Ma cosa è questa crisi?
su Contropiano del 19/10/2008
La diagnosi di due economisti marxisti : intervista a Vladimiro Giacchè e Maurizio Donato
Il piano di salvataggio della banche
messo in piedi dall’Amministrazione USA non ha fermato la crisi di Wall Street.
E’ un indicatore secondo cui ormai “nessuno si fida più nessuno” o sarà così
fino a quando finirà l’incertezza politica e a novembre ci sarà una nuovo
presidente degli Stati Uniti? La nuova presidenza USA avrà qualche carta da
giocare o sarà irrilevante?
V. Giacchè:Non credo che l’aspetto decisivo per risolvere l’attuale crisi
finanziaria sia rappresentato dall’elezione del nuovo presidente Usa. Il nuovo
presidente Usa, più che carte da giocare, avrà un debito pubblico più elevato
con cui fare i conti. Più elevato di 700-1000 miliardi di dollari.
M. Donato: I salvataggi (e le dichiarazioni “rassicuranti”) non funzionano
perché la crisi è sistemica e non locale o settoriale. Il settore dei mutui
sub-prime è troppo piccolo per poter essere considerato la causa del crollo: è
piuttosto la spia di una instabilità strutturale del capitalismo, sistemica.
L’amministrazione Bush ha cercato di ritardare lo scoppio della crisi per
scaricarla sul prossimo Presidente; ci è riuscita per un anno, poi non è stato
più possibile.
Gli USA vogliono coinvolgere l’Europa nel tentativo di assicurare le banche dai
fallimenti e chiedono una sorta di piano “Paulson” a livello di Eurozona. Le
istituzioni europee seguiranno la strada statunitense o questa volta si
smarcheranno dal burden sharing dei fallimenti bancari?
V. Giacchè: Credo che il percorso sia in qualche modo obbligato. Ma non tanto a
causa di pressioni statunitensi, quanto a causa dell’entità dei problemi, che
ormai coinvolgono in pieno le banche basate nell’Eurozona. Saranno però
interessanti le modalità degli interventi. Un conto, infatti, è acquistare
obbligazioni “tossiche” da una banca, altra cosa è ricapitalizzarla, un’altra
cosa ancora è ricapitalizzarla acquisendone la proprietà. Il governo italiano,
ad esempio, appare intenzionato a ricapitalizzare le banche in difficoltà
acquistando però azioni senza diritto di voto. Il che significa spendere i soldi
di chi paga le tasse (in Italia in larga prevalenza i lavoratori) senza avere il
minimo controllo su come tali soldi saranno spesi.
M.Donato: Non mi sembra di vedere alcuna differenza tra il modo in cui le
leadership europee e quella Usa stanno affrontando la crisi.
Molti dipingono questa crisi come “crisi finanziaria” che riguarda dunque solo
la dimensione speculativa dell’economia, voi parlate di crisi strutturale di
sistema. Potete spiegare la differenza?
V. Giacchè: La differenza è sia nella genesi della crisi che nelle sue
conseguenze. Cominciamo con la genesi. Su questo punto vorrei spendere qualche
parola in più in quanto mi sembra piuttosto trascurato nelle ricostruzioni della
crisi. L’8 aprile scorso è comparso sul Financial Times un importante articolo,
annunciato da questo richiamo in prima pagina: “Ritorno agli anni Venti. Il
ritorno a un mondo disuguale”. L’articolo cominciava con queste parole: “La
disuguaglianza tra i redditi negli Stati Uniti ha raggiunto il punto più alto
dai tempi dell’anno del disastro: il 1929” . E proseguiva così: “la
caratteristica più notevole dell’era della disuaglianza e del libero mercato che
è iniziata negli anni Ottanta è rappresentata dal fatto che si siano avute così
poche reazioni alla stagnazione dei guadagni della gente comune in una così
larga parte dell’economia del mondo sviluppato”. In effetti i dati sono
impressionanti. Tra il 1979 e il 2005 i redditi prima delle tasse delle famiglie
americane più povere sono cresciute dell’1,3% annuo, quelli del ceto medio di
meno dell’1% annuo, mentre quelli dell’1% più ricco della popolazione sono
cresciuti del 200% annuo prima delle tasse e addirittura del 228% dopo le tasse.
Risultato: nel 2005 il reddito dopo le tasse del quinto più povero della
popolazione era di 15.300 dollari annui, quello del quinto mediano di 50.200
dollari, mentre quello dell’1% più ricco era superiore al milione di dollari. In
definitiva, negli anni tra il 2002 e il 2006 all’1% più ricco della popolazione
americana sono andati quasi i tre quarti della crescita del reddito complessiva.
