2° documento
trasformiamo il presente, conquistiamo il futuro!
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Documento presentato da: Francesco Maringiò, Enrico Lobina, Letizia Lindi, Luigi Sciotto, Manuele Bonaccorsi, Yassir Goretz |
La nostra Conferenza
La III Conferenza Nazionale delle/i Giovani Comuniste/i (d’ora in avanti: GC) si apre in un momento molto delicato per il Paese e per la nostra organizzazione. Viviamo una nuova fase politica, ricca di contraddizioni e rischi, ma anche di importanti opportunità che non dobbiamo farci sfuggire.
Per questo riteniamo necessario fare un bilancio della linea politica assunta nella scorsa Conferenza e del lavoro svolto negli ultimi quattro anni ed avanzare una proposta politica capace di favorire il rilancio della nostra organizzazione.
Negli ultimi quattro anni i GC hanno cambiato continuamente la propria linea politica: sono passati dalla disobbedienza alla non violenza, dalla critica radicale del quadro politico all’accordo incondizionato con l’Unione, dalla lotta al fianco dei movimenti all’ingresso nel governo. Di queste svolte repentine i GC hanno molto sofferto, soprattutto sul piano della capacità di costruire iniziativa politica e lotte, nei movimenti e nei territori.
Il nostro partito è oggi all’interno di una compagine governativa politicamente debole: uscita vincitrice per pochi voti dallo scontro con le destre, è divisa su molti temi fondamentali, dal lavoro alla guerra, dall’immigrazione all’istruzione. Nei mesi che ci hanno avvicinato alla scadenza elettorale abbiamo più volte criticato la linea del partito, denunciando la debolezza di un programma inadeguato che non riusciva a superare quelle contraddizioni che parte del centrosinistra porta con sé dall’inizio degli anni ’90, quando ha avuto corso la distruzione dei diritti sociali e del lavoro e la crisi della nostra democrazia.
Quale deve essere il ruolo dei GC in questa fase?
Temiamo che la nostra organizzazione subisca un appiattimento istituzionale e non vogliamo che ciò accada. Non vogliamo interloquire con un “governo amico” ma costruire un’organizzazione giovanile comunista che si ponga l’ambizioso obiettivo di radicarsi e rafforzarsi nelle lotte, che costringa con le proprie battaglie il prossimo governo ad una radicale alternativa, che inverta il ciclo che rende le nuove generazioni più povere, deboli e impotenti delle precedenti.
Il percorso che ci ha condotti a questa Conferenza, purtroppo, non è di buono auspicio e non ci aiuta ad affrontare con serenità e spirito unitario questo difficile passaggio. La maggioranza del gruppo dirigente si è persino rifiutata di presentare una proposta di documento che fosse da stimolo per la discussione di tutti gli iscritti e definisse il terreno di confronto su cui misurare convergenze e divergenze. Consideriamo tutto ciò molto grave: si è scelto di perpetuare le differenze che ci avevano diviso in passato, con una prospettiva di totale chiusura al dialogo.
Fatto – questo - ancora più grave se si pensa che la Conferenza è stata più volte rimandata, proprio per avere il tempo di organizzarla. In questo ultimo anno si sarebbe quindi potuta avviare una discussione in tutta l’organizzazione e potuti mettere a fuoco i temi sui quali concentrare il dibattito. Ciò non è stato fatto ed ora ci troveremo a fare centinaia di assemblee in appena quattro o cinque fine settimana.
Ci troviamo – dicevamo - nella paradossale situazione di presentare una proposta alternativa, ma alternativa non sappiamo a cosa.
Rispetto a molti temi, probabilmente, le diverse sensibilità presenti nella nostra organizzazione avrebbero potuto trovare delle convergenze. Ma in assenza di una volontà di dialogo, non possiamo far altro che avanzare una proposta politica complessiva, certamente un po’ lunga. Ce ne scusiamo rimandandovi alla sintesi del documento, scaricabile dal sito www.lernesto.it.
Questa III Conferenza Nazionale costituisce un tassello fondamentale nel progetto di costruzione, in Italia, di una moderna organizzazione giovanile comunista e sarà per tutti noi un momento irrinunciabile di confronto: ci permetterà di crescere, di conoscerci meglio, di capire, di dare nuova linfa alle nostre speranze e alle nostre lotte. Questa è la sfida che abbiamo davanti.
I
La condizione giovanile in Italia: il paradigma della precarietà e gli impegni dei Giovani Comunisti
·La condizione giovanile
Esiste nel nostro Paese una complessa “questione giovanile”: la nostra è, dal dopoguerra, la prima generazione a conoscere condizioni di vita peggiori di quelle dei propri genitori.
Viviamo in una società dominata dal grande paradigma della precarietà. Nel 2004 il 70% dei nuovi ingressi nel mercato del lavoro è avvenuto con contratti a termine; di questi il 95,1% non si è trasformato in un contratto a tempo indeterminato: la condizione di precarietà, dunque, non è solo un momento di passaggio, ma una realtà duratura e totalizzante. La disoccupazione giovanile si attesta intorno al 28%, con punte che nel Mezzogiorno sfiorano il 59%. Intere generazioni sono escluse dal lavoro e contemporaneamente dai processi di istruzione e di formazione.
In questo quadro la Legge 30 prosegue nel solco della flessibilizzazione aperto dal “Pacchetto Treu” e diventa lo strumento attraverso cui viene imposta una condizione insopportabile di precarietà.
La formazione dovrebbe rappresentare la via d’uscita principale da questa realtà ma il mondo dell’istruzione disegnato dalla Moratti si configura, all’opposto, come una palestra di addestramento alla precarietà permanente: ritorna, come nel dopoguerra, la selezione di classe che colpisce fasce sempre crescenti di giovani.
