempre più poteri virtuali mentre gli specialisti che governano le società sono
costretti, proprio in virtù del loro ruolo di guardiani della passività, a
trascurare di farne uso. Questo sviluppo produce nello stesso tempo
un’insoddisfazione generalizzata ed un oggettivo pericolo mortale, nessuno dei
quali può essere controllato in maniera durevole dai leader specializzati" (Guy
Debord, I Situazionisti e le nuove forme dell’arte e della politica, relazione
al VI Congresso dell’Internazionale Situazionista tenutosi ad Anversa dal 12 al
15 novembre del 1962, cit. Casa Editrice Nautilus, Torino 1993).
Il realizzarsi di una centralità dell’ecologia, infine, spezza il monopolio di
una visione antropocentrica, riconducendo ad un ruolo organico quei fattori
biologici, chimici e fisici esterni all’uomo, sino ad oggi strumentalmente
ridotti ad elementi marginali.
Ciò che necessita di un’indagine, è, quindi, il complesso rapporto tra uomo e
natura, rileggendo in esso le relazioni vita-morte. La scienza medica e quella
biologica si muovono in questa direzione modificando questo rapporto.
Donne e uomini, sottoposti alle più strane "bizzarrie" della natura, dalle
malformazioni genetiche a quelle acquisite, dalle modificazioni cliniche di
natura patologica a quelle di origine violenta, vengono schiacciati e
mortificati nel confronto quotidiano con la natura, in ciò che riguarda la loro
singola esistenza, la loro vita. Storicamente si è realizzato inevitabilmente
l’annichilimento e la sottomissione alle "forze oscure della natura",
misticizzate e esorcizzate e fatte oggetto dell’attribuzione di un valore divino
e di un carattere metafisico che ne impediva un interpretazione razionale. E’
stato il livello complessivo di arretramento della ricerca scientifica in campo
medico che ha imposto questa interpretazione della patologia, ricercando la sua
giustificazione teorica - ed in termini psicologici la sua sublimazione - nella
teoretica cristianea. La necessità evolutiva degli uomini e delle donne di
razionalizzare anche in mancanza di elementi conoscitivi sufficienti, ha finito
per ricondurre tutto all’interno delle dinamiche caratteriali di un dio, ora
irato, ora generoso. La rottura del rapporto bidirezionale uomo-natura, con
l’introduzione di questi elementi di misticismo, ha fornito alle classi
dominanti il più potente degli strumenti di coercizione su cui mai abbiano
potuto contare per garantirsi di autopepetuarsi. Rivoluzioni fondamentali del
pensiero scientifico sono state ostacolate perché riconducevano razionalmente le
relazioni vita-morte all’interno del rapporto uomo-natura. Le teorizzazioni
ippocratee dei "Mali oscuri", che interpretavano la patologia come un problema
esclusivamente legato all’alimentazione ed alla dieta, sono state ostacolate per
secoli proprio perché ribadivano il concetto dell’unitarietà tra l’uomo e
l’ambiente. Tutto ciò sino a quando le strategie medico-biologiche sono state
concepite esclusivamente come semplice difesa dalla patologia. Sino a quando,
cioè, nei laboratori non si sono riprodotte le prime elementari molecole
organiche, proteine, albumina, al di fuori del puro e semplice accoppiamento
sessuale. Sostiene Kapitsa (La scienza come impresa mondiale, Editori Riuniti),
che un progresso nel campo della ricerca scientifica ha il pregio, non soltanto
di poter essere utilizzato per migliorare la qualità della vita, liberando
l’uomo dal bisogno, ma anche di riprodurre condizioni culturali nuove in grado
di sostituire quelle vecchie coercitive, ancora infarcite di misticismo e di
concezioni idealiste.
La decadenza delle concezioni metafisiche aristoteliche, se ha consentito una
più libera espressione del pensiero razionale, ha però determinato la nascita di
una nuova sovrastruttura che ha piegato le esigenze della sperimentazione a
quelle dell’accumulazione capitalistica e della massimizzazione del profitto.
Le sovrastrutture borghesi, strumenti degli interessi capitalistici, se possono
essere legittimate da un determinato livello della conoscenza, vengono
delegittimate da quello più alto che sposta ancora in avanti il rapporto
uomo-natura. Nasce quindi la duplice esigenza, da parte delle classi dominanti,
di autopepetuarsi, impedendo il raggiungimento di quel livello, imbrigliando la
ricerca scientifica entro confini angusti e prestabiliti e gestendo la
contraddizione attraverso la creazione di una nuova etica specializzata che nega
l’unicità del pensiero umano e si pone come strumentale al dominio di classe.
In una data epoca storica il pensiero umano costituisce un tutt’uno con i
livelli scientifici raggiunti, che rimandano al rapporto uomo-natura cioé al
modo con cui si realizzano le condizioni materiali di esistenza delle donne e
degli uomini. Siamo noi che fissiamo i limiti alle trasformazioni che ne
conseguono, come sostiene Engels, ma nella realtà tutto passa costantemente
l’uno nell’altro senza soluzione di continuità, aumentando l’instabilità degli
ambiti convenzionali imposti dalle classi dominanti a propria tutela. Lacerato
dalla contraddizione il sistema studia i propri anticorpi sottomettendo la
ricerca scientifica ai propri interessi, definendone l’ambito per gestire le
nuove condizioni, salvo, poi, consentirne una valutazione esclusivamente etica
o, come si dice in questi casi, bioetica.
3.4. La fecondazione assistita nell’ambito della categoria "famiglia".
Tra gli elementi che vengono fagocitati nel coacervo di valutazioni bioetiche e
sottoposti al bombardamento incrociato di mondo cattolico, associazionismo e
volontà adeguazioniste della sinistra neoriformista, la fecondazione assistita è
sicuramente il più gettonato. In realtà l’evoluzione delle scienze mediche in
questo campo ha avuto l’effetto devastante, anche per la sovrastruttura, di
ragionare, modificandone i meccanismi, sulla riproduzione sessuale nell’uomo
come specie. Le nuove tecnologie riproduttive per l’uomo e la donna hanno cioé
mutato la prospettiva atavica ed ideologica che teneva insieme in modo
inscindibile la riproduzione e l’atto sessuale. In definitiva la nuova
condizione posta dalle tecnologie riproduttive rimette in discussione la
allocazione stessa della categoria "famiglia" nel contesto della società di
classi.
Lo sviluppo della conoscenza nel campo della riproduzione ha consentito non
soltanto di intelligere il processo riproduttivo intervenendo su di esso e
modificandolo (metodiche anticoncezionali), ma ha anche separato l’atto sessuale
dalla necessità di riproduzione della specie. In tal modo lo stesso atto
sessuale ha acquistato nuovi contenuti e significati, delinenadosi come atto di
libertà tra due soggetti e non più come stretta necessità riproduttiva. Prima di
questo il matrimonio veniva "consumato" all’atto del concepimento e la donna
"consumava" il suo ruolo con il parto e le cure parentali. Questa concezione
culturale aveva una sua espressione giuridica e canonica nella sovrastruttura
temporale e religiosa che finivano quasi sempre per coincidere. L’immagine
speculare del "consumo" diviene la "sterilità", sia quella per scelta, sia
quella patologica, che non trova cittadinanza, ne tanto meno una propria forma
di rappresentanza, nella sovrastruttura.
La sperimentazione scientifica nel campo della lotta alla sterilità, si sta
realizzando con una rapidità tale da non essere controllabile. Ma questo
processo avviene dentro ambiti coercizzati che non consentono una sua libera
espressione, finalizzato cioé alla creazione di una merce nuova ed alla
frantumazione delle dinamiche di maternità. Il ruolo della donna passa, quindi,
da quello di semplice contenitore del feto a strumento di gestione di una fase
della procreazione. Ciò che si va delineando è cioè la separazione oggettiva
della gestazione da quella della trasmissione dei caratteri ereditari, ruoli che
possono tecnicamente essere ricoperti da due donne diverse. Ma ciò che è più
inquietante è che a queste due donne se ne può aggiungere una terza nel ruolo di
educatrice-madre, qualificando le caratteristiche biologiche delle prime due
come merce. La contraddizione della nuova condizione investe e sommerge la
sovrastruttura nella sua espressione giuridica, mostrando l’inelasticità e
l’inadeguatezza del Diritto Civile. Ma la contraddzione investe soprattutto la
famiglia come categoria, mostrandone la sua vera origine materiale e mettendo in
crisi la falsificazione mistica del suo ruolo.
La concezione strumentale della famiglia come luogo in cui si realizza solo ed
esclusivamente la perpetuazione della specie, ha origini antichissime. Dapprima
necessaria, per la particolare natura biologica ed ecologica della specie umana:
la ripartizione dei compiti tra la donna, addetta alla procreazione, e l’uomo,
che doveva provvedere al proprio sostentamento e a quello della donna nella fase
complessa della gravidanza, consentendone un esito vantaggioso per la specie. La
famiglia diviene, quindi, in questa fase arcaica, l’esigenza di creare un
rapporto stabile tra uomo e donna con l’unico scopo di perpetuare la specie.