Nel 2005, secondo dati dell’US Census Bureau, l’indice della disuguaglianza tra
i redditi, ha raggiunto il massimo storico (J. Plender, “Mind the gap. Why
business may face a crisis of legitimacy”, Financial Times, 8 aprile 2008). Lo
stesso vale per la Gran Bretagna , ove questo si è verificato dopo l’andata al
potere dei laburisti di Blair nel 1997: anche qui, secondo gli stessi dati
governativi, la forbice della disuguaglianza è la più alta di sempre. Ma, più in
generale, la riduzione della quota del prodotto interno lordo che va ai salari,
e per contro la crescita della quota destinata ai profitti, è una tendenza che
investe tutti i paesi a capitalismo maturo, come ha evidenziato una ricerca
della Banca dei Regolamenti Internazionali del 2007: in Italia, ad esempio, dal
1983 al 2005 i lavoratori hanno perso 8% percentuali, andati in maggiori
profitti (che infatti sono saliti nel periodo dal 23% al 31% del totale). In
termini assoluti, si tratta di cifre enormi: l’8% del pil italiano è infatti
pari a qualcosa come 120 miliardi di euro (L. Ellis – K. Smith, The global
upward trend in the profit share, Bank for International Settlements, luglio
2007).
Sono cifre clamorose, che giustificano lo stupore del Financial Times per
l’assenza di reazioni (cioè di lotte) contro questa gigantesca redistribuzione
della ricchezza verso l’alto. Le spiegazioni però non mancano. Al di là degli
stessi rapporti di forza tra le classi (squilibrati dalla concorrenza esercitata
da paesi con un costo della forza-lavoro molto basso), un peso non secondario
hanno senz’altro giocato fattori legati all’egemonia culturale ed ideologica
esercitata dal capitalismo, che, dopo la caduta del Muro di Berlino e
l’implosione del socialismo reale nell’est europeo, ha potuto riaffermare il
proprio orizzonte come l’orizzonte ultimo della storia umana. Per quanto
riguarda gli Stati Uniti, però, è in gioco anche un fattore di tipo diverso. In
realtà, negli Stati Uniti (ma anche nel Regno Unito e in Australia) il tenore di
vita delle persone con redditi medio-bassi ha cominciato ad essere sganciato
dall’andamento del reddito. È proprio qui che entrano in gioco il settore
immobiliare e i mutui subprime. La politica monetaria espansiva e di bassi tassi
di interesse condotta dalla Federal Reserve ha infatti alimentato in questi anni
la bolla immobiliare, consentendo al tempo stesso anche a famiglie a basso
reddito di contrarre debiti relativamente a buon mercato. La crescita dei valori
immobiliari ha creato un senso di ricchezza crescente, anche se il reddito in
realtà non cresceva affatto (qualcosa di simile, anche se su scala meno larga,
era successo alla fine degli anni Novanta con la bolla borsistica della “new
economy”), e tra l’altro ha reso possibile rinegoziare i mutui e anche accendere
ipoteche sulla casa a garanzia di prestiti finalizzati al consumo. Nel
frattempo, la fertile fantasia dei grandi istituti di credito americani aveva
escogitato prodotti rivolti anche a chi non aveva né reddito, né lavoro, né
poteva offrire garanzie patrimoniali: i cosiddetti “mutui Ninja” (“no income, no
job, no asset”). Questi ed altri mutui ad alto rischio sono appunto i famigerati
mutui subprime – che è poi un elegante eufemismo: invece di parlare di “mutui
spazzatura” o di “mutui di infima categoria”, sia parla di “mutui sottoprimi”.
Praticamente, il regno di Bengodi: anche gli “ultimi” ora potevano comprarsi una
casa, anche loro potevano essere, se non primi (adesso non esageriamo…), almeno
subprime. La banca concedeva questi mutui ad alto rischio, e poi li rivendeva –
impacchettati assieme ad altri crediti di migliore qualità – inserendoli in
veicoli appositi, le cui quote venivano offerte agli investitori come
obbligazioni (perdipiù con rating elevato). Non solo: dal 2004 al 2006,
l’ufficio governativo statunitense per la casa e lo sviluppo urbano spinse le
due agenzie governative Freddie Mac e Fannie Mae ad acquistare obbligazioni di
questo genere per 434 miliardi di dollari, con il risultato di incentivare le
banche a continuare ad offrire mutui insostenibili come i subprime (C.L. Leonnig,
“How HUD Mortgage Policy Fed The Crisis”, the Washington Post, 10 giugno 2008).