Viviamo infatti in un contesto culturale regressivo: oggi paghiamo i frutti avvelenati di un’epoca di riflusso che, a partire dagli anni ’80, ha contrapposto alla solidarietà sociale un modello di società basato sull’arrivismo, sull’individualismo e sulla prevaricazione. In questa condizione, figlia delle sconfitte del movimento operaio e dell’avanzata speculare del liberismo più aggressivo, si innesta il virus del “berlusconismo”. Una cultura che si è diffusa e radicata giocando sugli impulsi più viscerali e torbidi del paese, interpretando una tendenza di fondo della nostra storia nazionale: una miscela di egoismo sociale, indifferenza e qualunquismo.
Il “Manifesto per l’Occidente”, scritto da Marcello Pera in nome di una presunta salvaguardia dei valori e della cultura occidentali, costituisce l’impalcatura ideologica di questa ondata di destra che, nell’ottica neo-coloniale della “lotta al terrorismo”, attua nel nostro Paese uno stato d’eccezione permanente.
Contemporaneamente assistiamo ad una crociata integralista, culturale e politica, condotta da settori rilevanti delle gerarchie vaticane sul terreno dei diritti civili, delle donne e della morale sessuale. Siamo in presenza di un nuovo integralismo che punta al consenso stuzzicando il ventre molle di una società insicura economicamente e fragilissima dal punto di vista dei valori e degli ideali.
Come GC dobbiamo essere in grado di raccogliere ed interpretare il disagio ed il senso di profondo disorientamento che vivono i giovani nel nostro paese, consapevoli che a questo stato di cose non si è ancora contrapposta una forte e diffusa consapevolezza della necessità del riscatto e dell’alternativa e quindi del rifiuto della società capitalistica. Questo anche perché la società è permeata da un pensiero forte: quello fondato sulla religione del mercato. Il pensiero unico capitalistico ed il nuovo integralismo religioso sono due facce della stessa medaglia.
L’iniziativa politica e sociale dei GC deve ripartire dal rifiuto di questa società, delle guerre e delle ineguaglianze che produce, sviluppando una forte iniziativa anticapitalista. Ciò è possibile se rifuggiamo tanto da atteggiamenti settari e minoritari quanto dalle forme di sterile ribellismo che hanno caratterizzato la gestione iper-maggioritaria dei GC negli ultimi anni.
·I movimenti
In questi ultimi anni tuttavia si è assistito al riemergere di forme di conflitto e partecipazione giovanile. I GC hanno partecipato a queste mobilitazioni condividendone le aspirazioni di radicale superamento del neoliberismo, della guerra, dello sfruttamento. Il movimento globale ha investito tutti i continenti ed è diventato, pur tra mille difficoltà, un punto di riferimento irrinunciabile tanto per le lotte antimperialiste del terzo mondo quanto per il movimento dei lavoratori e per quello pacifista. In Italia, soprattutto in seguito alle straordinarie giornate di Genova del 2001, la stagione dei movimenti ha investito in pieno la politica, ha favorito la crescita e il radicamento di lotte importanti, ha dato a tanti giovani uno spazio comune nel quale condividere e rafforzare il bisogno, personale e collettivo, di “un altro mondo possibile”: dalle grandi mobilitazioni contro l’abolizione dell’articolo 18 all’opposizione alla guerra in Iraq, fino alle vertenze dei metalmeccanici, degli autoferrotranvieri, dei precari e dei movimenti antirazzisti e ambientalisti.
Per molti giovani che negli anni Novanta avevano vissuto la crisi dei partiti e della rappresentanza queste battaglie sono state un importante terreno nel quale riscoprire il valore della partecipazione e della lotta.
Genova, Scanzano, Melfi, Rapolla, Val di Susa sono solo alcune delle tappe di quel ricco percorso che ancora oggi rappresenta un terreno fertile per la pratica del conflitto e che è un ambito indispensabile per le esigenze di radicamento della nostra organizzazione. Un movimento che deve avere una proiezione europea ed internazionale: lo dimostrano il no alla Costituzione Europea, la lotta contro la direttiva Bolkestein, la mobilitazione contro il sistema di guerra e le basi Usa e infine le straordinarie mobilitazioni sviluppatesi in Francia contro il Contratto di Primo Impiego. Questa mobilitazione, che ha unito lavoratori, studenti, sindacati ed i principali partiti della sinistra, è la testimonianza di come i movimenti di lotta possano vincere e della centralità che assumono le nuove generazioni nella lotta contro la precarietà.
Nei movimenti la nostra organizzazione deve quindi vivere e crescere, trovare stimoli e forza. Eppure non è possibile oggi parlare di movimento senza interrogarsi sulle sue difficoltà e contraddizioni: il movimento che ha costruito l’opposizione sociale al governo Berlusconi è oggi debole e diviso, incapace di garantire un’effettiva continuità e unità ai percorsi di lotta. Un arretramento che si è, purtroppo, approfondito all’avvicinarsi della scadenza elettorale, in linea con un complessivo spostamento a destra della società e con l’offensiva delle forze moderate del centrosinistra. Tutto questo non è di buono auspicio per i prossimi anni di governo dell’Unione, durante i quali sarà necessario il riemergere del conflitto sociale -e dell’iniziativa dei movimenti- per invertire radicalmente il senso di rotta.