Successivamente la famiglia è servita a sostenere l’incremento demografico, non
in funzione della conservazione della specie, già al sicuro dall’estinzione per
il miglioramento complessivo della qualità della vita, ma per sostenere processi
produttivi. Un leggero miglioramento delle condizioni di vita porta
immediatamente ad un aumento delle famiglie e ad un incremento demografico, con
la conseguenza che una contrazione delle possibilità economiche arricchisce
l’armata industriale di riserva. Il ruolo della donna come esclusivamente
addetta alla riproduzione, viene bestialmente mantenuto dall’ideologia borghese
e dalla religione, per mantenere alta la disponibilità di manodopera e quindi
ridurre i costi di produzione per unità di tempo lavorata, e per produrre
consumatori, quando, in alcuni casi, semplicemente nuove merci (utero in
affitto...). Nella concezione mistica di famiglia diviene quindi negativa ed
aberrante la possibile sterilità della donna, che blocca il realizzarsi
dell’obiettivo ricercato, e si delinea la figura dell’uomo dominante le cui
capacità riproduttive non vengono messe in discussione. La sperimentazione
scientifica nel campo della riproduzione svela, in altre parole, due elementi di
contraddizione profonda: uno generale, e cioé che legare entro ambiti
predefiniti e strumentali la ricerca crea comunque situazioni incompatibili con
la sovrastruttura realizzata in altra fase che, conseguenzialmente, viene posta
in uno stato di fibrillazione parossistica; l’altro, specifico, è che viene
rimessa in discussione la categoria di famiglia come luogo unicamente preposto
alla procreazione e legittimato come tale nell’ordinamento giuridico e, semmai,
anche come luogo in cui si realizza la trasmissione della proprietà. Ristretta
in questo ambito la famiglia sconta tutte le contraddizioni di un’entità non
liberata nelle posizioni coercitive del diritto canonico che la interpretano,
non come atto di scelta libera di due soggetti di vivere in tutto o in parte la
propria vita insieme, ma come obbligo di congiungimento sancito dalla fede e
quindi irrisolvibile.
L’ambito coercizzato determina in sostanza, che sia la donna, che la natura sono
ridotti a puri oggetti del sistema economico e non riacquistano piuttosto un
proprio ruolo di soggetti autonomi di diritto.
3.5. Il rapporto donna-natura ed il lavoro di ri-produzione.
Allo stato attuale si pone la necessità di ristabilire una relazione tra gli
universali del sesso biologico e della natura come fattori "essenziali"
dell’esistenza umana e il materialismo storico dell’analisi di classe. Questo
afferma che la dimensione collettiva umana è risolvibile socialmente perché
determinata da un ambito puramente sociale, all’interno del quale occorre
indagare se trovano spazio la condizione fisicamente materiale delle donne e
della natura. E’ possibile, cioé, affrontare le questioni poste in termini
materialisti, senza tener conto delle donne con la loro struttura biologica e
della natura con i limiti che impone allo sviluppo capitalista? E, quindi,
esiste un ambito di confronto del tutto peculiare tra donna e natura?
Le strategie ecofemministe radicali hanno posto la questione nei termini dello
sfruttamento patriarcale sia della donna, sia della natura, introducendo
elementi etici nel lavoro di cura, privilegiando un rapporto emozionale fondato
sull’intuizione e sul primato del corpo sulla mente. L’approccio intuitivo ed
essenzialista può talvolta produrre radicalismi emozionali come la ricerca della
natura in una logica "di divinità femminile", rischiando di vanificare il
contenuto fondamentale dell’analisi storica e teoretica dell’ecofemminismo.
Riguadagnare quell’analisi e spingerla oltre, nel campo del materialismo storico
e dialettico, pone il problema della ridefinizione del lavoro di produzione e di
ri-produzione come elementi centrali dell’analisi di classe. Non è
verosimilmente possibile, però, scardinare i legami emozionali del lavoro di
cura o del rapporto donna-natura, cioé ridisegnare - o cancellare - i temi
dell’essenzialismo, per riconquistare questa centralità. Piuttosto è credibile
un’analisi che interpreti la natura essenziale dentro il materialismo. La
difficoltà "oggettiva" perché questo percorso di interrelazioni tra
essenzialismo e materialismo possa essere definito e/o ri-definito non può non
tener conto della natura fondamentalmente astorica del fattore sesso/biologia
della donna e della natura invece scontatamente storica dei rapporti di
produzione.
Lo strapotere degli uomini, sia nelle decisioni di politica di gestione - o di
saccheggio - della natura, sia nella violenza militarista, ha fatto nascere
radicalismi femministi che pongono la donna in un’ottica di naturale pacifismo e
solidarismo che, in un'interpretazione esclusivamente essenzialista, può
definire un quadro di trasformazioni sociali come unicamente naturali,
estrapolandole dal contesto storico con cui si sono determinati i rapporti di
produzione. Tanto più quest’analisi rischia di precipitare nel naturalismo
emozionale, quanto più viene rescissa la volontà di riallocare il ruolo della
donna all’interno di un’analisi organica al materialismo storico e dialettico.
Il lavoro di ricucitura, in questo senso, è enorme, ma non impossibile perché ve
ne sono gli elementi. Lo stesso Marx, infatti, individua nei rapporti sociali di
produzione (L'Ideologia tedesca) il ruolo centrale della ri-produzione, parlando
di "produzione della vita, come frutto sia del lavoro che della procreazione
della vita". Quindi, perché i mezzi di produzione possono avere un ruolo nel
materialismo storico e non godere dello stesso "privilegio" i mezzi di
riproduzione della vita stessa? Se le questioni legate alla sopravvivenza hanno
una matrice storica, avendo peraltro determinato i rapporti sociali, il modo con
cui queste si realizzano non dipende forse anche dal lavoro di cura e dalla
procreazione?. Il capitalismo patriarcale ha separato artatamente queste due
concezioni del lavoro, così come non ha mai tenuto conto dei limiti allo
sviluppo imposti dagli elementi naturali, per garantirsi uno sfruttamento
indiscriminato sia della donna che della natura.
3.6. Evoluzionismo e genetica.
Secondo le teorie di Darwin e Wallace e le successive, conseguite attraverso la
sperimentazione scientifica e la ricerca - l’ambiente - inteso come
l’integrazione tra il bioma (insieme degli organismi viventi) e il biotopo
(substrato inanimato su cui si sviluppa la vita in tutte le sue forme), in un
rapporto di dipendenza che si realizza negli interscambi di energia e materia -
esercita su individui della stessa specie pressioni selettive (selezione
naturale) tali da consentire il permanere nel tempo di quei caratteri fenotipici
che meglio si adattano alle condizioni ambientali in un dato momento consentendo
la sopravvivenza della specie. Al variare delle condizioni ambientali, le specie
che manifestano una maggiore variabilità di caratteri si troveranno, quindi,
favorite perché nel proprio ambito vi saranno alcuni individui con
manifestazioni fenotipiche più adatte alla nuova situazione. Quanto detto
rappresenta - in modo estremamente sintetico e non certamente esaustivo - il
fondamento dell’evoluzionismo, le cui spiegazioni biomolecolari si ritrovano in
alcune proprietà chimiche del materiale che contiene in sè codificati i
caratteri degli esseri viventi, il DNA. Le trasformazioni dell’ambiente
agiscono, cioè, da selettori per le sequenze del DNA, scegliendo nel pool genico
complessivo di una determinata specie quelle che codificano per i caratteri più
idonei alla sopravvivenza - nell’immediato - dell’individuo singolo e - in
prospettiva - della specie. Le condizioni ambientali possono mutare in modo
naturale - e per centinaia di milioni di anni è stato solo così - influenzando
"naturalmente" il pool genico delle specie. Le pressioni antropiche dell’uomo
sull’ambiente hanno determinato modificazioni delle condizioni naturali tali da
produrre un’azione della selezione naturale differente da quella che sarebbe
avvenuta spontaneamente. Potremmo parlare, in definitiva, di una manipolazione
genetica indiretta. La branchia della biologia che si occupa specificamente
della trasmissione del materiale genetico (ereditarietà) e che pone cioè le basi
biomolecolari per spiegare il processo evolutivo delle specie, è la genetica,
disciplina che negli ultimi decenni ha subito un accelerazione tale, da non
escludere in futuro ulteriori sviluppi imprevedibili nelle sue applicazioni. In
tal senso si pone urgente il problema di capire come sia possibile gestire
l’evoluzione scientifica in questo campo o, in altre parole, se le conoscenze
sempre maggiori nel campo della genetica e della biologia molecolare avranno un
peso determinante nella direzione del miglioramento complessivo della qualità
della vita o non saranno piuttosto indirizzate verso la produzione di nuovi
strumenti per l’estensione del dominio di classe, attraverso la mercificazione
del materiale genetico.
Per far questo è necessario inquadrare il fenomeno in chiave storica e
rapportarlo con i modi di produzione, così come si sono realizzati nel processo
di transizione dalle società primitive sino a quelle post-industriali.
3.7. La manipolazione genetica.
Come già accennato, si può parlare di manipolazione genetica nello stesso
momento in cui, modificando le condizioni ambientali, si consente che la
selezione naturale operi in una direzione non naturale. In realtà questo
meccanismo avviene in modo del tutto indiretto e con la totale inconsapevolezza
da parte degli uomini, sia perché in un primo momento del tutto privi delle
opportune conoscenze scientifiche sul processo evolutivo, sia perché i tempi con
cui esso si manifesta sono incompatibili con l’osservazione diretta. Una forma
ancora indiretta di manipolazione genetica è quella che riguarda l’antica
pratica degli incroci selettivi di animali d’allevamento con lo scopo, in questo
caso voluto e verificabile in tempi brevi, di ottenere individui con determinati
caratteri più pregiati La manipolazione genetica è, quindi, un’esperienza ben
più antica dello studio dei meccanismi biomolecolari di trasmissione dei
caratteri ereditari ed è nata con le prime trasformazioni indotte sull’ambiente
dall’uomo e con i primi successi di ibridazione praticati da contadini e pastori
già migliaia di anni fa. Incroci selettivi di piante ed animali sono stati
elementi presenti nella cultura dell’uomo sin dalle prime esperienze di
stanzialità cui fecero ricorso gruppi umani primitivi allorché abbandonarono lo
status di nomadi-raccoglitori-cacciatori.