Questa costruzione era perfetta, salvo un piccolo particolare: che tutto questo
castello di carta poteva stare in piedi soltanto se il valore degli immobili
continuava a crescere (cosicché il valore della casa che uno aveva acquistato
cresceva di valore e quindi poteva essere rivenduta guadagnandoci). Ma la cosa
ovviamente non poteva andare avanti all’infinito. E infatti nel 2006 il mercato
immobiliare Usa ha cominciato a scendere, e infine è crollato.
Il resto è storia nota: scoppio del bubbone dei mutui subprime, fallimento per
centinaia di migliaia di famiglie Usa, problemi nel debito al consumo, forti
svalutazioni di bilancio per le banche coinvolte, difficoltà sul mercato
interbancario (perché le banche cominciano a non fidarsi più della solvibilità
delle loro controparti), crollo dei titoli azionari…
Questa parte della storia è iniziata nell’estate del 2007, e ancora non è
finita. E qui veniamo alle conseguenze della crisi finanziaria sull’economia
reale. Qui mi limiterò a pochi cenni, perché il tema è stato molto più trattato.
Ciò che sta accadendo è, molto semplicemente, che le banche non si prestano più
denaro tra loro. Perché non si fidano più l’una dell’altra, e in qualche caso
perché speculano sulle difficoltà altrui. È la famosa “trappola della liquidità”
di keynesiana memoria. La liquidità c’è, ma non circola. Anche il recente taglio
dei tassi di interesse di Fed e Bce è risultato del tutto inefficace a questo
riguardo. In casi come questi l’operatività delle banche si rallenta e si ferma,
le più mal ridotte falliscono, le altre cessano di erogare il credito alle
imprese (o lo erogano a tassi molto elevati). Quindi cominciano a fallire le
imprese.
E ovviamente la storia continua. Le imprese che falliscono non restituiscono
neppure i prestiti che avevano già ricevuto. E il problema ritorna nel campo
bancario: gli istituti di credito devono aggiornare al rialzo la stima dei
crediti dubbi (incagli e sofferenze), svalutare una parte dei loro attivi,
aggiornare al ribasso le stime di redditività e nel peggiore dei casi
ricapitalizzare. Altri istituti falliscono, e così via. Questi sono i circoli
viziosi che da sempre caratterizzano le crisi.
In definitiva, però, il punto su cui vorrei insistere è questo: questa crisi non
nasce come crisi finanziaria, ma è invece radicata nel processo di progressiva
riduzione del reddito dei lavoratori, il quale a sua volta è l’effetto della
necessità di comprimere i costi del capitale variabile (ossia della
forza-lavoro) per combattere la caduta del saggio di profitto.
M. Donato: Non ha senso contrapporre capitale speculativo a capitale produttivo
ignorando che si tratta di due forme funzionali di manifestazione del capitale.
Nelle crisi da sovrapproduzione, la circolazione tende ad assumere maggiore
importanza rispetto a una produzione in cui le opportunità di profitto non sono
sufficienti a saturare la pletora di capitale in circolazione. Le imprese/banche
sono costrette a continue innovazioni tecnologiche per battere la concorrenza;
la tecnologia aumenta la forza produttiva del lavoro riducendo il tempo di
lavoro necessario e con esso il valore delle singole merci prodotte. Gli
investimenti necessari a introdurre nuove tecnologie producono l’effetto che la
quota di capitale costante cresca sempre più di quanto succede al capitale
variabile. Il plusvalore eventualmente ottenuto dalla vendita delle merci non
viene necessariamente, completamente e simultaneamente impiegato
nell’accumulazione. Queste, schematicamente, le radici reali della crisi che si
manifesta nelle sue forme monetarie e finanziarie. Se il tasso di profitto P/C è
insufficiente per il capitale in circolazione, le imprese/banche mentre cercano
(nella fase di produzione) di aumentare in ogni modo il numeratore, devono
periodicamente tentare anche di distruggere e/o di svalutare il capitale in
eccesso posto a denominatore del tasso di profitto. Queste le crisi, distruzione
di quote di capitale in eccesso rispetto alle normali opportunità di profitto.
L’esistenza di un nuova moneta per le transazioni internazionali come l’euro
rispetto al pluridecennale monopolio del dollaro, quanto ha inciso e che effetti
potrà avere in questa crisi?
