Bertinotti: 'Contro l'antipolitica ricostruire una cultura politica di
sinistra'
Intervista al Presidente della Camera:
«Sospendiamo la discussione su come organizzarci e iniziamo quella su cosa
fare»
«La sinistra radicale deve saper risolvere il problema dell’efficacia, quindi
dell’unità. Solo così potrà confrontarsi con l’ala riformista»
di Piero Sansonetti
Bertinotti, cosa sta succedendo nella politica italiana? Che giudizio dai
sulla battaglia che ha squassato il paese in questi giorni? Come ti sembra la
soluzione trovata alla crisi? Cosa pensi dell’atteggiamento....
Bertinotti non mi fa finire la domanda, mi interrompe e mi spiega che è molto
contento di fare una intervista con “Liberazione”, e che gli va di parlare di
politica, e del futuro della sinistra, e dei movimenti, e delle idee che
servono per combattere le grandi battaglie di questi anni; però non ha
intenzione di entrare nel merito delle discussioni sugli equilibri
parlamentari e sulle scelte istituzionali e di governo. Non sarebbe corretto
se il Presidente della Camera, in un momento politico così delicato, entrasse
nella battaglia parlamentare con un’intervista al giornale del suo partito.
D’accordo. Non provo nemmeno tanto ad insistere. Cambio domanda.
Bertinotti, la sinistra radicale in questa fase è costretta a passare
dall’utopia alla realpolitik. Non rischia in qualche modo di cambiare natura,
di cambiare pelle?
«L’utopia, nella nostra storia, noi l’abbiamo sempre affrontata criticamente.
Né rifiutata né esaltata. L’utopia è una categoria che in alcune fasi della
storia del movimento operaio è stata decisiva. E’ molto forte nella fase
primordiale, poi in qualche modo viene messa in discussione dal socialismo
scientifico, da Marx. E addirittura è spazzata via nel periodo successivo,
quando prevale una idea “deterministica”, e si pensa che il passaggio dal
capitalismo al socialismo sia quasi un automatismo, un fatto storico
inevitabile e naturale, come era stato il passaggio dal feudalesimo al
capitalismo. Si sostiene che lo sbocco socialista è inscritto nel naturale
sviluppo delle forze produttive. Quando è che avviene la riscoperta
dell’Utopia? Tutte le volte che ci si rende conto della “dura replica della
storia”. Soprattutto alla fine del secolo appena concluso, quando la storia
replica alle illusioni del ’900, agli sbagli concreti, agli orrori concreti, e
allora l’Utopia diventa una occasione, una chance per ricostruire, per non
chiudere il discorso, per tenere aperta una prospettiva...»
Cesare Luporini nell’89 parlava di socialismo come orizzonte da tenere
fermo...
«Esatto, in quella fase l’utopia ha un ruolo molto importante. Però io penso
che il movimento operaio abbia sempre avuto questo rapporto con l’Utopia: l’ha
concepita come una possibilità per scrutare l’orizzonte, come uno strumento di
politica e di ricerca, ma mai come scopo, come contenuto esclusivo della
politica. Poi arriva la globalizzazione e la critica della globalizzazione e
l’Utopia, credo io, cambia ancora natura, si rigenera, diventa concreta».
In che modo diventa concreta?
«Si trasforma nella critica del capitalismo. Qual è lo slogan più famoso del
movimento altermondialista»?
Un altro mondo è possibile...
«Appunto. Esamina le tre parole. La prima (“un altro”) rappresenta il
cambiamento, l’alter-nativa, il rovesciamento di alcuni punti fermi della
società: con il nostro vecchio linguaggio potremmo dire la “fuoriuscita dal
capitalismo”. La seconda parola (“mondo”) afferma il carattere globale,
mondiale della politica. E la terza parola è la definizione della concretezza:
“possibile”. Siamo nel reale, nel realistico, siamo fuori dal sogno».
Non c’è un contrasto, difficile da comporre, tra questa linea utopica-concreta
della sinistra e le esperienze di governo, cioè la realpolitik?