Il nostro compito non si esaurisce con la candidatura di esponenti dei movimenti nelle nostre liste. Proprio perché contrastiamo l’idea di un’organizzazione che lavora interagendo con un “governo amico”, diventa prioritaria la creazione di esperienze di conflitto e movimento. La nuova fase politica consegna ai movimenti e ai GC un’eredità difficile: quella di saper influire sulle scelte del prossimo governo, ignorando le deleterie sirene di un nuovo patto sociale. Si tratta di rispondere alle pulsioni moderate presenti nel centrosinistra costruendo ovunque esperienze di conflitto e movimento. Saremo capaci di creare comitati permanenti (insieme ad altri soggetti di movimento) per l’abrogazione della legge Moratti in tutte le facoltà? Ancora: il nostro partito ha sottoscritto il programma dell’Unione. Noi non abbiamo condiviso quella scelta, ritenendola assolutamente inadeguata. Quel programma chiede l’abrogazione non già della Legge 30 ma solo di specifiche forme contrattuali come il lavoro a chiamata e lo staff leasing. Riusciremo a creare mobilitazioni che spingano il governo a realizzare questi propositi nei primi 100 giorni per poi passare al contrattacco ed ottenere l’abrogazione totale della legge Biagi? L’esperienza francese dimostra che la lotta paga. E che gli spazi di lotta e conflitto (lievito indispensabile per il radicamento e la crescita di una moderna organizzazione giovanile comunista) ci sono! Questa è la sfida che oggi i GC hanno davanti: essere protagonisti di una nuova stagione dei movimenti, che sappia fare tesoro degli errori e delle difficoltà del passato, che sappia risolvere la contraddizione tra il suo essere composito e sfaccettato e il bisogno di unità, radicalità, radicamento.
La condizione giovanile, come è evidente, non è slegata dal contesto sociale complessivo. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una crescita esponenziale delle ineguaglianze, la cui portata è semplicemente intollerabile. Nonostante ciò la metà degli elettori ha votato per il centro-destra che conserva la propria egemonia in tutti i propri insediamenti storici, nel Nord come nel Mezzogiorno.
·Il Settentrione d’Italia
Anche per questo è urgente analizzare e comprendere il tessuto sociale e produttivo delle tante province settentrionali, dai grandi distretti industriali nei quali la classe lavoratrice è sempre più debole e parcellizzata alla miriade di piccole imprese costruite sul modello Nord-Est. Per anni si è creduto che questo modello potesse essere una soluzione alla crisi delle grandi industrie e dunque potesse essere esteso al resto d’Italia.
Ma la parabola della crescita e della prosperità è precipitata in una crisi profonda che ha prodotto la corsa alla delocalizzazione industriale e quindi una forte crisi occupazionale. Ad oggi l’aggravarsi esponenziale della crisi non ha però prodotto una significativa protesta proprio in ragione dell’estrema parcellizzazione del sistema economico-lavorativo che ha permeato così in profondità il tessuto sociale da mettere i lavoratori nelle condizioni di anteporre il proprio utile individuale (la salvaguardia del proprio posto di lavoro) alla ricerca dell’unità e della lotta comune.
In questa estrema frammentazione sociale si sono fortemente affermati il culto dell’individualismo e della competizione privatista, che hanno generato una sensazione di solitudine e di inadeguatezza colmata o dall’impegno nell’associazionismo cattolico o dai luoghi della mercificazione del divertimento che, uniti all’abuso di alcool e sostanze stupefacenti, forniscono l’illusione di possedere una capacità di interazione sociale nei fatti erosa. E’ pertanto necessario, al fine di consentire alla nostra organizzazione di ampliarsi (ricordiamo infatti che in queste regioni i GC sono scarsamente radicati) e raccogliere il più ampio consenso, contestare alla radice il modello sociale qui prodotto e proporre alternative di socialità non omologata. Da questo punto di vista la battaglia per la centralità del lavoro a tempo indeterminato e l’opposizione alle leggi razziste del governo Berlusconi che esasperano il modello sociale qui prodotto diventano tappe importanti di questo percorso, così come pure diventare interlocutori e nuclei organizzativi determinanti nella realizzazione di momenti e luoghi di una più ampia socialità su tematiche forti ci consentirebbe di entrare in piena sintonia con il sentire di ragazze e ragazzi socialmente attivi.
·Per una nuova questione meridionale
Contemporaneamente va rimessa al centro del nostro lavoro politico la questione meridionale intesa, oggi più che mai, come questione nazionale: il mancato sviluppo di questi territori implica la compromissione dell’avanzamento complessivo dell’intero sistema-paese.
Il Mezzogiorno d’Italia ha un Pil pari al 59,8 di quello del centro nord: basta questo dato per capire come si tratti di un’economia debole, carente di infrastrutture ed incapace di produrre posti di lavoro e benessere.
Il Sud diventa oggi, per il ricco Nord, “pattumiera”: luogo in cui sistemare discariche, produzioni inquinanti e basi militari, o dove far nascere aziende private ma finanziate lautamente dallo Stato, rese competitive da una politica di differenziazione salariale tra le due metà del Paese. Manca un vero sostegno dello Stato, un intervento pubblico che si ponga l’obiettivo di uno sviluppo sostenibile e moderno, che crei infrastrutture utili e non opere faraoniche di nessuna utilità, come il Ponte sullo Stretto. Così come manca una politica estera che metta il Mezzogiorno al centro di una nuova politica di sviluppo basata sul dialogo con i popoli del Mediterraneo.
Questione economica, dunque, ma anche questione politica, sociale, morale. L’assenza di una politica industriale fa il paio con una gestione privatista dei fondi pubblici che permette lo sviluppo di grandi reti clientelari in una sempre più stretta collusione tra politica, imprenditoria e criminalità organizzata.
La questione meridionale ha varie sfaccettature. I GC devono riconoscere l’autonomia e la specificità della Sardegna. La questione sarda è contemporaneamente distinta e in relazione con la questione meridionale. I rapporti tra il “potere reale” (economico-militare) e la Sardegna sono di tipo coloniale e imperialista. Coloniale perché l’imprenditoria del nord e quella locale sfruttano il territorio e l’ambiente. Imperialista perché il blocco Usa-Nato individua nella Sardegna la piattaforma, al centro del Mediterraneo, sulla quale testare nuove armi nucleari e di distruzione di massa.