In questa fase, proprio in funzione dell’aumento della produttività agricola e
pastorale, per garantire risorse sufficienti alle nuove esigenze di una comunità
in crescita ed all’espansione delle attività commerciali, iniziano i primi
incroci selettivi intraspecifici tra animali e piante. Senza che se ne
conoscessero i meccanismi biologici, in queste società primitive iniziano a
prodursi processi indiretti di manipolazione genetica. Si superano cioè gli
elementi di casualità negli incroci tra individui animali e vegetali così come
si realizzano liberamente in natura, per introdurre metodiche predeterministiche
che, senza essere ancora scienza, divengono i punti di riferimento paradigmatici
per una nuova disciplina, la genetica, ancora distante dall’essere concepita in
quanto tale. Lo stesso Mendell iniziò i suoi esperimenti dopo aver osservato i
contadini, i pastori e la loro abilità nell’incrociare individui con particolari
caratteri utili, al fine di predeterminarne una progenie che presentasse
vantaggi per la produzione agro-pastorale. Chiarisce Darwin: "Quando cominciai a
raccogliere le mie osservazioni, mi sembrò che un accurato studio degli animali
addomesticati e delle piante coltivate mi avrebbe offerto il modo migliore per
venire a capo di questo oscuro problema. E non sono rimasto deluso: in questo,
come in tutti gli altri casi imbarazzanti, ho scoperto invariabilmente che le
nostre conoscenze sulle variazioni dovute all’addomesticamento, per quanto
imperfette, offrivano le indicazioni migliori e più sicure. Per questo mi
permetto di esprimere la mia convinzione che questi studi sono validissimi,
anche se in genere i naturalisti li trascurano" (Charles Darwin, L’origine delle
specie per selezione naturale).
L’uomo ha quindi da tempo innescato meccanismi indiretti che mutano le
condizioni del pool genico naturale. E’ tuttavia necessario rimarcare come
queste trasformazioni, pur indotte dall’uomo, avvengono in seguito a processi
adattativi che utilizzano meccanismi del tutto naturali, come la selezione
naturale e la riproduzione sessuale. Di conseguenza, in particolare gli incroci
selettivi intraspecifici, portavano a mutamenti progressivi nelle specie di un
qualche interesse per l’uomo (sia alimentare che, più in generale, per la
produzione di materie prime da trasformare anche in funzione del commercio) ma,
data la loro condizione naturale (accoppiamenti sessuali intraspecifici),
liberamente accessibili.
L’utilizzo di queste metodiche si sviluppa con ritmo relativamente lento sino
all’epoca della rivoluzione industriale allorché le trasformazioni sociali ed
economiche subiscono un’accelerazione talmente rapida da ripercuotersi in modo
significativo anche su queste attività. Proprio nella fase immediatamente
successiva alla rivoluzione industriale, in un contesto di massima espansione
dell’economia mercantile e del capitalismo, si tenta di sostituire l’empirismo
tipico di contadini e pastori, con tecniche di ibridazione sempre più
perfezionate ed efficienti.
Nell’economia capitalistica, l’utilizzo dell’ibridazione mediante meccanismi
riproduttivi naturali, quindi alla portata di tutti, risultava incompatibile con
il dominio di classe sul modo di produzione.
La chiave di volta di questa situazione è rappresentata, nel 1935, dal brevetto
del primo mais ibrido ottenuto negli Stati Uniti. Questa particolare varietà
vegetale ottenuta in laboratorio, presentava due vantaggi: quello di garantire
coltivazioni più redditizie e quello di essere dotata di semi sterili, incapaci,
cioè, di dar vita a nuove piante. Era questa seconda caratteristica che
modificava totalmente i rapporti di forza nella produzione di derrate alimentari
di origine vegetale, con l’introduzione di un controllo monopolistico sul primo
anello della catena alimentare: il seme. Gli agricoltori che volevano tenere il
mercato erano quindi costretti ad acquistare i semi di mais ibrido direttamente
dall’azienda che li produceva, abbandonando il vecchio sistema di tenere per sé
una parte del raccolto per la semina. Si era determinata la prima esperienza di
dipendenza per l’approvvigionamento alimentare dalle grandi multinazionali.
3.8. La mercificazione del materiale genetico.
Attualmente i grandi gruppi industriali che detengono il monopolio per le
sementi, le cui varietà ibride e sterili sono enormemente aumentate, tendono a
fondersi o a rilevarne altri, agendo in un regime monopolistico e creando
cartelli, sottraendosi cioè persino alle regole del mercato.
L’avvento del mais ibrido pone un problema irrisolto che è quello che deriva
dalla considerazione che la ricerca scientifica viene deprivata di una sua
logica interna, venendo piuttosto efficacemente pilotata secondo precisi
interessi di classe. In questa direzione riportiamo da Peace news dell’aprile
del 1997 un breve scritto di Vandana Shiva (Research Foundation for Science,
Technology, and Natural Resource Policy, India): "Il 1996 ha rappresentato uno
spartiacque per quanto riguarda la presa di coscienza delle persone su come
l’ingegneria genetica venga propagandata quale unica tecnologia per far crescere
e lavorare il cibo.
Nonostante le resistenze dei consumatori, la ‘soia transgenica’ della Monsanto è
stata buttata sui mercati europei. Quando i consumatori europei hanno chiesto
che a questo prodotto venisse applicata un’etichetta specifica, il segretario
statunitense dell’Agricoltura ha dichiarato che questa era un’interferenza nel
libero commercio’, affermando inoltre che ‘dobbiamo assicurarci che la scienza
prevalga, non quella che io chiamo cultura storica, che non è basata sulla
scienza. L’Europa è molto sensibile alla cultura del cibo in contrapposizione
alla scienza del cibo. Ma nel mondo moderno, il nostro compito è continuare a
sviluppare la scienza. La buona scienza deve prevalere in queste decisioni’.
Ma il conflitto non è tra ‘buona scienza’ e ‘cultura storica’, bensì tra due
diverse culture scientifiche - quella della democrazia nella scienza in
contrapposizione alla cultura della scienza delle aziende basata sul controllo
totalitario e monopolistico. Se né il consumatore né il produttore hanno alcuno
spazio per esercitare le loro libertà e proteggere i loro diritti, e se
l’ingegneria genetica può essere introdotta nel sistema alimentare solo
cancellando i diritti fondamentali dei cittadini in quanto agricoltori o
consumatori, ebbene allora l’ingegneria genetica diventa una forma di ‘tecnofascimo’.
Solo una società fascista negherebbe ai consumatori il diritto di sapere cosa
stanno mangiando e agli agricoltori il diritto di ripiantare ciò che hanno
coltivato.
D’altra parte, se i consumatori avessero davvero libertà di scelta attraverso
un’etichetta applicata sul prodotto, il mercato dei cibi trattati geneticamente
diminuirebbe. Se gli agricoltori avessero il diritto di mettere da parte e
scambiarsi liberamente i semi, il mercato dei semi trattati geneticamente
sparirebbe.
Senza tecnofascismo nei supermercati e nei campi degli agricoltori, l’ingegneria
genetica non può essere imposta alla gente. L’ingegneria genetica può fare il
suo ingresso nei supermercati solo negando al consumatore il ‘diritto di sapere’
e il ‘diritto a scegliere’ e sovvertendo le regole della biosicurezza. Solo
attraverso l’imposizione di ‘diritti di proprietà intellettuale’ i semi
sviluppati dall’ingegneria genetica possono apparire nei campi coltivati.
(...) Negli ultimi anni la Monsanto ha comprato diverse piccole aziende di
biotecnologia così come grandi compagnie che si occupavano di semi (...). Così
il seme, il primo anello della catena alimentare, cadrà nelle mani di pochi
giganteschi monopoli che non devono rendere conto a nessuno, il cui
funzionamento non è trasparente e che controllano l’intero sistema alimentare
agricolo.
Secondo un documento nato dalle consultazioni tra la Monsanto e l’US Food and
Drug Agency, ‘la nuova varietà di soia non è materialmente differente in
composizione, sicurezza o altri parametri rilevanti dalle varietà di soia
attualmente presenti sul mercato.’ Dunque, parlando di sicurezza, non vi è
alcuna ‘novità’ nella nuova soia.
Ma quando si arriva al brevetto e ai diritti di proprietà, la nuova soia è si
una novità. Essa è infatti protetta da diversi brevetti USA e gli agricoltori
devono sottoscrivere un accordo che li costringe a usare peri loro raccolti solo
i nuovi fagioli di soia e a non tenerne per sé nessuno. Questo dà alla Monsanto
il potere sui loro eredi e sui loro rappresentanti e il diritto a perquisire le
proprietà dei contadini per i tre anni dalla vendita del seme. In più,
l’agricoltore deve pagare per ogni 23 chili di semi cinque dollari di tassa
tecnologica. Dunque gli agricoltori non hanno diritti; e la Monsanto non ha
responsabilità, né verso gli agricoltori né verso i consumatori" (da Guerre &
Pace, Settembre 1997).