Bertinotti ci pensa un po’. Raccoglie i pensieri e cerca le parole giuste.
«Vedi - mi dice - io non sottovaluto affatto l’esperienza di governo. Quella
che è in corso in Italia e in altri paesi occidentali. Però credo che non
possiamo “appendere” la politica a questo. Cioè appendere l’“utopia concreta”,
della quale stavamo parlando, alla conquista del governo. La partecipazione al
governo è una esperienza molto importante per la sinistra: ma se diventa la
bussola, se diventa l’essenziale, se diventa il prisma di rifrazione
attraverso il quale si guarda la realtà, la si definisce e si fissano le
proprie analisi, allora non si capisce più niente, si perde l’orientamento».
Ti faccio un’obiezione. La grande opinione pubblica, mi sembra, è uscita dal
novecento con due convinzioni, forti e in contrasto tra loro. La prima è che i
governi facciano schifo. La seconda è che l’unica cosa che conta, in politica,
è il governo, e che la politica si conclude nella gara per chi lo conquista.
Non è così? E se è così non è sbagliato sottovalutare il valore dell’essere al
governo?
«Penso che sia vero quello che dici, ma è solo la constatazione dello stato
delle cose. Poi bisogna capire perché questo avviene. L’enorme importanza che
assumono i governi rispetto all’opinione pubblica è data dalla debolezza della
politica. L’Europa vive oggi una crisi della politica. E dentro questa crisi
c’è una crisi della politica della sinistra. E questa crisi della sinistra è
parte di una crisi più grande ancora che è la crisi della democrazia.
L’indebolimento dei grandi soggetti della politica di massa - i partiti, i
sindacati, cioè le grandi coalizioni sociali, politiche, di idee, di comunità
- ha lasciato sulla scena pubblica, quasi desertificata, due soli
protagonisti: l’opinione pubblica e il governo. Soli, l’una di fronte
all’altro. Senza mediazioni, senza cerniere, senza organismi collettivi in
grado di produrre politica e di trasformare in politica le domande e i
conflitti. Il governo a questo punto non assume più la sua importanza in
quanto “produttore di opere” - e non si giudica più per le opere che compie -
ma ingigantisce la propria immagine e il proprio peso per deficit degli altri
soggetti della politica. Li surroga, perché è rimasto solo di fronte al
popolo. Se noi accettiamo questo stato di cose accettiamo la vittoria
dell’antipolitica».
Perché centralità dei governi vuol dire antipolitica?
«Perché l’antipolitica - in assenza della politica - diventa il meccanismo di
relazione tra opinione pubblica e governo. Sostituisce l’esplicazione del
conflitto. Ne vuoi la riprova quasi aritmetica? In Europa, in tutte le
competizioni elettorali degli ultimi anni, i governi in carica hanno perso
(c’è la sola eccezione di Blair, che comunque ha ricevuto un notevole
ridimensionamento elettorale). Ti ricordi Aznar prima delle elezioni? Sembrava
imbattibile, un semidio, era diventato il simbolo del governante moderno e
vincente. E’ andato alle elezioni e ha perso. Ti ricordi Schroeder? Era una
potenza assoluta, governava con poteri enormi, quando ebbe l’impressione che
Oskar La Fontaine potesse disturbare la sua azione, cacciò La Fontaine dal
governo. Poi è andato al voto e ha perso. E così Jospin, e così Berlusconi e
così tutti gli altri. Perché? In assenza di organismi politici cresce la
delega e l’antipolitica. Sono due facce di uno stesso equilibrio precario.
Fatto di tre passaggi già prefissati: delega, rassegnazione e poi stroncatura.
E’ un equilibrio molto rischioso, perché risucchia la democrazia, la mette in
mora. E l’antipolitica ormai inizia a filtrare nella politica, a permearla, a
conquistarla».
Per esempio nel berlusconismo.