La condizione del Mezzogiorno è stata aggravata dalle politiche del governo Berlusconi e dall’ipotesi di federalismo fiscale, che favorirebbe un’ancora più ampia distanza tra le due parti del paese. E’ in questo contesto che si sviluppa una nuova emigrazione, che porta ogni anno circa 70 mila giovani meridionali nel nord del paese, in fuga da un tasso di disoccupazione giovanile del 46% (contro il 13% del Nord). Si tratta spesso di laureati: basti pensare che su 50 mila giovani che raggiungono la laurea, dopo tre anni 20 mila sono disoccupati. E che tra coloro che trovano lavoro, un terzo si trasferisce al Nord. Eppure nel Mezzogiorno la nostra organizzazione ha molte delle sue forze migliori: lo dimostra non solo l’elevato numero degli iscritti, ma anche la capacità di essere parte di lotte importanti (Melfi, Scanzano, Acerra). In molti comuni i nostri circoli sono l’unico antidoto ad un tessuto sociale di emarginazione, disoccupazione, criminalità: centri di aggregazione, di formazione e di produzione di lotte indispensabili, realtà ricche di iniziative, esperienze, proposte. Al Mezzogiorno, dunque, la nostra organizzazione deve dare una nuova centralità, mettendo in rete realtà importanti che spesso trovano difficoltà a comunicare tra loro. In questo senso proponiamo di dar vita, dopo la Conferenza, ad un Attivo Nazionale dei GC del Mezzogiorno, con l’obiettivo di realizzare entro l’autunno prossimo una nuova “marcia per il Mezzogiorno”, che metta al centro il tema del diritto al lavoro, le battaglie in difesa dell’ambiente e la lotta alla criminalità organizzata. È una priorità non più prorogabile.
Un lavoro politico che si proponga lo sviluppo e l’emancipazione del Mezzogiorno deve necessariamente individuare nel tema della lotta alla criminalità e alle mafie un proprio carattere distintivo.
·Mafia e anti-mafia sociale
Non pensiamo che il fenomeno mafioso sia un appannaggio esclusivo delle regioni meridionali: esso investe ormai tutto il Paese. Tuttavia il Mezzogiorno è stato storicamente contraddistinto da una costante dialettica tra classi dirigenti e poteri mafiosi che opprimono e ricattano la popolazione. Si tratta di una strategia che mira all’acquisizione di sempre più alti profitti o attraverso l’utilizzo della forza militare in contrapposizione allo Stato o attraverso il controllo delle principali arterie economiche. E’ accaduto così che numero incredibilmente alto di cittadini, lavoratori, dirigenti comunisti e socialisti, giornalisti e sindacalisti, è stato ucciso perché colpevole di rappresentare un altro Meridione: quello di chi non si rassegna alla povertà e alla subordinazione e lotta, in nome di una dignità individuale e collettiva, per il riscatto delle popolazioni meridionali e per lo sviluppo della propria terra.
La fase attuale della lotta alla mafia è molto complessa. La cattura del boss Bernardo Provenzano, ha certamente inflitto un colpo duro alla mafia, tuttavia non si può non tenere nel conto la storica capacità auto-riproduttiva dell’organizzazione. Dopo le stragi del 1992 (in cui furono ferocemente uccisi i giudici Falcone e Borsellino e gli uomini delle scorte) che hanno segnato la fine della strategia “corleonese”, la mafia è diventata “silenziosa”. Ha ridotto al minimo gli scontri a fuoco ma ha aumentato esponenzialmente i propri profitti divenendo essa stessa lo Stato. Nel Mezzogiorno oggi la mafia ha assunto il controllo assoluto di intere zone e si rafforza con la crescente contiguità tra mafia e politica.Di fronte a questa realtà occorre che i GC facciano un salto di qualità. Per troppo tempo si è commesso l’errore di non affrontare adeguatamente il tema delle mafie e, soprattutto, di lasciare ai soli compagni del Sud l’iniziativa su questo terreno. Ciò è stato ancora più grave poiché l’investimento complessivo su questa tematica non è solo contingente ma anche strategico. Infatti le politiche neoliberiste non ci consegnano solo il dato drammatico della crescita dell’incertezza e della precarietà ma, soprattutto, ci dicono che tutto ciò è andato a totale vantaggio dei diversi poteri forti, mafia inclusa. Sulla base di queste considerazioni, occorre articolare l’iniziativa dei Giovani Comunisti intorno a quattro assi fondamentali:
1.analizzare le connessioni esistenti tra mafia, politica, economia e finanza. Per fare ciò occorre organizzare da subito una Conferenza Nazionale sulle Mafie incentrata sul confronto tra le forze sociali, politiche e giudiziarie;
2.sostenere tutte le iniziative che si muovono sul terreno dell’antimafia sociale come le straordinarie manifestazioni dei “ragazzi di Locri”, che hanno visto un impressionante partecipazione giovanile;
3.organizzare localmente comitati di controinformazione, redazioni aperte all’esterno, ai movimenti, alle forze sociali facendo vivere quotidianamente la pratica dell’antimafia sociale, così come ci ha insegnato Peppino Impastato;
4.costruire una cultura dell’antimafia attraverso un lavoro di promozione culturale per chiarire la relazione esistente tra le privazioni sociali, l’aumento della povertà, la mancanza di sviluppo e di occupazione da un lato, e il proliferare del fenomeno mafioso dall’altro. La partita decisiva si gioca sul terreno sociale dando sostegno attivo alle forze politiche e sociali che combattono la mafia. È inoltre necessario che i GC si adoperino per stimolare forme di conflitto ed aprire, per questa via, l’orizzonte della liberazione dal potere mafioso.
