Dai Rosemberg a Mumia Abu Amal:
ovvero, quando la democrazia americana è affidata alla cure del boia
di Sergio Ricaldone
su L'ERNESTO del 31/05/2008
E’ passato più di mezzo secolo, ma quel tragico giorno di 55 anni fa rimane
indelebile nella memoria di quanti l’hanno vissuto.
19 giugno 1953, prigione di Sing Sing (New York). Sono da poco passate le 20.00,
quando Julius Rosemberg, prima, e sua moglie Ethel, subito dopo, vengono uccisi
da una scarica elettrica da 2000 volts c.c. a “nome del popolo americano”.
Straziante l’agonia di Ethel: occorsero 20 interminabili minuti e tre micidiali
scariche prima che il suo cuore si fermasse.
Difficile dimenticare quelle lunga giornata trascorsa nella vana attesa che la
mano del boia fosse fermata. La tragica vendetta degli apparati di potere contro
i Rosemberg doveva essere consumata ed avere un grande impatto simbolico: la
Casa Bianca, e i centri del potere politico erano pronti a fermare con ogni
mezzo il dilagare del comunismo nel mondo. A Milano erano le due di notte quando
a Sing Sing furono chiusi i circuiti della sedia elettrica. Come in molte altre
città europee, eravamo migliaia a presidiare ancora le vie del centro cingendo
d’assedio il consolato USA. Giovani, donne, vecchi e bambini attendevano da ore
nella vana speranza di un gesto di clemenza. Poi, un gelido cupo silenzio,
seguito da molte lacrime e carico di collera, pose fine a quella drammatica
notte.
La condanna a morte dei Rosemberg, emessa nel 1951, la sola mai pronunciata
negli Stati Uniti per spionaggio in tempo di pace, aveva sollevato una colossale
ondata di proteste in tutti gli angoli del pianeta. Milioni di cittadini,
personalità le più diverse, tra le quali Pio XII, la giovane regina
d’Inghilterra Elisabetta II, intellettuali del calibro di Aragon e Jean Paul
Sartre, attori famosi come Gerard Philippe e Brigitte Bardot, avevano firmato
petizioni per fermare la mano del boia. Invano.
Il libro dello storico francese Gerard A. Jaeger, “Les Rosemberg, la chaise
eletrique pour delit d’opinion” , pubblicato in Francia nel 2003, ci ha già
squadernato con dovizia di particolari il terrificante clima shakesperiano
dell’America maccartista negli anni cinquanta, aprendo un impietoso campo di
riflessione su quell’epoca, durante la quale furono messi a punto i piani per
scatenare una guerra contro l’Unione Sovietica. Ora, a complemento di quella
puntuale analisi storica, si è aggiunto un libro un po’ speciale dal titolo
inequivocabile: “Quando il governo decise di assassinare mio padre e mia madre”,
edito a cura dell’editore Zambon di Verona. L’autore, Robert Meeropol (il
cognome è quello della coraggiosa famiglia di comunisti che adottò i due orfani)
è il più giovane dei due figli dei coniugi Rosemberg che all’epoca - bambini
inconsapevoli - hanno dovuto assistere allo spettacolo straziante che si stava
consumando contro i loro innocenti genitori. Dunque non un libro qualsiasi, ma
l’angoscioso vissuto personale che, dopo decenni di profonda sofferenza
interiore, è stato scritto per raccontarci la storia di due ragazzi americani
resi orfani da un duplice omicidio di Stato e costretti, da un clamore mediatico
infamante, a convivere per anni con le raccapriccianti immagini dei loro
genitori consegnati nelle mani del boia dalla potente macchina repressiva
pilotata dal capo dell’FBI, Edgar Hoover. Dunque un libro da leggere in
silenzioso raccoglimento che, unitamente a quello già citato dello storico
francese Gerard A. Jaeger, concorre a fare chiarezza sugli obbiettivi di quella
folle caccia alle streghe condotta col pugno di ferro dalla destra oltranzista
americana al potere in quegli anni. Essa mirava a ripulire i centri vitali della
politica, della cultura e del mondo scientifico dalla presenza dei comunisti o
presunti tali. I dettagli su quello che avvenne in quei mesi sono agghiaccianti:
la commissione presieduta dal senatore Mc Carty usa i suoi poteri contro
chiunque manifesti idee anche vagamente di sinistra. Funzionari del Dipartimento
di Stato, giornalisti, scrittori, attori e registi di Holliwood sono inquisiti,
perseguitati e in molti casi condannati a lunghi anni di prigione per “attività
antimericane”. La caccia alle streghe non risparmia nessuno: Charlie Chaplin, il
popolare Charlot di Tempi Moderni, sceglie di abbandonare per sempre gli Stati
Uniti.