V. Giacchè: La presenza dell’euro ha soprattutto l’effetto di ridurre i margini
di manovra delle autorità monetarie Usa nella crisi. Infatti il fatto che i
tassi della zona euro siano più elevati di quelli praticati negli Stati Uniti
mette a rischio la praticabilità di una politica moentaria espansiva da parte
della Fed. Il motivo è presto detto: ad ogni riduzione dei tassi diminuisce la
convenienza per gli investitori internazionali ad investire nei titoli di Stato
Usa, perché offrono un rendimento scarso rispetto al rischio di insolvenza
dell’emittente (ossia degli Stati Uniti stessi). Il rischio di insolvenza degli
Stati Uniti un tempo sarebbe stato considerato ridicolo. Oggi non è più così: la
probabilità di un fallimento degli Usa è già oggi considerata doppia rispetto
all’ipotesi di fallimento della Germania. E la crescita del debito pubblico
proveniente dal piano Paulson di salvataggio delle banche e delle altre società
finanziarie coinvolte nella crisi peggiorerà ulteriormente le cose.
M. Donato: Sono cambiati e stanno cambiando i rapporti di forza tra Stati ed
aree valutarie integrate. Le valute nazionali o transnazionali sono espressioni
– riflesse – di rapporti di forza più generali. Per lo Stato più forte dal punto
di vista militare essere anche l’economia più indebitata è una contraddizione
esplosiva. Avere un dollaro debole aiuta perché riduce il valore reale del
debito, ma indebolisce ulteriormente la forza degli Usa. Alan Greenspan,
trovandosi a scegliere tra il dollaro e la borsa, optò per salvare Wall Street;
oggi Obama e McCain votano assieme il piano Paulson inaugurando la nuova
stagione dei salvataggi.
Il liberismo e il monetarismo sono finiti sotto accusa. I liberisti adesso si
travestono da pragmatici e chiedono apertamente l’intervento pubblico
nell’economia. Si apre una nuova fase keynesiana? E se è così che
caratteristiche avrà?
V. Giacchè: Questo è un aspetto divertente (forse l’unico) di tutta la faccenda.
La crisi attuale mette in luce una semplice verità: il fatto che il mercato non
è autosufficiente. La situazione è abbastanza curiosa. Hanno appena finito di
convincerci che il mercato è l’artefice di tutto quanto vi è di buono nel nostro
mondo, mentre lo Stato può soltanto rovinarne l’opera, ed ecco che arriva la
crisi dei subprime, e poi del credito. E avviene il miracolo: tutt’a un tratto
la “mano visibile” dello Stato non solo ridiventa gradita, ma viene addirittura
invocata da voci insospettabili. Fa un certo effetto notare che il Financial
Times non ha nulla da ridire sulla nazionalizzazione della banca inglese
Northern Rock sull’orlo del fallimento, o sul sostegno da 50 miliardi di
sterline alle banche realizzato dalla Bank of England offrendo titoli di Stato
in cambio di crediti immobiliari. Fa ancora più effetto osservare come lo stesso
governatore della Federal Reserve, Bernanke, giustifichi il salvataggio della
banca Bear Stearns (comprata sull’orlo del fallimento da JPMorgan grazie a un
prestito di 30 miliardi di dollari da parte della stessa Fed) dicendo che si
tratta in realtà di un “salvataggio dei mercati”. E pensare che ci avevano
spiegato che ormai sarebbero stati i mercati (anzi: il Mercato) a salvare il
mondo garantendo benessere e prosperità per tutti… Ma le sorprese non sono
finite: dal liberista Zingales che sulla sua rubrica “libero mercato” su
l’espresso intona inni alla regolazione al finanziere George Soros che si
scaglia contro il “fondamentalismo di mercato”; dall’ex ministro Domenico
Siniscalco (oggi a Morgan Stanley) che approva l’atteggiamento “pragmatico” ed
anti-ideologico di chi ha finalmente abbandonato “il dogma che il mercato possa
risolvere ogni problema”, al vecchio Paul Samuelson che afferma addirittura:
“urge un po’ di statalismo”. Insomma: i “convertiti allo Stato interventista” –
come li ha definiti il sociologo tedesco Ulrich Beck – non si contano veramente
più.
Ovviamente si tratta di conversioni interessate: infatti il problema oggi è
quello di socializzare le perdite. La cosa è stata espressa proprio in questi
termini dall’economista Roubini: “Nazionalizzare le perdite dei mutui subprime
americani in sofferenza per salvare l’economia”. Ora il problema è se poi si
tornerà a privatizzare i profitti come se nulla fosse. Io credo che le cose non
stiano così. La profondità della crisi ha aperto uno squarcio importante
nell’ideologia dominante. Non si potrà facilmente fare finta di nulla, né
tornare al business as usual. Questo, in ogni caso, è l’obiettivo che dobbiamo
prefiggerci: sviluppare la consapevolezza dei problemi. A cominciare dal fatto
che il mercato capitalistico stesso è il problema.
M. Donato: Il liberismo è finito da un pezzo, un nuovo keynesismo fuori tempo
massimo avrebbe una prima tappa obbligata da compiere: basta guerre.