Riguardo la corsa all’accaparramento dei brevetti relativi ad esperienze di
ingegneria genetica e di manipolazione del DNA, si può far riferimento alla
pubblicazione sulla rivista Nature dell’esperienza che portò al clone della
pecora Dolly. Questa pubblicazione fu fatta circa sei mesi dopo la conclusione
dell’esperimento, per evitare pubblicità sul protocollo seguito, prima che
questo fosse brevettato in ogni sua singola parte. Ma l’esempio forse più
eclatante cui si può far riferimento, rispetto al rischio di mercificazione del
materiale genetico, sta nel numero 5.397.696 (fonte Guerre & Pace, Settembre
1997) che è quello attribuito al governo statunitense nel 1995 per il brevetto
con cui si registrava la sequenza del DNA di un indigeno di una tribù montana
della Nuova Guinea, costituita da circa 200 individui. Il povero indigeno,
ovviamente non informato della cosa, non era più esclusivo proprietario del suo
codice genetico. Questo evento paradossale pone un problema: è possibile - da
parte di chi ha i mezzi per farlo - aggiudicarsi, semplicemente comprando o
registrando un brevetto, la biodiversità.
3.9. Impatto ambientale della manipolazione genetica.
Il DNA non ha più segreti, e questo rappresenta una conquista straordinaria per
la comprensione dei complessi rapporti che intercorrono tra l’uomo e l’ambiente,
ma solo se le conoscenze verranno spese per il miglioramento complessivo della
qualità della vita.
Esiste invece un problema legato anche alla comprensione dell’impatto ambientale
delle sperimentazioni in ingegneria genetica e per il quale occorre una
riflessione.
E’ un dato scientificamente acquisito che il meccanismo di duplicazione del DNA
è - ed ancora di più lo è man mano che si sale nella scala evolutiva - talmente
perfetto da non essere rilevanti, ai fini evolutivi, le differenze che
intercorrono tra soggetti che non fanno ricorso ai normali meccanismi di
incremento della variabilità genetica (la riproduzione sessuale o altri
meccanismi sostitutivi di essa). Un dato importante, a conferma di questo, ci
viene dato dall’osservazione dalle numerose specie che si sono estinte per
l’accumulo di mutazioni negative nello stesso ceppo, a causa del blocco
(naturale o indotto, ad esempio, dalle pressioni antropiche) di questi
meccanismi di "assicurazione" della variabilità genetica. L’introduzione di
tecnologie di ingegneria genetica, in sostituzione dei normali criteri di
ibridazione che avvengono in natura, è, come abbiamo visto, generalmente
appannaggio esclusivo delle grandi multinazionali. Queste hanno tutto
l’interesse a che la variabilità genetica in seno ad una stessa specie di un
qualche interesse economico sparisca, per essere, in una condizione di
monopolio, gli unici proprietari di patrimoni genetici da smerciare a prezzi
ricattatori. In particolare, come è già accaduto per molte specie vegetali,
l’immissione di specie ibride (piante a sviluppo rapido per colture a grande
produzione, ad esempio), ottenute con processi di manipolazione genetica, ha
spesso indotto, per evitare reincroci e quindi inquinamenti genetici, ad
eliminare le specie endemiche, diminuendo la possibilità di variazione genetica.
Le piante frutto delle esperienze di ingegneria genetica hanno un corredo genico
estremamente standardizzato e tenuto rigorosamente sotto controllo, proprio per
garantire il massimo della produttività e di dipendenza dei coltivatori dal
detentore dei brevetti. Le piante endemiche o semplicemente autoctone, sono
invece il frutto di una selezione naturale vecchia di millenni ed hanno quindi
un vasto campionario intraspecifico di mutazioni geniche che codificano per
diversi caratteri. In caso di modificazioni traumatiche dell’ambiente, sia di
origine naturale, sia indotte dall’uomo, le specie naturali posseggono una
varietà genetica nel cui ambito è possibile ritrovare caratteri in grado di
resistervi. Stesso ragionamento per quanto riguarda agenti patogeni o
tossinfezioni. Un patogeno che colpisce una coltivazione di piante transgeniche
senza caratteri utili a resistervi, può determinarne la distruzione totale dei
raccolti. Nel ceppo vegetale naturale, il pool genico potrebbe invece contenere
caratteri utili a resistere all'infezione. Allontanandolo per sostituirlo con
uno frutto di ingegneria genetica e dotato di scarsissima variabilità genica,
rende quindi problematico ricostruire in tempi brevi la piantagione.
Uno degli aspetti più nuovi collegati alle esperienze di manipolazione genetica
e di ingegneria genetica è da riferire alle nuove frontiere aperte dalla
clonazione. Tralasciamo gli aspetti sul controllo della sperimentazione e dei
suoi risultati, cui abbiamo già fatto cenno, e cerchiamo di comprendere, sia
pure sommariamente, in cosa consiste la clonazione di un soggetto animale o
vegetale. Nel caso di Dolly, che è il clone ormai più famoso, la sua nascita è
stata possibile grazie al trapianto del materiale genetico di una pecora femmina
della razza Welsh mountain (caratterizzata da una folta lana bianca) nell’utero
di una pecora Scottish Blackface (con lana nera). La seconda ha concluso
felicemente la sua gravidanza, dando alla luce una copia esatta della prima, sia
per aspetto (fatte salve le evidenti differenze dovute all’età), sia per la
completa corrispondenza del materiale genetico. Dolly non ha cioè un padre ma
due madri. In futuro sarà possibile ottenere una produzione in serie di questi
cloni, "aggiustando" il materiale genetico attraverso esperienze di ingegneria
molecolare per ottenere pecore, vacche o altri animali d’allevamento ad alto
rendimento. Se si prospetta la diffusione su larga scala dei meccanismi di
clonazione, si può ipotizzare che tutte le specie bovine (ad esempio) siano
soppiantate da un unico ceppo frutto di clonazione e posto nell’incapacità di
mutare il proprio codice genetico (produzione in catena di montaggio di
individui tutti uguali). Una qualsiasi patologia cui il ceppo risultasse non
resistente, o l’introduzione in un ambiente non idoneo (ad esempio per ragioni
climatiche), potrebbe sterminare molti individui, mettendo in ginocchio le
economie di mezzo mondo. Tutto questo può accadere sino a quando gli interessi
degli sperimentatori concideranno con quelli delle multinazionali proprietarie
dei brevetti. Alcuni esempi possono chiarire meglio questi concetti. In
Australia furono immessi conigli che, vincendo la competizione per
l’alimentazione con le specie che occupavano la loro stessa nicchia ecologica (i
canguri), hanno rischiato di provocarne l’estinzione oltre a determinare danni
consistenti ai raccolti. Si intervenne allora con un agente patogeno che decimò
i conigli ma non riuscì ad ucciderli tutti proprio perché, grazie alla
riproduzione sessuale che aumenta la variabilità genetica, si selezionarono
naturalmente ceppi resistenti. Ceppi non naturali o ottenuti mediante semplice
clonazione non avrebbero avuto difese contro l’agente patogeno e si sarebbero
totalmente estinti. L’impatto negativo senza che vi sia un controllo democratico
e razionale a monte sull’applicazione delle biotecnologie e sullo studio delle
sue possibili conseguenze, è testimoniato anche nella diffusione della mucca
olandese nelle aree siciliane in cui originariamente era allevata la mucca rossa
modicana. Una differenza tra le due specie è nella qualità del latte: di elevata
qualità organolettica ma molto meno abbondante quello della mucca autoctona,
mentre le olandesi ne producevano molto di più ma meno pregiata. Si privilegiò
l’allevamento di quest’ultima e la rossa modicana è ormai in pericolo
d’estinzione. I giochi di potere tra gli stati della Comunità europea ha poi
imposto "le quote latte", per cui, nel territorio della provincia di Ragusa,
(dove la mucca modicana era autoctona) si è finito con l’avere latte di qualità
meno pregiata ed in quantità forzatamente tenute basse. Ma c’è di più: la mucca
rossa modicana era perfettamente compatibile con la qualità del foraggio
naturalmente a disposizione nell’area (ad esempio riusciva a mangiare le foglie
più basse degli alberi di carrubo) ed era abituata al clima arido del tavolato
ibleo in cui viveva; la razza olandese invece era stata selezionata in
condizioni totalmente diverse e richiedeva cure aggiuntive che, in una fase di
stock di produzione controllato, non possono essere garantite con conseguenze
che si possono immaginare sul livello della produzione. Adesso si tenta di
correre ai ripari con un piano di recupero e salvaguardia della razza modicana.
La produzione agro-pastorale su scala industriale, senza un rapporto stretto tra
ciò che si coltiva e il territorio in cui vengono ubicate le coltivazioni, con
le sue realtà ambientali, economiche e sociali, può creare situazioni
catastrofiche che soltanto il cinismo di chi detiene il controllo sui mezzi di
produzione può ignorare.
La "rivoluzione verde", che doveva dare risposte concrete alla grave crisi
alimentare ed economica indiana, non ha affatto dato i risultati sperati. Il suo
avvio in India risale ai primi anni ’70 con l’introduzione su terre idonee di
sementi ad alto rendimento, fertilizzanti e tecnologie meccaniche per
l’agricoltura, avanzate. Dopo un boom iniziale, la crescita della produzione si
è stabilizzata su standard non superiori a quelli pre-rivoluzione verde. Ad
esempio la crescita annuale media del riso nel periodo della rivoluzione verde
(1974 - 1984) era attestata intorno al 2,46%. Nel periodo tra il 1949 e il 1961
era del 2,72%. Per il grano la situazione non migliora di molto. Inoltre la
possibilità di estendere l’esperienza si è fermata, per evidente incompatibilità
tra le sementi adottate e particolari tipi di suolo più povero, ad un quinto
solo dell’intero territorio coltivabile del paese, acuendo le contraddizioni in
una realtà dove le differenze di produttività tra un’area e l’altra, erano già
elevatissime. Le cause di questo deludente risultato sono da ricercare, per una
buona dose, nell’eccessivo uso dell’ingegneria genetica che, se da un lato
permette di migliorare i metodi di coltivazione, dall’altro contribuisce ad
un’elevata selezione delle piante che popolano l’ambiente, impoverendo in modo
irreversibile la biodiversità. La "rivoluzione verde" ha infatti lo scopo
precipuo di tentare di connettere una realtà alle economie di scala e viene
quindi realizzata con estese piantagioni monocolturali, da cui vengono asportate
le piante endemiche. Le vaste monocolture sono poi estremamente sensibili agli
agenti patogeni cui invece le specie autoctone erano sicuramente meglio adattate
per i meccanismi già descritti.