Più di mezzo secolo è trascorso ma ancora oggi la lotta per la riabilitazione
dei coniugi Rosemberg non ha sortito alcun effetto. Dubitiamo che le istituzioni
di Washington, dopo avere continuato per decenni a combattere le idee
progressiste e i movimenti di liberazione con feroce coerenza imperialista e con
i mezzi persuasivi che conosciamo, nonchè a riempire i cimiteri di comunisti (o
presunti tali) in Indonesia, Cile, Vietnam, Congo, Nicaragua, Salvador, ecc.,
possano ora riabilitare i primi due martiri della guerra fredda. Ma i Rosemberg
continuano a restare, con il loro coraggio e la composta dignità mostrata fino
al momento della scarica mortale, il simbolo dell’onore di coloro che a prezzo
della loro vita si sono battuti e si battono per un mondo di pace e di
progresso, e rimangono un onta incancellabile per le istituzioni degli Stati
Uniti che anziché riconoscere i loro crimini, continuano a commetterne di nuovi.
A lungo si sono cercate, da una parte e dall’altra, le prove dell’innocenza o
della colpevolezza di questa coppia di comunisti ebrei i cui genitori,
all’inizio del secolo,
erano sfuggiti ai pogrom antisemiti in Polonia sperando di vivere liberi nel
Nuovo Mondo. Colpevoli o innocenti? Di che cosa? Lo storico Jaeger ha il merito
essenziale di dimostrare che il solo porsi questa domanda ci porta in un vicolo
cieco poichè elude ed occulta le vere ragioni della loro condanna.
Sebbene lo si sapesse già da lungo tempo, l’apertura degli archivi dell’FBI, ha
permesso allo storico di documentare che i coniugi Rosemberg non erano
assolutamente in grado di trasmettere i segreti della fabbricazione delle armi
nucleari, ma si erano macchiati di una colpa intollerabile, erano dei comunisti.
Questi archivi hanno rivelato inoltre che, otto giorni prima del processo, il
giudice Irwing Kaufman e il capo dell’FBI Edgar Hoover, implacabili esecutori
della campagna in atto di caccia alle streghe, nel corso di un incontro al
ministero della giustizia, avevano già deciso di infliggere loro comunque la
pena di morte. Greenglass, il fratello di Ethel, anch’esso accusato di
complicità, ha riconosciuto, anni dopo in una intervista televisiva, di avere
mentito, su pressione dell’FBI, sui presunti ruoli spionistici di suo cognato e
di sua sorella in cambio dell’assoluzione di sua moglie e di una pena più
clemente per sé stesso.
Il libro di Jaeger dimostra con documenti inoppugnabili che i coniugi Rosemberg
furono messi a morte per un reato comunemente definito “delitto d’opinione”, un
reato palesemente fascista, praticamente cancellato dai moderni codici dei paesi
democratici (sia pure con qualche sconcertante eccezione). Dunque il vero
interrogativo che deve essere posto non concerne l’innocenza o la colpevolezza
dei Rosemberg, ma bensì se fosse lecito, o meglio ancora, eticamente doveroso,
da parte del governo americano, negli anni della seconda guerra mondiale,
informare l’URSS dei progressi tecnologici e militari, una pratica assolutamente
logica e normale tra scienziati e tecnici di paesi alleati, che condividendo le
loro scoperte potevano far avanzare più celermente le ricerche, acquisendo
vantaggi sul nemico comune. Tanto più che la stessa Unione Sovietica disponeva
di una equipe di fisici di primordine che da alcuni anni stavano lavorando allo
stesso progetto. E fu appunto dopo che l’URSS, nel 1949, fece esplodere la sua
prima bomba atomica che la “vandea” anticomunista americana si accorse di essere
in braghe di tela. Gli Stati Uniti avevano perso il primato e l’esclusiva e
dovettero inventarsi dei colpevoli. La storia della bomba atomica americana è
stata perciò raccontata senza pudore dalle autorità di Washington e sembra
uscita dal copione di qualche scadente “noir” holliwoodiano.
A metà degli anni trenta la comunità scientifica europea ed americana stava
approfondendo gli studi sulla fissione nucleare. All’indomani della presa del
potere dei nazisti in Germania aumenta l’inquietudine del mondo scientifico.
Alcuni pensano che Hitler si accinga a fabbricare un arma nuova nemmeno
lontanamente paragonabile a quelle fino allora conosciute. Alcuni scienziati
tedeschi si rifugiano in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Albert Einstein e
altri grandi fisici come Robert Oppenheimer e l’inglese di origine tedesca Klaus
Fuchs, erano molto reticenti all’idea di creare uno strumento di distruzione
finale di cui solo loro potevano percepirne le conseguenze distruttive.
Tuttavia, benché poco convinti che i nazisti fossero sul punto di costruire
l’arma nucleare – la storia ha rivelato in seguito quanto fosse falsa quella
ipotesi – questi scienziati accettarono di collaborare nella corsa alla bomba.