·Lavoro/i – Precarietà: il nuovo alfabeto di una generazione senza diritti
Dopo le conquiste sociali ottenute tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 il capitale è passato alla controffensiva riducendo gradualmente i diritti dei lavoratori. Questo processo è stato portato alle estreme conseguenze con la legge delega di riforma del mercato del lavoro voluta dal governo Berlusconi. La Legge 30 si basa sulla riduzione del costo del lavoro, sulla flessibilizzazione estrema e sulla mercificazione della forza lavoro, perseguendo un modello di sviluppo iniquo in cui l’unica competizione possibile è quella al ribasso dei costi, in cui è svilita e smantellata la formazione professionale, la sicurezza del e sul lavoro, nonché l’importanza del lavoro nella costruzione dell’identità di ciascuna persona. Il lavoro è infatti il principale mezzo di sostentamento, di progresso sociale e di crescita economica per milioni di cittadini, componente essenziale ma non unica per la realizzazione di se stessi e la soddisfazione dei propri bisogni. Dando vita ad una condizione permanente di precarietà si tiene invece ogni singolo lavoratore sotto il ricatto continuo dell’impresa e dei suoi interessi. Il risultato è la totale cessione, dal lavoratore all’impresa, del proprio tempo di vita.
Mentre le forme contrattuali si moltiplicano, la precarietà lavorativa, anche a causa della distruzione del sistema di tutele del Welfare, si traduce in precarietà sociale e investe tutta la vita. La classe lavoratrice è divisa, spezzettata, segmentata in mille figure contrattuali diverse, privata di contratti nazionali di riferimento: dunque strutturalmente incapace di trovare linguaggi universali e luoghi di sintesi politica ed organizzativa.
La lotta al lavoro precario deve diventare uno degli elementi fondamentali dell’attività politica dei GC. Per questo proponiamo la costruzione di sportelli anti-precarietà in tutte le grandi città e di impegnarci nell’organizzazione di una Campagna Nazionale contro la Precarietà, con la realizzazione di un portale internet (strumento per mettere “in rete” l’atomizzato mondo dei precari) e la pubblicazione di materiale informativo per orientarsi nella babele dei contratti voluti dalla Legge 30. Ovviamente è importante il lavoro nei sindacati, dalle RdB-Cub alla Cgil. La precarietà non è avulsa dal contesto generale del conflitto capitale-lavoro: per questo rileviamo che la nascita del Nidil (che pure vede un forte impegno dei GC in tante realtà), ossia di una categoria specifica per i lavoratori precari, continua a percorrere, suo malgrado, la strada della frammentazione. Al contrario, per rafforzare le lotte dei lavoratori precari, è necessario porsi l’obiettivo di una ricomposizione delle forze sociali. Nella ricerca di unità nel mondo del lavoro, dunque, va individuato il terreno centrale di lotta e mobilitazione per le nuove generazioni. La sola richiesta di un’estensione dei diritti di cittadinanza, al contrario, sposterebbe l’attenzione sul versante distributivo, senza mettere in discussione il potere, ormai quasi assoluto, di cui godono i padroni sui luoghi di lavoro. Dunque bisogna difendere e rilanciare con forza la contrattazione collettiva e il diritto al lavoro tutelato in opposizione ai “sacrifici” imposti dai parametri economici dell’Europa e dalla direttiva Bolkestein. Sul piano politico, le nostre proposte per combattere la precarietà sono:
1.la riunificazione, nei vari siti lavorativi, di tutti i contratti, che devono essere inseriti in uno stesso contratto unico, collettivo e nazionale. Più si è uniti, più si è forti. Bisogna arrivare ad un contratto unico dell’industria in Italia ed ai contratti unici di categoria in Europa;
2.la cancellazione della Legge 30 ed il rifiuto categorico di tornare al Pacchetto Treu; è indispensabile approvare al più presto un’efficace legge sulle rappresentanze. Occorre riqualificare i centri per l’impiego, proponendosi il controllo delle tante agenzie del moderno caporalato ed affermando il collocamento pubblico quantomeno per le aziende pubbliche;
3.il sostegno concreto dei GC alla campagna nazionale per l'istituzione di una nuova scala mobile che adegui i salari all’inflazione reale;
4.la lotta alla precarietà deve essere intesa in senso ampio, come lotta per la difesa dei diritti dei lavoratori: lotta per la casa, lotta per un buon sevizio sanitario nazionale, per i trasporti, per la cultura, per il diritto allo studio.
Ma soprattutto si rende oggi necessaria una proposta di legge che introduca il lavoro minimo garantito. Per sconfiggere la precarietà rimane centrale la lotta nei luoghi di lavoro. Una proposta di legge (così come proposto dai movimenti in Francia) che preveda un’attività minima e garantita, di ricerca, produzione o distribuzione tale da comportare un reddito certo, diventa così il modo più sicuro per garantire (nel lavoro e nel reddito) chi non lo è. Contemporaneamente sia la proposta del “reddito di cittadinanza” sia quella del “salario sociale”, così come quella del “sussidio di disoccupazione”, possono essere utili tamponi rispetto allo stato di precarietà ed incertezza che vive la grande maggioranza dei giovani del nostro paese. Va pensato insomma ad un sistema integrato di formazione lavoro (così come proposto in Francia) che preveda un inserimento a tempo indeterminato per tutti e, in alternativa ad esso, un processo di inserimento in un sistema che forma e riqualifica e che contemporaneamente fornisce strumenti di sussistenza.