Quello delle monocolture su aree molto vaste è un problema strettamente connesso
all’ingegneria genetica applicata in agricoltura. Lo sviluppo tecnologico nel
campo delle macchine agricole e della manipolazione genetica, tende a sostituire
la manodopera umana per consentire l’incremento del plusvalore. Piuttosto che
adattare le macchine alle coltivazioni si cerca di introdurre piante che abbiano
tutte la stessa altezza e la stessa produttività e questo si ottiene tramite
l’utilizzo di ceppi transgenici a crescita controllata e sterili, per evitare il
reincrocio con specie autoctone che ne modificherebbero le caratteristiche. La
meccanizzazione degli impianti, lungi dall’essere stata concepita per affrancare
l’uomo dal lavoro duro dei campi, ha un effetto negativo devastante
sull’ambiente
3.10. La biodiversità.
Proprio questi meccanismi hanno prodotto la perdita di specie e, quindi, la
riduzione della biodiversità.
Per diversità biologica si intende la varietà delle forme di vita, l’esistenza e
la conoscenza delle quali si misura nella nostra capacità di prevedere gli
effetti sull’ecosistema della sottrazione di specie animali o vegetali. La sua
conservazione è, quindi, l’assicurazione per le future generazioni di non dovere
fare i conti con modificazioni catastrofiche dell’ambiente. La perdita della
biodiversità si manifesta sotto forma di erosione del patrimonio genetico, cioè
con il prelievo irreversibile dagli ecosistemi delle informazioni contenute nel
DNA delle specie che si sono estinte: è, in sintesi, la restrizione sino
all’annullamento (estinzione) della complessità, in seguito a pressioni indotte,
direttamente o indirettamente, dalle attività umane. Minore è la quantità di
patrimonio genetico delle specie presenti in un dato ecosistema, minore sarà la
possibilità che questo ha di sopravvivere a variazioni anche minime prodotte da
stress ambientali (naturali o derivanti da pressioni antropiche). A determinare
la scomparsa di specie non vi è soltanto l’inquinamento o la caccia o, ancora,
lo stravolgimento delle condizioni geologiche di un ambiente a causa di
persistenti attività umane (cementificazione selvaggia, estrazione, emungimento
della falda, allagamenti indotti con la costruzione di dighe, sbancamenti ecc.),
ma anche l’utilizzo incontrollato delle biotecnologie per l’introduzione di
nuovi ceppi vegetali o animali, selezionati ed introdotti in ecosistemi dove
entrano in competizione ecologica con le specie naturali. La strategia
perseguita, anche in questo caso alla ricerca della massimizzazione del profitto
nel breve periodo (per avere pomodori più grossi e rossi, frutta senza semi o
piante che fioriscono più volte in un anno...), è simile a quello del cane che
si morde la coda: se da una parte si tende, infatti, ad ottenere prodotti sempre
migliori attraverso le tecnologie di selezione, dall’altro si eliminano le
materie prime per gli incroci selettivi, cioè quelle specie naturali - o
selezionate dalle arti empiriche di contadini e pastori di un tempo - che sono
dotate di maggiore malleabilità genetica e, quindi, di maggiori capacità di
adattamento alle trasformazioni ambientali delle specie derivate dalle moderne
biotecnologie.
Il problema si complica ulteriormente se si fa riferimento all’estinzione di
specie naturali (soprattutto vegetali) nei P.V.S. Qui la perdita della
biodiversità si realizza principalmente con l’estensione delle monocolture, dei
pascoli e del prelievo di legname a danno delle foreste (le fonti primarie della
biodiversità). Le sementi dei vegetali i cui habitat naturali sono stati
distrutti, vengono poi conservati per gli innesti selettivi nelle grandi banche
del seme dell’occidente, rimanendo quindi ad esclusiva disposizione delle grandi
potenze industrializzate e ponendo i P.V.S. in una condizione di ricatto
permanente e di dipendenza assoluta dalle biotecnologie occidentali. Si innesca
cioè un mercato perverso del materiale genetico che svantaggerà i paesi in via
di sviluppo, non dotati delle necessarie biotecnologie, reperibili soltanto ai
prezzi imposti da un mercato drogato dai monopoli.
La complessità biologica è quindi in pericolo, la semplificazione è morte ed è
tragicamente in agguato. Essa ha delle manifestazioni eclatanti: il taglio di
una foresta, il buco nell’ozono, l’effetto serra, ma più subdola ancora è quando
non è immediatamente percettibile: L’80% dell’ossigeno contenuto nell’atmosfera,
ad esempio, è il prodotto dell’attività fotosintetica del fitoplancton, la cui
biomassa rischia di ridursi pericolosamente a causa dell’inquinamento delle
acque.
3.11 Una prospettiva nella consapevolezza.
Il quadro prospettato può essere interpretato come disarmante ma tanto più si
manifesta l’irrazionale atteggiamento umano se si valuta che ulteriori progressi
della scienza (di cui ribadisco la necessità di una riconquista di indipendenza
dal potere economico) metteranno in luce altri fattori di crisi.
La strada per affrontare questi temi è tracciata ma occorre uno sforzo
straordinario senza preconcetti ed il rilancio di un interscambio costante tra
donna-uomo, specie umana-natura, scienza-natura, vita-morte. In verità oggi
assistiamo piuttosto ad una consapevolezza, anche se marginale, dell’importanza
di queste questioni, ma il modo con cui le affrontano, donne, uomini,
ambientalisti, in ordine sparso contro lo stesso obiettivo classista, rasenta
l’ottusità, diventa organico ad una concezione borghese della vertenza,
corporativizza le lotte e le vanifica nei mille meandri della parcellizzazione.
Capitolo 4
Energia e ambiente; Il dualismo città/campagna
4.1. L’impatto ambientale del modo di produzione dell’energia.
Nelle condizioni attuali, l’elemento che sembra maggiormente decisivo nel
determinare modificazioni traumatiche sull’ambiente e, quindi, il suo
allontanamento dalle condizioni di equilibrio naturale, è l’approvvigionamento
energetico.
Se da un lato il progresso tecnologico, cui consegue l’ottimizzazione degli
impianti, il miglioramento delle tecniche di prospezione mineraria e il processo
di dematerializzazione delle merci, sembrano aver allontanato, almeno per il
momento, lo spettro dell’esaurimento delle risorse naturali, dall’altro si
profila come unica risorsa assolutamente scarsa l’energia, la cui produzione
deve fare i conti anche con l’impatto ambientale negativo dei meccanismi
utilizzati per la sua produzione.
La questione energetica riguarda molteplici aspetti tra i quali i più importanti
sono:
a) l’impatto negativo sull’ambiente dei modi di produzione dell’energia;
b) l’aumento di entropia;
c) i modi di organizzazione sociale e le dinamiche internazionali conseguenti al
tipo di approvigionamento energetico prescelto.
Allo stato attuale esistono due modi principali di produzione di energia, quello
che utilizza combustibili fossili e quello legato alla fissione nucleare. E’
abbastanza scontato rimarcare come entrambi i modelli nascondano, insiti nella
propria natura, i rischi di una contaminazione dell’ambiente naturale, con
fenomeni di inquinamento variabili in relazione alla tipologia dell’impianto. Le
ricadute negative sull’ambiente sono amplificate in relazione alla
delocalizzazione degli impianti rispetto alla provenienza delle materie prime
che li alimentano. Trasportare, ad esempio, petrolio dal Golfo Persico in Italia
produce un impatto ambientale negativo.
4.2. Energia e processi vitali ed ecologici.
L’energia non è soltanto funzionale ai sistemi economici ed al modo di
produzione, ma anche alla vita stessa. La comparsa delle prime forme viventi
sulla Terra e la loro evoluzione, sono state determinate dalla radiazione
solare, prima fonte energetica per tutte quelle reazioni chimiche che, circa 3
milioni di anni fa, determinarono la formazione, nel brodo primordiale, delle
prime molecole organiche complesse e dei primi aggregati macromolecolari (coacervati)
progenitori degli esseri viventi. Le spoglie degli organismi morti vengono
decomposte e, nel corso delle ere geologiche, la loro materia organica, che
conserva l'energia solare accumulata in vita sotto forma di legami chimici, si
trasforma in carbone, petrolio, gas naturale, divenendo fonte primaria di
energia per i sistemi produttivi industriali più diffusi.
Anche l’energia idroelettrica è secondaria rispetto a quella solare perché il
ciclo dell’acqua, così come i venti, si realizza comunque per effetto della
irradiazione solare.