Il progetto “Manhattan” fu posto in opera dal governo americano a Los Alamos nel
1941. Per molti ricercatori era logicamente scontata la possibilità di scambiare
le loro conoscenze scientifiche con quelle dei loro colleghi sovietici, il cui
paese, aggredito dalla Germania nazista, era alleato di Stati Uniti e di Gran
Bretagna. Molti di loro erano anche contrari che una sola potenza – nella
fattispecie gli Stati Uniti – diventasse titolare esclusiva della bomba. Nelle
mani di un solo paese questa “esclusiva” avrebbe rappresentato un pericolo
mortale per l’umanità.
E’ curioso ricordare che mentre i fisici del progetto “Manhattan” erano
sottoposti, da parte dell’FBI, a misure di sorveglianza paranoiche per impedire
che le informazioni arrivassero ad un paese alleato, si era invece molto
tolleranti verso chi trafficava con il nemico nazista. Fu proprio in quel
periodo che il nonno dell’attuale presidente degli Stati Uniti, Prescott Bush,
membro del consiglio di amministrazione di una banca, fu colto due volte con le
mani nel sacco in operazioni di finanziamento commerciale a favore della
Germania nazista. Spia, intesa col nemico, deficit di patriottismo? No per
carita! Nulla del genere. Era solo un banchiere e perciò insospettabile.
Ricorda lo storico Jaeger come la macchina industriale americana, alimentata dai
bisogni crescenti della guerra in Europa, lucrasse da una situazione molto
vantaggiosa sfornando armi di ogni tipo e tonnellaggio, giungendo al massimo
della sua potenza (e dei suoi profitti). In cambio i russi immolavano milioni di
morti sui campi di battaglia dell’est europeo.
Come numerosi altri americani antifascisti, Julius Rosemberg, ha probabilmente
organizzato alla luce del sole, una rete di sostegno politico all’Unione
Sovietica. Era il minimo che si potesse fare in quei giorni terribili in cui
l’esercito hitleriano era dilagato fin sulle rive del Volga e sulle cime più
alte del Caucaso. Ma già all’inizio dell’assedio di Stalingrado, nel momento in
cui la resistenza sovietica comincia a seminare il dubbio (in alcuni anche il
panico) che l’Armata Rossa potesse ricacciare i tedeschi fino a Berlino, i
servizi americani di spionaggio cominciano a tenere d’occhio i comunisti:
vengono tallonati, spiati, registrati su liste.
Il corso degli eventi storici propone talvolta delle curiose similitudini. I
comunisti europei che militarono nella mitica struttura di intelligence chiamata
Orchestra Rossa, operante nei paesi occupati dai nazisti, furono in gran parte
catturati, torturati e massacrati dalla Gestapo, poi riconosciuti come eroi e
decorati dopo la liberazione. Ethel e Julius Rosemberg, benché combattenti per
la stessa causa, furono messi a morte, non accidentalmente ma deliberatamente,
da quello che oggi viene chiamato “fuoco amico”. E poi ricoperti d’infamia.
Cinquantacinque anni dopo la memoria di questi due valorosi militanti comunisti
americani, condannati a morte per “delitto di opinione”, alla fine di un
processo truccato da false prove, è tuttora presente e, purtroppo, di bruciante
attualità. Continua il grande allarme per le centuplicate minacce alla pace,
alla libertà e ai diritti democratici messi in atto dagli stessi centri di
potere americani che misero a morte i Rosemberg. Mumia Abu Amal è da 26
(ventisei) anni nel braccio della morte in attesa di essere giustiziato. La sua
storia è molto simile a quella dei Roesemberg. E’ stato accusato con prove false
dall’FBI di avere ucciso il poliziotto David Faulkner. Nemmeno la confessione
del vero assassino, Arnold Beverly, che ha ammesso di avere ucciso Faulkner per
ordine della mafia, è servita ad annullare la sentenza. La sua vera colpa è di
essere stato militante delle Blaks Phanters, come i Rosemberg lo furono del
partito comunista, una colpa che certi tribunali americani, d’intesa con la
National Security Agency, la più potente e misteriosa delle agenzie di
spionaggio americane, non perdonano. Sebbene, recentemente, sia stato finalmente
deciso di tenere un nuovo processo, Abu Mumia Amal rimane nel braccio della
morte e rischia comunque di finire nelle mani del boia.
Anche per questo valoroso militante nero c’è stata una grande mobilitazione ma
finora senza esito. Il gesto solidale più significativo è stato quello compiuto
dal sindaco socialista di Parigi, Bertrand Delanoe, che gli ha conferito la
cittadinanza onoraria della capitale francese. Consegnata poi solennemente, il
13 ottobre 2003, all’Hotel de la Ville, nelle mani di Angela Davis,
rappresentante storica delle Pantere Nere americane.
Ripensando a quel gesto sarei anch’io tentato di dire “I have a dream”,
immaginando quanto sarebbe importante se un gesto analogo fosse compiuto dal
sindaco di qualche grande città italiana. Ad esempio Bologna, da Sergio
Coferrati. Ma ahimè…….