·Conoscenza, scuola, università e ricerca
L’intero sistema dell’istruzione pubblica italiana è, da almeno vent’anni, sotto attacco ed ha subito negli ultimi cinque una coerente operazione di smantellamento del proprio carattere pubblico. È un’offensiva organica: taglio degli investimenti per la scuola pubblica a favore dell’offerta privata, precarizzazione della ricerca, abbassamento della qualità della didattica, inserimento di meccanismi di selezione di classe già nella scuola dell’obbligo, aziendalizzazione progressiva degli istituti superiori e degli atenei. Oltre allo scempio portato avanti dalle destre (nel solco delle riforme varate da governi di centro-sinistra) e al pressing costante dei poteri forti, avanzano, nel campo de L’Unione, tendenze irricevibili. Esiste, cioè, una sintonia imbarazzante tra le proposte avanzate da Confindustria e le linee guida in materia di riforma dell’istruzione di settori decisivi del centro-sinistra. Per ciò che concerne l’università, Confindustria ha messo a punto due testi di proposte e richieste. Immediatamente sono seguite le prese di posizione dei Ds, che si muovono sulla stessa lunghezza d’onda: privatizzazione, competitività e totale autonomia delle singole facoltà addirittura rispetto alla possibilità di decidere se mantenere il proprio carattere pubblico o trasformarsi in associazioni o fondazioni private. Il senso di queste proposte è limpido: impedire l’offerta di una formazione universitaria accessibile a tutti e libera e ribaltare la logica del sapere come “bene pubblico e comune”. E’ uno scenario inquietante, che prevede senza alcuna reticenza il progressivo azzeramento del sistema universitario pubblico inteso come luogo della formazione di un sapere e critico. È tempo che i Giovani Comunisti inizino a misurarsi con questi scenari: esiste il rischio concreto che i prossimi mesi vedano il coronarsi di quella deriva privatistica che ha prodotto negli ultimi anni una involuzione drammatica del sistema universitario italiano. Su questo terreno il Governo sarà in grosse difficoltà: dobbiamo evitare che lo sia pure la nostra organizzazione.
Il quadro è il medesimo anche per ciò che concerne il diritto allo studio: l’istruzione non è più un diritto che lo Stato garantisce a tutti ma una merce venduta in vista di un profitto. Questo ha prodotto, negli ultimi anni, l’esclusione dai cicli di formazione di molti studenti, a causa dell’aumento delle tasse, dei numeri chiusi, degli obblighi di frequenza. Contemporaneamente nelle scuole superiori i ragazzi sono obbligati già a 13 anni a “scegliere” tra istruzione di tipo liceale ed istruzione di tipo professionale e cioè tra la via alta alla formazione (riservata ai figli delle classi colte ed agiate) e la via bassa dell’avviamento professionale (per le famiglie operaie e monoreddito). È una concezione classista dell’istruzione, che mira a conservare la natura borghese delle élites dirigenti.
In contemporanea con i passaggi parlamentari del DdL Moratti, la gran parte degli atenei italiani e un buon numero di istituti superiori ha conosciuto un considerevole sviluppo di mobilitazioni ed iniziative di lotta che, in molti casi, hanno portato ad autogestioni ed occupazioni. In molte occasioni i GC erano presenti e hanno giocato un ruolo importante nei movimenti, nei collettivi, nelle assemblee, nei confronti politici. È emerso però, in tutte queste occasioni, un limite di organizzazione, radicamento e piattaforma politica che tutti insieme dobbiamo cercare di superare.
Il nostro obiettivo è complesso ma decisivo: costruire una mobilitazione di massa contro le politiche neoliberiste di privatizzazione e destrutturazione del diritto allo studio all’interno di una critica complessiva ed organica del sistema capitalistico. Organizzare le vertenze e ricondurle al quadro generale, compiendo il salto necessario –che fino ad oggi non c’è stato- dalla protesta difensiva alla proposta: lavorare per uno stato di mobilitazione permanente degli studenti e dei lavoratori della scuola e dell’università. La definizione di una nostra piattaforma di rivendicazione e di lotta è necessaria per contribuire allo sviluppo dei movimenti e per tentare di arginare le fasi di riflusso che fisiologicamente seguono quelle di più forte mobilitazione. Compito dei GC è unire la lotta in difesa della formazione libera e pubblica a quella in difesa dei diritti del lavoro, ciò è possibile soltanto nella misura in cui si riesce a costruire una piattaforma di proposta politica complessiva ed organica, tanto nelle università quanto negli istituti superiori e che preveda:
·l’abrogazione immediata della Riforma Morattie di tutti i suoi decreti attuativi come precondizione necessaria per una nuova proposta legislativa in completa discontinuità anche con le sciagurate riforme Berlinguer e De Mauro;
·un aumento degli investimenti per la scuola, l’Università e la ricerca, in maniera tale da adeguarli alla media degli altri paesi europei, invertendo la tendenza che negli ultimi anni ha visto progressivamente ridursi i finanziamenti per la pubblica istruzione a vantaggio di quelli per le scuole private (di cui chiediamo il totale annullamento);
· la difesa e il recupero del carattere pubblico della scuola e dell’università italiana, ostacolando qualsiasi progetto di privatizzazione e di aziendalizzazione;
·un innalzamento dell’obbligo scolastico fino a 18 anni con presalario dai 16;
·un potenziamento del diritto di studio attraverso l’attivazione di forme di sostegno economico per le famiglie con reddito basso. La totale gratuità delle iscrizioni, delle tasse, dei libri di testo, delle mense, dei trasporti e degli alloggi destinati ai fuorisede;
·una valorizzazione ed una riqualificazione della didattica e della ricerca;
·l’eliminazione totale del precariatolavorativo scolastico ed universitario, per quanto riguarda sia il personale docente sia quello non docente;
·forme permanenti di unità di azione tra studenti e lavoratori della conoscenza, che conduca tutti i soggetti coinvolti al di fuori dell’autoreferenzialità e del corporativismo professionale.