«Certo, è un esempio evidente. Ma io vedo l’antipolitica farsi largo anche nel
centrosinistra. Per essere diplomatici non parliamo dell’Italia. Guardiamo
alla Francia: nella campagna elettorale di Ségolène Royal c’è molta
antipolitica, c’è un populismo dolce. Ségolène Royal ha preso le domande
dell’antipolitica, le critiche dell’antipolitica e le ha fatte sue. Capisci?
L’antipolitica avanza, anche perché contiene alcuni elementi di critica alla
politica che sono assolutamente fondati, moderni, e sono in ragione della
crisi della politica. Questa condizione genera crisi progressiva della
democrazia».
Qual è il motivo di questo dilagare dell’antipolitica?
«Io credo che questa società, che è una società ingiusta, generi conflitto.
Questo mi sembra un fatto assodato, innegabile. Più esattamente, genera
conflitti (al plurale). Conflitti di lavoro, comunitari, di genere,
professionali, corporativi, identitarii...Questi conflitti non producono
vittorie o sconfitte a secondo di chi governa. C’è una autonomia tra conflitti
e governi. Un movimento vince o perde non in virtù delle condizioni di governo
nelle quali agisce. Quello che non accade è che questi movimenti possano
sedimentare delle conquiste. Il problema, cioè, è che questi movimenti, quando
vincono, non “conquistano” ma semplicemente “impediscono”. E quindi non
riescono, attraverso le loro vittorie, a costruire democrazia. Agiscono dentro
la crisi della democrazia, suppliscono alla crisi della democrazia attraverso
le loro lotte, ma non producono gli anticorpi alla crisi della democrazia.
Cioè non riescono ad avere i risultati politici del ciclo precedente. I
movimenti del secolo scorso conquistavano “casematte” e producevano
spostamenti stabili dell’opinione pubblica. Questi movimenti che abbiamo oggi
in campo talvolta sono anche molto forti, sconfiggono nemici potentissimi, ma
non costruiscono senso comune e consenso di massa. Ora capisci che qui conta
il vuoto della politica, l’assenza di soggetti in grado di essere collettori
di queste domande e di queste spinte, e anche di queste conquiste “ad
impedire”».
L’assenza, direi, non è assoluta: c’è la sinistra radicale, c’è
Rifondazione...
«Svolgono un ruolo importantissimo. Ottengono anche molti successi. Qui però
dobbiamo parlare della “massa critica” cioè della possibilità di creare
tendenza. Non esiste ancora, nella sinistra radicale, un soggetto in grado di
misurarsi su questa dimensione, di raggiungere la massa critica. Questo
provoca un altro tipo di conseguenze che provo a spiegare: succede che in
Europa i conflitti tradizionali si scindano, si dividono in due e cambino
natura. Noi oggi assistiamo a due gruppi di conflitti. Un gruppo che riguarda
le differenze tra destra e sinistra, e che è molto visibile, molto acceso
quando le sinistre sono all’opposizione. E l’altro gruppo che riguarda il
contrasto tra “alto” e “basso” della società, cioè tra ceto dirigente e base,
e questo secondo tipo di conflitto è assai più forte quando la sinistra è al
governo. Questi due conflitti si incrociano. La contesa tra alto e basso
diventa il veicolo dell’antipolitica».
Perché con la sinistra al governo prevale il conflitto alto-basso
«Perché i governi di sinistra spesso non riescono a giovarsi della forza e
della spinta dei movimenti. Questo attenua il conflitto destra-sinistra, lo
esclude dal palazzo, e dunque lascia spazio all’altro tipo di conflitto».
Quale è la strada per uscire da questo vuoto?
«Non c’è nessun’altra possibilità che la ricostruzione di soggetti politici
organizzati. Ma perché questo avvenga occorre ricostruire una cultura politica
e una cultura politica di sinistra».
Scusa, ma non vedo la possibilità di ricostruire soggetti politici e cultura
di sinistra se non avviene che pezzi diversi, e uomini diversi, e settori
diversi della politica di sinistra ricomincino a pensare, a parlarsi tra loro
e a confrontarsi e a produrre pensiero comune... Non credo che esista una
singola forza della sinistra in grado di risolvere il problema che poni tu.