L’energia solare, così come tutte le altre fonti di energia, è soggetta alle
Leggi della Termodinamica: la prima afferma che l’energia né si crea né si
distrugge ma soltanto si trasforma; la seconda afferma che durante questa
trasformazione una parte dell’energia viene irrimediabilmente perduta sotto
forma di "entropia" (Clausius). Queste due leggi possono essere lette in chiave
ecologica affermando che gli organismi vegetali trasformano l’energia solare in
energia chimica di legame per mezzo della "fotosintesi clorofilliana"; l’energia
chimica di legame viene poi liberata nell’espletamento delle funzioni
metaboliche degli organismi viventi, venendo in parte trasformata in calore. A
partire dagli organismi vegetali, che immagazzinano nei loro tessuti, in forma
di molecole complesse, l’energia solare, è possibile delineare il passaggio di
energia da un livello trofico all’altro attraverso la catena alimentare:
al primo posto della rete trofica sono allocati i produttori primari (vegetali,
batteri fotosintetizzanti, alghe blu...);
il secondo livello trofico è occupato dai consumatori primari, organismi animali
che si nutrono esclusivamente degli esseri viventi appartenenti al primo
(erbivori);
il terzo livello trofico compete ai consumatori secondari (carnivori), ed il
quarto agli esseri viventi onnivori, tra cui la specie umana. Delocalizzati
rispetto a questa scala, stanno gli organismi decompositori che si nutrono delle
spoglie morte degli altri organismi, a prescindere dal livello trofico in cui
sono collocati.
La perdita di energia che si ha quando si passa da un livello trofico a quello
successivo è altissima: in realtà soltanto un decimo della biomassa di un
livello trofico può essere utilizzata dal successivo per ricavarne energia.
L’energia che rimane nella biomassa non utilizzata, non viene perduta, ma il suo
bilancio complessivo deve rimanere costante. Essa si trasforma in una forma
degradata, cioé nella condizione di non potere essere utilizzata per produrre un
lavoro metabolico, ed in materia decomposta a basso contenuto entropico.
4.3. L’entropia.
La tendenza dell’energia a "degradarsi" viene definita da una grandezza fisica,
l’entropia, che è inversamente proporzionale alla quantità di energia "pregiata"
disponibile, cioé utilizzabile per un lavoro. L’entropia viene anche definita
come misura del disordine perché definisce la propensione delle energie pregiate
a raggiungere la forma termica ovvero la condizione massima di energia cinetica,
cioè con il massimo del movimento caotico - quindi disordinato - delle
particelle. I processi naturali tendono spontaneamente a raggiungere il massimo
grado di entropia cioé di disordine. Ma gli esseri viventi vivono condizioni di
bassa entropia perché riescono a canalizzare l’energia pregiata proveniente dal
sole, liberando calore ed aumentando l’entropia del sistema esterno. Tutti i
sistemi viventi isolati (piante, animali...) e organizzati (un bosco, un lago,
un fiume, il mare...)così come i sistemi economici e gli aggregati umani
(villaggi, città, fabbriche...), tendono a dissipare energia e quindi ad
aumentare l’entropia complessiva del sistema. Per mantenersi a bassa entropia e
poter continuare ad esistere hanno, quindi, la necessità di un apporto continuo
di energia pregiata. La stessa Terra nel suo complesso può essere considerata un
sistema dissipativo, mantenuto in vita, e perciò a bassa entropia, dal continuo
afflusso di energia proveniente dal sole. La differenza sostanziale tra i
sistemi dissipativi naturali e quelli umani è nell’utilizzo quasi esclusivo, da
parte dei primi, di energia solare e, per i secondi, di materia a bassa
entropia. I sistemi dissipativi umani, quindi, non soltanto producono alta
entropia, ma distruggono per continuare ad esistere, quantità sempre più alte di
materia a bassa entropia divenendo, cioè, dissipativi due volte.
4.4 La produzione di energia nella transizione
Karl Marx scriveva in Il Capitale, vol. 1, cap. 5, "il lavoro è un processo che
si volge fra l’uomo e la natura, nel quale l’uomo, per mezzo della propria
azione media, regola, controlla il ricambio organico fra se stesso e la natura;
contrappone se stesso, quale una fra le potenze della natura. Egli mette in moto
le forze naturali appartenenti alla sua corporeità, braccia e gambe, mani e
testa, per appropriarsi dei materiali della natura in forma usabile per la
propria vita. Operando mediante tale moto sulla natura fuori di sé e
cambiandola, egli cambia allo stesso tempo la natura sua propria. Sviluppa le
facoltà che in questa sono assopite ed assoggetta il gioco delle loro forze al
proprio potere".
L’uomo preistorico poteva contare, per le sue esigenze, unicamente sull’energia
muscolare, alimentata attraverso il cibo. La scoperta del fuoco determinò un
salto culturale enorme che non ha più avuto paragoni nella storia umana. Con il
fuoco l’uomo iniziò a provvedere al riscaldamento degli ambienti presso cui
viveva, a cucinare il cibo migliorandone la digeribilità, ad estrarre dalle
rocce i metalli, passando, quindi, dall’età della pietra a quella del bronzo e a
quella del ferro. L’uomo utilizzava il fuoco anche per la caccia, incendiando i
boschi per canalizzare la fuga delle sue prede. Sin dal primo utilizzo di una
fonte energetica egli determinò, cioé, un impatto ambientale negativo delle sue
attività. Al periodo di apprendistato nella gestione del fuoco, seguì quello di
una comunità umana organizzata socialmente in modo più definito. Iniziarono le
prime forme di agricoltura e l’allevamento di animali che, oltre a fornire cibo,
garantivano, con la loro forza muscolare, anche un nuova fonte energetica
(l’"animale-macchina" di Cartesio).
Sino alla Rivoluzione Industriale, le fonti energetiche dell’uomo non erano
cambiate di molto e rimanevano comunque tutte rinnovabili, dall’energia
muscolare umana ed animale, alla combustione con legna, dallo sfruttamento con
ruote e mulini della caduta gravitativa dell’acqua, alla forza del vento che
alimentava le vele delle navi e le pale dei mulini a vento. La vera rivoluzione
fu nel 1769 con l’introduzione della macchina a vapore di Watts, in grado di
scatenare un’energia, per quel periodo storico, sorprendente. I combustibili
fossili con cui era alimentata erano disponibili un po’ ovunque in gran
quantità, potevano facilmente essere trasportati e non era necessario attendere
che si rigenerassero. L’enorme energia pregiata potenziale che contenevano,
iniziava così ad essere dissipata nella forma degradata del calore. Una maggiore
quantità di energia disponibile poteva essere utilizzata per trasportare ed
estrarre dalle viscere della terra ancor più combustibili fossili (carbone), che
servivano ad alimentare la spaventosa mole di processi produttivi, nati in
seguito a quella improvvisa ed immensa disponibilità energetica. L’invenzione
del generatore elettrico, alla fine del secolo scorso, consentì di disporre di
energia facilmente trasferibile, che contribuì a dare ulteriore slancio a nuovi
processi produttivi. L’uomo iniziò, quindi, a trasformare, con rapidità sempre
crescente, quello che la natura aveva immagazinato in forme a bassa entropia nel
corso di milioni di anni, aumentando la quantità di disordine del sistema Terra.
In più, la soppressione di condizioni di naturalità di pezzi sempre più estesi
del pianeta, restringeva l’area in cui poteva realizzarsi la produzione di
materia a bassa entropia.
Ragionare solo sulla produzione dell’energia non è sufficiente. L’energia
prodotta serve infatti a mantenere in vita la produzione di merci che, nelle
società a capitalismo avanzato, è altamente energivora, consuma cioè alte
quantità di energia. "Ho ritenuto in passato, e ancora ritengo, che la legge
dell’entropia sia la radice profonda della scarsità economica: in un mondo in
cui non vigesse tale legge sarebbe possibile utilizzare tutta l’energia,
compresa quella del ghiaccio delle calotte polari, trasformandola in lavoro
meccanico, e gli oggetti materiali non si consumerebbero; ma certamente non
esisterebbe neppure la vita. Nel nostro mondo, tutto ciò che per noi ha una
certa utilità è costituito da bassa entropia, ed è per questo che il processo
economico è entropico in tutte le sue fibre materiali" (Geogescu-Roegen). Ogni
qualvolta una materia prima a bassa entropia viene inserita in un processo
produttivo, essa viene trasformata in merci, ad entropia ancora bassa ma che
tende ad aumentare con la loro usura, ed in rifiuti ad alta entropia. I processi
produttivi aumentano cioè l’entropia complessiva oltre i limiti sopportabili. I
meccanismi naturali riescono a mantenere bassa l’entropia del sistema, ma
occorrono millenni se non milioni di anni perché si realizzino. I meccanismi di
produzione industriale consumano, invece, in pochi istanti ciò che la natura ha
fatto in moltissimi secoli, contribuendo ad aumentare l’entropia complessiva del
sistema Terra. L’entropia che questo sistema può sopportare, non deve mai essere
tanto alta da superare il valore >1 nel suo rapporto con la negaentropia, cioè
la misura dell’ordine.
Non ha nessun senso ragionare in termini di "cambio di rotta" verso energie
cosiddette alternative, se non si modificano anche gli obiettivi dei processi
produttivi. Limitare la produzione di merci ad utilità bassa e individuale,
privilegiando merci che soddisfino i bisogni collettivi, può allontanare lo
spettro di una modificazione traumatica di questo rapporto, le cui conseguenze
sarebbero spaventose. In altre parole "non esiste un problema energetico, perché
di energia è possibile averne più di quanto il nostro pianeta riesca a
sopportarne; esiste invece un problema entropico, perché l’inquinamento generale
e complessivo causato dagli esorbitanti consumi energetici è ormai tale da far
temere una crisi generale economico-ecologica irreversibile" (G. Amata, S.