Una società complessa: nuovi fenomeni e nuove priorità
Questa società è fonte di pulsioni, di violenza e di mercificazione delle relazioni umane, di un impoverimento etico, sentimentale e culturale della personalità umana (dall’affettività al rapporto con la natura). Si tratta dunque di acquisire una visione non meramente economicistica della lotta per una società alternativa al capitalismo e di cogliere le istanze di liberazione che sono insite in nuove problematiche e nuovi movimenti. Ci riferiamo innanzitutto all’ambientalismo, ai femminismi, all’anti-proibizionismo. Su questo terreno è possibile un incontro fecondo tra movimento operaio e nuovi movimenti ed un comune riconoscersi negli ideali di emancipazione e liberazione umana propri del socialismo e del comunismo. Nella comune prospettiva, cioè, del superamento di una società fondata sull’alienazione, sulla riduzione dell’essere umano a valore di scambio e sul dominio delle merci.
·Migranti
L'Italia è terra di frontiera, luogo dove la violenza usata per controllare e disciplinare i fenomeni migratori assume il suo volto più aspro e brutale. L'Europa di Schengen non cancella i confini ma si limita a spostarli e a renderli ancora più militarizzati. L'Unione Europea si pone l'obiettivo di controllare e limitare la sempre più forte pressione migratoria. Lo fa con l'uso della forza, con la detenzione, con la limitazione del diritto di asilo, con gli “accordi di riammissione” con i paesi di passaggio, lo fa spostando all'esterno (in Libia come in Polonia e in Marocco) le proprie prigioni per i migranti. Gli immigrati diventano, di fatto e di diritto, cittadini di serie B, privati di ogni diritto sociale (sanità, contratto di lavoro, istruzione); uomini e donne senza status, clandestini.
Ma dietro alla negazione del diritto di cittadinanza si nasconde un chiaro obiettivo economico: meno diritti hanno i lavoratori immigrati, più possono essere sfruttati. La legge Bossi-Fini ne è un chiaro esempio: la repressione non si pone il semplice obiettivo di chiudere le frontiere, ma quello di permettere l'ingresso a pochi lavoratori selezionati e a molti clandestini. I quali, nelle campagne meridionali, nelle aziende del Nord-Est, nei cantieri e nelle case delle nostre città, coprono i settori più bassi e meno qualificati del mondo del lavoro, permettendo alle imprese di risparmiare sul costo del lavoro. Lavoratori “diversi” da quelli “italiani”, dove la differenza di status e di cultura è un chiaro limite alla costruzione dell'unità di classe e alla sindacalizzazione. Lavoratori “precari” per eccellenza. Eppure uomini e donne potenzialmente “rivoluzionari” nella misura in cui portano le contraddizioni del loro mondo nella nostra società, mettendo in crisi certezze consolidate, aiutandoci a rinnovare le forme soggettive dell'organizzazione politica e facendoci scoprire storie e culture diverse. I GC devono essere in prima linea nella difesa dei diritti dei migranti, stimolando la loro presenza nella nostra organizzazione, appoggiando tutte le campagne che puntano ad estendere i loro diritti (dal voto a quelli di cittadinanza) e, soprattutto, contrariamente alla montante campagna delle destre e dei mezzi di informazione, facendosi promotori di un incontro con tutte le comunità (giovanili e non) immigrate presenti in Italia.
·Carcere, Droghe e Repressione
La tollerabilità di un sistema carcerario è la vera cartina di tornasole delle democrazie moderne: in Italia, la democrazia è profondamente malata. Oggi in 15 istituti carcerari italiani il sovraffollamento è superiore al 200%, con una media nazionale del 134%. Inoltre, solo il 12% dei detenuti è in carcere per fatti di sangue o di criminalità: la gran parte della popolazione carceraria è composta da tossicomani, immigrati ed emarginati sociali. Il sistema repressivo si accanisce dunque contro i soggetti deboli spingendoli ancora di più ai margini della società in un circolo vizioso che perpetua una dinamica profondamente classista. La legge Fini sulle droghe tenta di spingere in questa spirale strati ancora più larghi di popolazione giovanile. Un provvedimento ultra-proibizionista persecutorio nei confronti dei consumatori di sostanze leggere; un insieme di norme che potrebbe riempire nei prossimi mesi le aule di giustizia di migliaia di ragazzi che rischieranno dai 6 ai 20 anni di carcere. Una legge da abrogare e da sostituire con un impianto legislativo fondato sul potenziamento del settore pubblico e sulla depenalizzazione completa del consumo di sostanze leggere. A monte, bisogna intervenire a livello politico e sociale sul terreno del disagio ed impostare una legislazione, in primo luogo sui temi delle droghe e dell’immigrazione, di depenalizzazione dei reati minori, riproponendo con forza l'ampliamento delle misure alternative al carcere. In misura contingente riteniamo urgente un provvedimento di amnistia e indulto che riporti a capienza lo stato dell’affollamento del circuito penitenziario. Dentro questo contesto, chiediamo la depenalizzazione e, subito, l’amnistia e l’indulto per i reati connessi alle lotte sociali.
·Questione di genere e sessualità
Tutto questo è l’emblema di una società fondata sulla criminalizzazione dell’altro da se e che colpisce soprattutto i soggetti più deboli. Come le lesbiche, i gay, i transessuali, e più in generale tutti colori i quali esibiscono il proprio orientamento sessuale e la propria identità di genere. Va innestata nel Paese una forte reazione laica ad un bigottismo asfissiante, ad un clima di insopportabile ipocrisia moralista, che si concretizza nell’eterosessismo e nell’omofobia. Va aperta una offensiva forte sul terreno dei diritti civili e della morale sessuale, impedendo ogni ingerenza confessionale nella sfera dei rapporti tra i sessi e della costruzione delle relazioni interpersonali.