«Penso così anch’io. Io credo che ci sia una via d’uscita a questa crisi solo
se si uniscono forze e si mette al primo punto il problema della cultura
politica e del che fare. Bisogna sganciarsi da quello che è stato fatto
prevalentemente sin qui. Cioè l’ingegneria organizzativa dei partiti, che
viene dopo l’ingegneria istituzionale eccetera. E’ stato sempre così in questi
anni. La politica che riesce solo a pensare a come disegnare e assestare se
stessa: quale legge elettorale, quale geografia dei partiti, quali meccanismi
di divisione del potere... Resta fuori il rapporto con i popoli, con i
movimenti, e il problema di quale cultura serve per affrontare un progetto
politico e sociale di società. Mi piacerebbe se i vari pezzi della sinistra
riuscissero a concentrarsi su questo, a produrre idee su questi problemi
invece di perdere tempo a progettare nuovi schemi, nuove architetture di
partiti...»
Se capisco, tu dici: chiudiamo il tormentone sulle nuove aggregazioni o
disgregazione dei partiti, e concentriamoci sui rapporti tra politica e
società. Cioè, invece di costruire partiti nuovi costruiamo politica nuova...
«Si, proprio così. Sospendiamo la discussione su come organizzarci e iniziamo
quella su cosa fare. E proviamo a ragionare sul tema della cultura politica e
della crisi del rapporto tra politica e società, anche attraversando i partiti
tradizionali, senza porci il problema di come li attraversiamo, ma di cosa
riusciamo a unire e quali idee e soluzioni possiamo produrre».
Dentro questo ragionamento c’è una nuova unità della sinistra?
«Si, penso di sì. Per affrontare la crisi della politica bisogna affrontare la
questione di come raggiungere la “massa critica”. Se non lo affronti, questo
tema, se lo rinvii a chissà quando, potrai seminare in eterno e benissimo, ma
non riuscirai mai a raccogliere. Questa massa critica deve essere trasversale.
Deve costringerci a fare politica attraverso».
Scusa, ma non capisco benissimo. Mi fai un esempio.
«Prendiamo la politica estera italiana. E’ stata realizzata dal governo e
prima ancora nella stesura del programma. E’ una politica estera che ha un
senso e che dà un contributo all’Europa. Benissimo. Ma io mi chiedo: perché le
sinistre possono solo concorrere alla politica estera del governo, e non hanno
loro - loro in quanto sinistre - una idea comune di politica estera, di
relazioni internazionali, di pace? E quindi una Cultura politica, una idea del
mondo, e poi una idea dell’Europa, eccetera eccetera. Questo stesso
ragionamento vale anche sul conflitto sociale, o sull’ambiente, o sul
conflitto di genere, o sui diritti del lavoro...»
In questo quadro come si affronta il rapporto tra la sinistra radicale e
quella riformista. Sono categorie ancora valide?
«Sul piano degli schieramenti politici sono categorie ancora reali. Se le
manteniamo queste due definizioni, allora, in termini tradizionali, si
dovrebbe dire: si devono incontrare queste due sinistre e devono confrontarsi.