Notarrigo, Energia e ambiente, una ridefinizione della teoria economica,
C.U.E.C.M., Catania, 1987).
4.5. Le dinamiche sociali ed internazionali
Fermo restando che il modo di produzione captalistico ha come obiettivo la
produzione di merci, prescindendo dalla loro utilità sociale, l’unica ragione
per cui viene privilegiata una certa modalità di approvigionamento energetico,
piuttosto che un’altra, è legata anche a "convenienze" di natura sociale e
politica oltreché economica.
Molti paesi occidentali, Stati Uniti in testa, praticano ad esempio politiche di
approvvigionamento energetico rivolgendosi ai P.V.S. per le materie prime, pur
avendone a disposizione una grandissima quantità. Con questo sistema si
garantiscono un controllo politico ed economico di tipo imperialista sui paesi
non industrializzati ma in possesso di ampi giacimenti di combustibili fossili,
controllando contemporaneamente anche i flussi energetici dei paesi
economicamente concorrenti. Ma, in aggiunta, si garantiscono una riserva
consistente del loro patrimonio di risorse naturali che, nell’evidenza della
finibilità delle risorse dei P.V.S., sarà utile per salvaguardare un’egemonia
imperialista per un periodo ancora molto lungo, in un quadro di garanzia per la
forma della propria sovrastruttura interna.
Sulla scorta di queste considerazioni venne proposta anche una suddivisione
della Terra in quattro mondi così articolati: il Primo Mondo era composto da
quei paesi, come USA e URSS che possedevano sia tecniche di trasformazione
avanzate, sia abbondanti giacimenti di materie prime; del Secondo Mondo erano
parte quei paesi, come l’Italia e il Giappone, che, pur in possesso di un buon
apparato produttivo e tecnologico, non disponevano però di giacimenti di materie
prime; erano paesi del Terzo Mondo quelli sprovvisti di un adeguato sviluppo
tecnologico industriale ma ricchi di risorse naturali (paesi Arabi, Sudafrica,
India...); infine erano paesi del Quarto Mondo, quelli privi sia di una
qualsiasi forma di sviluppo industriale, sia di risorse naturali. Questa
suddivisione, ancora oggi utilizzata, alla luce dei nuovi equilibri
internazionali mostra tutta la sua vacuità. Ipotizzare una sorta di impero
USA-URSS, ormai è puro delirio, così come non ha senso parlare di paesi del
Quarto Mondo come privi di risorse perché, le politiche imperialiste dei paesi
occidentali fruiscono a piene mani, con uno sfruttamento bestiale, della
manodopera a basso costo che vi si può reperire.
Tuttavia, fatte salve alcune valutazioni oggettive sul complicarsi dei rapporti
Nord-Sud, alla ricerca di un controllo sulle fonti energetiche, val la pena
sottolineare come il modo con cui si sono realizzati i processi di
approvvigionamento energetico sono organici all’affermazione di una logica di
gestione assolutista della società, anche all'interno dei paesi
industrializzati. E’ facile rendersi conto della correlazione diretta tra le
scelte politiche dei governi e le strategie economiche delle multinazionali
dell’energia. Basti pensare alla capacità di mobilitare un esercito ed un
armamento senza precedenti nella storia dell’uomo, per il controllo dei flussi
di energia, in occasione della Guerra del Golfo. Il costo di quella operazione
non ammette che vi siano concessioni al ripensamento dei meccanismi di
produzione energetica e nell’indirizzare i consumi verso il petrolio e, più in
generale, verso i combustibili fossili: occorre infatti ammortizzare gli enormi
costi di quella missione.
La dipendenza energetica dei paesi dalle multinazionali dell’energia è il mezzo
di controllo e di ricatto più formidabile che esista. Non si può ritenere
plausibile nessun tentativo che miri ad un ribaltamento dei rapporti di forza
che non parta da questa constatazione.
La produzione di energia avviene oggi in centrali enormi soggette al controllo
di una borghesia tecnocratica che attraverso di esse esercita il suo dominio di
classe non consentendo il decentramento (per l’ovvia difficoltà ad assicurare
approvvigionamenti energetici alle "periferie", a partire dagli impianti a
combustione o nucleari) e determinando il drammatico abbandono della campagna
(che peraltro, per quanto già detto, viene abbandonata per la meccanizzazione
della produzione). Coerentemente con questa visione assolutista e totalitaria
dell’approvvigionamento energetico si sviluppano strategie di ricerca soltanto
in alcuni campi: ottimizzazione degli impianti di combustione, sfruttamento
dell’energia idrica nei fiumi con la costruzione di gigantesche dighe e il
nucleare, bandito dall’Italia, ma su cui continua la sperimentazione in tutto il
mondo. In questa fase, non ha alcun riscontro un’ipotesi di produzione di
energia a partire da radiazioni solari, energia eolica e maree. Le ragioni di
queste scelte sono di duplice natura: la prima è, ovviamente, non deprivare le
multinazionali del potere coercitivo sulla popolazione mondiale, esercitato con
il controllo monopolistico dei combustibili fossili e garantito dal sostegno
politico dei governi occidentali (quasi sempre espressione delle stesse
multinazionali) e delle borghesie rapaci (o dei militari) che controllano i PVS;
la seconda opposizione allo sviluppo della ricerca scientifica nel campo delle
energie alternative, è tutta interna alla tipologia degli impianti che, per
propria natura, devono essere il più possibile decentrati, potenzialmente
funzionali, cioè, ad uno smantellamento delle megalopoli e, quindi, fattori di
crisi per la sovrastruttura centralizzata che trova legittimazione nel modo di
aggregazione delle grandi città. Gli impianti ad energia solare richiedono
grandi spazi per la loro messa in opera e quindi sono idonei per piccoli
aggregati sociali, come potrebbero essere le comunità rurali. Rivolgersi a
questa tipologia energetica significa in pratica riproporre un modello
organizzativo della società che rimetta completamente in discussione gli
equilibri interni alla sovrastruttura, quelli internazionali, le regole
economiche e i rapporti sociali e, in parte, anche i rapporti di produzione.
L’energia solare giunge infatti su tutto il pianeta in modo relativamente
uniforme, con una maggiore irradiazione, semmai, in quei paesi del Sud del mondo
che devono la loro condizione di sottoviluppo al modo con cui si è realizzato,
da parte dell’imperialismo occidentale, lo sfruttamento delle materie prime di
cui dispongono. Gli impianti di energia non possono essere delocalizzati
rispetto all’irradiazione e non hanno alcuna conseguenza diretta sull’ambiente
perché, in ogni caso, le radiazioni solari giungono sulla Terra in quantità
enormemente più alta di quelle che possono essere utilizzate, e comunque il loro
destino complessivo è segnato. Le sue applicazioni sono innumerevoli perché può
fornire calore per riscaldare acqua ed ambienti, può essere trasformata in
energia elettrica tramite cellule fotovoltaiche e può alimentare piccoli mezzi
di trasporto. E tutto questo ad un livello di perfezionamento degli impianti
ancora molto basso. Il suo sfruttamento avrebbe il senso di un’emancipazione da
parte dei paesi del Sud del mondo dalle tecnologie di produzione dell’energia
mutuati da quelli del Nord e della campagna, dalla città.
I paesi del Nord si arricchiscono saccheggiando brutalmente materie prime ai
paesi del Sud che rimangono quindi in un deficit di sviluppo mantenuto dagli
attuali meccanismi di produzione dell’energia. Poi l’energia ricavata dalle
materie prime saccheggiate, viene utilizzata al Nord per la fabbricazione di
merci spesso di bassissima utilità sociale, mentre al Sud non vengono
soddisfatte nemmeno le necessità vitali.
La tendenza attuale non pone affatto la questione di un’inversione di rotta, al
contrario, le ricerche scientifiche sull’approvvigionamento energetico hanno
oggi una nuova chimera, la fusione nucleare. Lungi dall’essere realizzata,
ancora in fase di sperimentazione - senza sicurezza del risultato finale -,
questa forma di produzione di energia ha sottratto risorse spaventose alla
ricerca nel campo delle energie alternative. Ma nasconde un’ulteriore elemento
di perversione: l’impianto tipo previsto è di tali dimensioni e dovrebbe
produrre una tal quantità di energia da lasciar suppore una subordinazione
totale di tutta la società ai tecnocrati che lo fanno funzionare. Il quadro è di
tipo orwelliano, inquietante e paradossale nel contempo.
Certo, occorre sottolineare ancora una volta, come non sia sufficiente delineare
il modo alternativo di produzione energetica, perché, comunque, il modo di
produzione capitalistico si indirizza sempre verso la produzione di merci a basa
utilità sociale, altamente energivore, quindi, a contenuto entropico alto,
prescindendo dal modo con cui viene ricavata energia. Cioè, non ha senso parlare
di energia solare, o eolica, a limitato impatto ambientale, se poi questa stessa
energia viene utilizzata per alimentare processi produttivi che la degradano.
4.6. Il dualismo città/campagna.
La scelta del modo di produzione dell’energia va inserita in un contesto più
ampio che è quello di un’accentuazione del dualismo e della distanza tra città e
campagna a tutto vantaggio della prima. Abbiamo già detto che la localizzazione
degli impianti di produzione dell’energia nelle aree industriali delle
megalopoli, produce, oltreché un impatto ambientale negativo su un territorio
limitato, di cui sono state abbondantemente superate le capacità di resilienza,
anche un abbandono della campagna. Questo ovviamente non può significare che la
campagna, con il suo potenziale di produzione di mezzi di sostentamento
alimentare, divenga improvvisamente inutile per la città. Ma piuttosto che i
flussi di materia ed energia dalla campagna alla città, impediscono, come dice
Marx, il ritorno alla terra di ciò che si è consumato e quindi il loro riciclo
naturale.
