Dopo l'arresto dei Lo Piccolo:
cosa cambia nella lotta a Cosa Nostra?
Cosa cambia nella lotta a Cosa Nostra dopo l’arresto dei Lo Piccolo? Passata la
giusta soddisfazione per un risultato investigativo importantissimo,
soddisfazione accresciuta dal fatto di aver ritrovato nel covo moltissimo
materiale che potrà essere utile per rafforzare indagini in corso ed aprirne di
nuove, ora la riflessione deve puntare a come non sprecare questa occasione per
dare alle cosche un colpo forse decisivo.
Innanzitutto questo arresto interrompe il consolidamento di un nuovo rapporto
con gli Stati Uniti, negli anni 80 i boss perdenti avevano dovuto rinunciare ai
loro mandamenti siciliani e riparare per lo più negli Stati Uniti: Lo Piccolo,
con il benestare di Provenzano, aveva autorizzato un loro lento rientro
nell’attività mafiosa in Sicilia e ne era stato in qualche modo un garante.
Questo tentativo di ristabilire i rapporti è legato alla necessità di tornare a
svolgere un ruolo di primo piano nel traffico internazionale delle droghe, in
particolare della cocaina, e di riproporsi come patner affidabili per attività
di riciclaggio: in tutte e due queste attività Cosa Nostra è stata nettamente
soppiantata dalla ‘ndrangheta, sia perché le cosche calabresi sono state
considerate più affidabili perché con pochi collaboratori di giustizia (i
cosiddetti “pentiti”) sia perché i clan calabresi hanno presenze in tutti i
continenti, cosa che nell’economia globalizzata di oggi è un fattore decisivo.
Ora che Lo Piccolo ed i suoi uomini sono in galera bisogna capire se questo
nuovo equilibrio potrà reggere o se, invece, si aggiungerà ai fattori di
tensione che già sono presenti per la necessità di decidere la nuova forma di
governo delle cosche siciliane. Infatti se è chiaro a tutti che ci sono almeno
tre uomini di spicco tra i vari capi latitanti, Matteo Messina Denaro, Giovanni
Nicchi e Mimmo Raccuglia, sembra molto difficile che uno di loro possa prendere
la guida delle cosche, il primo perché non appartiene alle cosche del
palermitano, gli altri due perché molto giovani. La mia impressione è che le
cosche possano avviarsi ad una scelta più simile a quella della ‘ndrangheta:
tante famiglie indipendenti che si alleano per singoli affari e che spartiscono
il territorio rigidamente, ma che condividono poco altro; come pure potrebbe
esserci un patto di ferro tra Messina Denaro ed uno dei palermitani, senza
dimenticare che uno dei figli di Riina sta per tornare in libertà.
Proprio questa situazione di difficoltà richiede che la risposta dello Stato sia
ora molto articolata, mentre deve continuare la caccia ai latitanti bisogna che
si intensifichi e diventi sistematica la caccia ai capitali mafiosi, se Lo
Piccolo poteva aspirare a diventare il nuovo capo dei capi è proprio perché
aveva il controllo delle attività più reddittizie e i contatti con i grandi
riciclatori. Senza i capitali la mafia perde proprio la possibilità di
rigenerarsi con facilità, per questo fin dall’inizio dell’attività della
Commissione Antimafia abbiamo molto insistito sulla necessità di innovare le
leggi introducendo il concetto di pericolosità dei beni e dei patrimoni mafiosi,
in modo da rendere più efficace tutto il procedimento di individuazione e di
confisca. Uno dei disegni di legge del pacchetto sicurezza ha raccolto proprio
questa richiesta e ne ha tracciato i primi punti normativi, ma noi chiediamo di
fare ancora di più: poter utilizzare per le inchieste antimafia l’anagrafe
elettronica dei conti e dei depositi, informatizzare ed incrociare tutti gli
archivi sui trasferimenti di beni, istituire una struttura unica nazionale che
si occupi della gestione dei beni dal loro sequestro fino alla destinazione ad
uso sociale.
La politica, anche sui rapporti con le istituzioni le indagini sui messaggi
trovati nel covo dei Lo Piccolo potrebbero riservare novità, deve saper
riprendere su di sé la maturità di fare scelte nette di rottura con le
collusioni, indipendentemente dalle inchieste della magistratura, sapendo
isolare chi sceglie di raccogliere consenso nelle zone grigie della società,
scelte che sono sempre coscienti perché è poco credibile che un sindaco o un
leader politico non sappia chi è il capo mafia del suo paese. Su questo la
Commissione Antimafia ha anche elaborato un codice per le candidature alle
ultime elezioni amministrative e stiamo verificando la sua applicazione.
Da ultimo, ma non per importanza, c’è bisogno che le vittime, soprattutto nel
settore dell’imprenditoria, colgano questa occasione per ribellarsi e
denunciare. Molti hanno già preso questa decisione, sostenuti anche da una nuova
leva di dirigenti della Confindustria Siciliana, ma la scelta non è ancora
condivisa da tutti, ci sono ancora province della Sicilia dove non c’è una sola
denuncia per racket, ci sono molte attività imprenditoriali che preferiscono la
connivenza perché sinonimo di tranquillità.
Che il sentimento diffuso dei siciliani sia cambiato ce lo dice l’attività
preziosa che svolge AddioPizzo a Palermo, la presenza di tante attività sui beni
confiscati, la stessa reazione di soddisfazione che hanno avuto gli studenti di
Marsala quando ho potuto annunciargli lunedì mattina, praticamente in diretta,
l’arresto dei Lo Piccolo. Non dobbiamo e non possiamo deludere questa speranza.
Roma, 8 novembre 2007
Francesco Forgione
Presidente Commissione Parlamentare Antimafia