Se però ci misuriamo sul piano delle culture politiche, e non degli
schieramenti, le cose diventano un po’ diverse. Vediamo. Le sinistre radicali,
su questo piano, hanno diversi profili. Io credo che ormai tenda ad essere
prevalente il profilo di quella sinistra radicale che si è rifondata in
rapporto ai movimenti di questo secolo. Le culture ortodosse della sinistra,
che si configurano ancora in contrapposizione alla socialdemocrazia, sono meno
significative. La sinistra radicale vincente è quella che incontra il
femminismo, l’ecologismo eccetera. Nell’altro campo cosa succede: i riformisti
hanno una grande forza quantitativa, che però è segnata da uno smarrimento
della cultura politica. I partiti socialisti europei fanno riferimento, in
buona parte, a quella cultura che Riccardo Bellofiore chiama il
liberal-sociale. Che vuol dire? Che pensano che i correttivi per ridurre il
disagio sociale e aumentare i diritti devono avvenire senza mettere in
discussione il paradigma della competitività. Anche se - vedi Francia, vedi
Fabius - resta vivo un pezzo di socialdemocrazia fortemente di sinistra. La
tendenza però è quella liberal-sociale. Per potere fare fecondamente un
laboratorio politico delle sinistre, questa tendenza liberal-sociale andrebbe
in qualche modo ridimensionata. Non per una ragione ideologica ma perché la
profondità della crisi sociale - ma anche della crisi politica - dice che tu
oggi devi indicare una idea di modello - sociale,economico, democratico - è di
questo che ha bisogno l’Europa. Non un aggiustamento: una costruzione. Però io
non penso a una discussione con steccati ideologici preventivi. Le
discriminanti non vengono dalle “identità” dei partecipanti alla discussione,
ma dai temi della discussione. Se si stabilisce che si affrontano i temi della
politica - del modello, del progetto di società - e non della amministrazione,
si esclude chi concepisce la politica come un semplice atto amministrativo,
che è la chiave del liberal-sociale. Oggi la sinistra è fotografabile in
questo modo: le sinistre riformiste prevalgono sul piano delle organizzazioni,
le culture radicali prevalgono sul piano delle culture politiche».
Perché la sinistra radicale ha questa forza e questa debolezza?
«Perché non è in grado di avanzare una proposta che tocchi il problema della
massa critica. Per questo l’elettore, spesso, dice: “hai ragione tu ma scelgo
lui”. Si presenta il problema dell’efficacia della politica. E’ un problema
capitale per il movimento e per chi ha dei bisogni. Io sono costretto a dire
che tu sei bravo ma non riesci a risolvere il mio problema, anche se hai delle
ottime idee per risolverlo. E allora scelgo quell’altro che magari risponde
malissimo al mio bisogno, ma io penso sempre che però se volesse rispondere
bene, potrebbe... Se la sinistra radicale non è in grado di risolvere il
problema dell’efficacia, e quindi il problema dell’unità, allora le forze
riformiste avranno sempre un vantaggio, perché partono con un vantaggio di
consensi e quindi hanno dalla loro, come apparentemente già risolto, il
problema dell’unità».
Bertinotti, nella battaglia politica di questa fase è chiaro che c’è un
problema: l’intervento massiccio e potente dei poteri forti, che alterano i
rapporti di forza nello scontro politico. Cosa bisogna fare?
«Bisogna analizzare i poteri forti. Analizzarli scientificamente nella loro
forza. Evitare di pensare che quei poteri siano “complotti”. Siano congiure da
sventare. Non è così: sono forze. Che contano sulla cultura. Io non lo vedo il
rappresentante del potere forte che alza il telefono e ordina. No, ha arato il
terreno della politica e a un certo punto raccoglie i frutti, gli effetti.
Bisogna allora capire dove sta la loro forza. Non è solo che hanno il potere.
Hanno il potere e tendono a costruire processi egemonici. Sono costruttori di
opinione pubblica, lavorano sul consenso. Il problema è quello di individuare
il loro punto di forza e contrapporsi in campo aperto. Mi vien da dire:
“rispettosamente”. Nel senso che riconosco il fondamento della loro posizione,
e io penso di sconfiggerli perché so proporre un punto di vista più alto, più
forte e più capace di aggregare consenso: un punto di vista tendenzialmente
capace di proporsi come universale. Vinco solo su quel terreno lì. Solo se
supero. Non se piango, protesto, invoco strane regole. A volte mi sembra che
noi facciamo come faceva l’eroico Tecoppa: pretendeva che gli avversari
spadaccini restassero immobili in attesa che lui li infilzasse...»
(Liberazione - 26 febbraio 2007)