La strutturazione della città di grande dimensione ha una ragione storica nella
necessità delle classi dominanti di garantirsi, in condizioni economiche
congiunturalmente differenti, un controllo sociale verticistico sulle donne e
sugli uomini.
Secondo G. Amata (Lo sviluppo perverso, C.U.E.C.M., Catania 1992) esistono tre
grandi periodi nella storia del rapporto città campagna:
a) la nascita ed il declino della città nel mondo antico;
b) la rinascita della città artigianale tardo-medievale ed il suo assorbimento
nel modo di produzione feudale;
c) lo sviluppo della città industriale in metropoli prima ed in grande
conurbazione territoriale ai giorni d’oggi con massimo inquinamento,
devastazione ambientale e depauperamento agricolo.
Nella prima fase la città nasce come entità autonoma ed autosufficiente negli
snodi di grande traffico commerciale ed in prossimità dei luoghi di provenienza
delle materie prime pregiate che vengono lavorate e trasformate in merci negli
aggregati urbani. La sovrastruttura di queste "città-stato" risente di questa
condizione storico-economica e dei rapporti di produzione così come si
realizzano in questa fase. Esse godono di una notevole autonomia e la loro
potenza si esprime nella capacità di garantirsi un approvvigionamento
sufficiente, soprattutto nei momenti di conflitto militare, che è in relazione
con le dimensioni del territorio da esse dipendente, e nella capacità di
proteggere questo territorio con opere di fortificazione. Il tipo di impianto
urbano che si sviluppa in questa fase, a partire dalle grandi città babilonesi
ed assire, sino ai periodi di massimo splendore di Atene e Roma, consta di due
elementi fondamentali: la magnificenza dei palazzi, molto elevati ed inseriti in
un tessuto urbano con pianta ortogonale, e la possenza delle mura. Entrambi
questi fattori contribuivano a rendere autonoma la città dalla campagna,
fondandone la capacità autogenerativa sugli embrionali valori di scambio che
iniziavano a delinearsi. Avevano anche il compito di circoscrivere la
popolazione in ambiti sempre più stretti - la fabbricazione di palazzi e case a
più piani era uno degli strumenti - per consentirne una sottomissione alla
gerarchia cittadina, escludendo le attività economiche che si svolgevano
liberamente nelle campagne e determinandone il rapido declino. Una prospettiva
di controllo sulla popolazione trovava un altro utile strumento nella creazione
di spazi di aggregazione all’interno delle mura cittadine: nascevano l’Agorà, il
teatro, e a Roma, le terme, il circo ed altre strutture ricreative originali o
mutuate dall’architettura e dall’urbanistica greca o ancora precedente. Con
Atene prima e poi con Roma comincia a divenire supremo regolatore della vita
della città il valore di scambio e la campagna viene sostanzialmente colonizzata
e subordinata alle esigenze della città per alimentarne le attività commerciali.
Nel periodo di espansione del’Impero Romano, il modello viene esportato con
grande successo anche nei territori occupati e garantito da un apparato
statutario efficiente e poderoso e dal ricorso sistematico allo schiavismo come
condizione per lo sfruttamento dei territori annessi. La crisi dell’impero e,
quindi, della concezione che si era delineata della città, coincide con la crisi
del modo di produzione schiavistico e con il contemporaneo affermarsi della
"villa romana" come entità capace di rendersi autonoma dal punto di vista
produttivo, e con l’emancipazione della campagna e della provincia dalla
capitale. Si comincia a delineare, in alternativa al modo di produzione
schiavistico, quello servile, come embrione dei rapporti di produzione di epoca
feudale.
La gestione delle terre ed il loro passaggio di proprietà, era definito entro
ambiti giuridici prefissati in codici rigidi. In particolare la proprietà della
terra era legata alla proprietà degli schiavi e dei coloni. La progressiva
emancipazione degli schiavi e la nascita della popolazione rurale servile che ne
conseguì, insieme alla delocalizzazione di molte attività produttive nelle ville
dell’immensa provincia dell’impero, presso cui si stabiliva un’aristocrazia
insofferente alla vita sociale e politica decadente di Roma, spostarono in
periferia l’asse di riferimento per i valori di scambio, lasciando la capitale
non in grado di reagire ed addattarsi a questa nuova condizione. Da questo il
declino dell’ultima grande città dell’evo antico, e non certo dalla ferocia
delle invasioni barbariche, come semplicisticamente e superficialmente viene
spesso riferito
Per rivedere un "rifiorire" della città occorrerà attendere lo sviluppo delle
attività artigianali, della bottega come unità produttiva e la sconfitta della
concezione feudale che si opponeva alla crescita delle piccole attività
produttive cittadine.
Cuore del modello produttivo artigianale era il Comune presso cui si consumava
anche il conflitto con gli interessi della feudalità. Nel XII e XIII secolo le
città-stato cominciano ad aumentare la propria popolazione mentre gli artigiani
smettono la vecchia usanza di coltivare, per le proprie esigenze personali,
piccoli appezzamenti di terra, specializzandosi nella produzione di manufatti.
E’ il periodo rinascimentale che tonifica le città, modificandone l’impianto
urbano ed adattandolo alle nuove esigenze produttive, con sistemi di
fortificazioni efficaci ed un sistema viario che consentisse di raggiungere ogni
bottega in tempi brevi. Crescendo il loro potere economico, gli artigiani
iniziano ad assumere personale in forma di apprendisti, determinando una forma
inedita di sfruttamento della manodopera. Le condizioni bestiali cui sono
soggetti i lavoratori dipendenti creerà le condizioni di violenti scontri di
classe. A questi gli artigiani-padroni risponderanno con alleanze con i
feudatari che, d’altro canto, pur vivendo preferenzialmente nei loro castelli
delle campagne, e curando prevalentemente il latifondo, non avevano tutti
abbandonato le città. La nuova alleanza tra borghesia artigianale e aristocrazia
creerà una sovrastruttura che ha la sua espressione nella Signoria, nel Ducato
o, nel caso di Roma, nello Stato Pontificio. Questi nuovi poteri, sostitutivi di
quelli relativamente più partecipati dei Comuni, impediscono uno sviluppo
progressivo della città, presso cui si realizza un processo di decadenza delle
strutture urbanistiche. Un fenomeno che determina il nuovo proiettarsi degli
interessi economici verso la campagna, dove le grandi famiglie tornano a
stabilirsi, riorganizzando, tra il ‘500 e il ‘600, la vita rurale intorno a
residenze sontuose e ai vecchi castelli. Le condizioni di vita delle città,
sovraffollate e senza un adeguamento sufficiente delle infrastrutture, finiscono
per deteriorarsi, producendo il riassorbimento del modo di vivere urbano in una
nuova fase feudale.
Con l’avvento della Rivoluzione Industriale il ruolo della campagna decade
rapidamente, sostituito da un nuovo impulso all’aggregazione urbana. Il ritorno
alla città, questa volta non segue alcuna regola razionale ma si realizza in
modo convulso, anarchico, con il sorgere di vaste periferie degradate intorno ai
nuovi insediamenti industriali. Questo processo è sostenuto dalla riconversione
di ampie aree agricole a pascolo ovino, per produrre la lana necessaria alle
industrie tessili. Il valore di scambio diventa fondamentale, innescando il
processo di speculazione edilizia che fa levitare il prezzo delle case.
L’avvento dei mezzi di trasporto meccanici ingigantisce il fenomeno
dell’urbanizzazione selvaggia a discapito delle terre coltivabili e la città
acquista una fisionomia che ne denota la divisione in classi, con zone
residenziali dotate di servizi efficienti e, via via, attaverso aree intermedie,
con zone periferiche che ospitano l’armata industriale di riserva. Man mano che
questo processo si realizza e le città diventano sempre più ampie - grandi
città, metropoli, megalopoli -, le aree urbane cominciano ad accavallarsi e si
formano le grandi conurbazioni. Qui si realizzano certamente effetti devastanti
di degrado ambientale, la città produce rifiuti che riversa su se stessa e sulle
aree agricole limitrofe, ma anche fattori di degrado sociale con un’incidenza
altissima di fatti delittuosi risolti esclusivamente, da Hobbes in poi, con
l’attribuzione del monopolio assoluto della violenza allo stato. Le città
divengono luogo di tensioni sociali che la borghesia tenta di risolvere
blindando la sovrastruttura e centralizzando gli strumenti decisionali al suo
interno. Il decentramento viene guardato con sospetto dalle istituzioni borghesi
per una serie di ragioni: la prima è che un ritorno alla campagna renderebbe
autonomi molti consumatori cittadini dalle grandi reti di distribuzione e
potrebbe persino, almeno per certe merci, come le derrate alimentari, escluderli
completamente dal mercato; verrebbe a decadere la logica ricattatoria della
garanzia della protezione contro la violenza cittadina, in cambio di consenso
politico; il decentramento seguirebbe a strutture amministrative delocalizzate
con sempre maggiori poteri a discapito della sovrastruttura centrale; non
avrebbe più luogo la concentrazione di masse diseredate in grandi periferie
suburbane da sottoporre a ricatto occupazionale; aumenterebbe l’occupazione per
la necessità di decentrare alcune funzioni sociali, moltiplicandone il numero, e
quindi diminuirebbe il tasso di povertà che gli economisti liberisti ritengono
essere necessario per garantire il mercato.