Riteniamo sia compito della sinistra tentare un avanzamento su questo terreno, anche scontrandosi con convincimenti estremamente radicati e diffusi che tuttavia sono inconciliabili con una cultura laica, progressista, civile e democratica. E questo anche attraverso interventi legislativi, come il riconoscimento delle unioni omosessuali sul piano affettivo e materiale, in termini di diritti e di doveri che non possono essere privilegio degli eterosessuali. Così come l’introduzione di ore di educazione sessuale nei programmi didattici o la distribuzione gratuita di anti-concezionali nelle scuole, di concerto con le strutture sanitarie. Bisogna lavorare per una effettiva liberazione sessuale dove in primo luogo le donne non siano più subordinate ad un sistema di regole sociali e morali, capitalistiche quanto religiose, ancora maschilista e patriarcale, e siano riconosciute come soggetti che si autodeterminano, ai quali non può essere sottratto il dominio sul corpo e su come gestirne le trasformazione. Per questo sarà necessaria la massima vigilanza sulla 194 e sulla sua applicazione ancora insoddisfacente per rapporto consultori abitanti (il diritto ad abortire non può essere affermato formalmente e sostanzialmente negato) oltre che un lavoro dettagliato per concepire un legge avanzata sulla procreazione assistita, che includa tutti i soggetti ora esclusi e che tuteli veramente la salute delle donne riconoscendole il diritto ad una piena autodeterminazione. In questo quadro si colloca la valorizzazione delle esperienze delle compagne, delle diverse culture del femminismo, che realmente ci impegniamo a porre a fondamento del nostro agire politico. Crediamo fortemente nella ricerca di un’eguaglianza che si realizzi attraverso il confronto tra le differenze. Senza una reale emancipazione femminile non ci può essere alcuna trasformazione radicale del sistema economico e sociale capitalistico. Contemporaneamente non può esserci alcuna reale emancipazione all’interno di questo modo di produzione: anche per questo siamo comunisti e lottiamo per una società diversa e migliore.
·Cultura e socialità
E’ fondamentale, in questo ragionamento, il ruolo che svolge la cultura, in primo luogo la cultura dominante, la cultura egemone. Al crollo che si è determinato all’inizio degli anni ‘90 nel sistema dei partiti tradizionali e alla successiva corsa allo svuotamento identitario intrapresa da quasi tutti i partiti della sinistra (a cui non ha fatto eccezione il Prc) ha fatto seguito in tutta l’Europa il sorgere di risposte populiste e di nuove formazioni di destra apertamente nazionaliste e xenofobe. In questo contesto collochiamo la pesante recrudescenza di una cultura autoritaria, fascista e xenofoba che credevamo ormai sopita. Contemporaneamente milioni di giovani, in condizione di subalternità al capitale a causa delle proprie condizioni lavorative e sociali, subiscono meccanismi di alienazione sia dentro il processo produttivo sia attraverso modalità di svago e socializzazione (consumistiche e mercificate) erroneamente percepite dai più come strumenti di evasione dall’alienazione.
Dinanzi a questo scenario dobbiamo dunque recuperare una profonda battaglia, nella società, per l’egemonia culturale. Va riattivato un circolo virtuoso tra le organizzazioni della sinistra, i sindacati, la società civile progressista, i movimenti, l’associazionismo, il mondo della intellettualità laica e democratica. Da ciò deve nascere un confronto continuo che produca non solo ricerca ed analisi ma anche un’iniziativa culturale di massa, capace di riattivare le strutture ricreative legate al movimento dei lavoratori e costruirne di nuove, moltiplicando le energie affinché i giovani possano trovare alternative ai centri di mercificazione della cultura e del divertimento. Dobbiamo costruire luoghi di aggregazione sottratti a questo processo perverso che produce impoverimento culturale ed adeguamento ai canoni della società capitalistica. È evidente che questi luoghi o acquisiscono una forma pubblica, anche nella proprietà e nella gestione, o rischiano di perdere il loro senso: il carattere non privato della socialità, il valore della cultura, la necessità di una sua diffusione.
·Nuove destre e antifascismo
I processi di revisionismo storico non solo subiti ma spesso promossi dalle stesse forze della sinistra hanno aperto un varco attraverso il quale hanno potuto fare ritorno forze di destra segnate dal marchio infame dell’intolleranza e dell’odio verso le istituzioni democratiche. Ciò che preoccupa maggiormente è il rinvigorirsi di un brodo di cultura fascista e squadrista che attraversa le piazze, gli stadi, i luoghi di aggregazione: giovani omosessuali pestati a sangue, atti di vandalismo siglati con la croce celtica e la svastica, aggressioni mirate a militanti comunisti e della sinistra radicale, anche iscritti alla nostra organizzazione. In un contesto in cui la Resistenza è sotto accusa (e si punta allo stravolgimento della Costituzione), è riprendere in mano l’iniziativa dell’antifascismo. Il primo impegno di tutte/i i GC sarà per la vittoria nel Referendum del 25-26 giugno in difesa della Costituzione. Anche la celebrazione del 25 Aprile deve assumere un significato decisivo che vada ben oltre la memoria. Per questo consideriamo insufficiente l’iniziativa dei GC su questo terreno e consideriamo grave il fatto che, pur in presenza di un odg votato dal Coordinamento Nazionale in cui si impegnava l’organizzazione ad una grande iniziativa in occasione del 60º Anniversario della Liberazione, i GC non abbiano fatto assolutamente niente. Così come pure è assolutamente insufficiente l’impegno rispetto ad importanti appuntamenti antifascisti. Per esempio, ogni anno la prima domenica di luglio si svolge a Schio (VI) una parata di reduci delle SS che diventa, nei fatti, un appuntamento europeo per tutte le organizzazioni fasciste. Troppo spesso abbiamo lasciato alla sola iniziativa dei GC di Schio il compito di organizzare una contro-manifestazione: ciò non deve più avvenire. I GC devono farsi carico non solo di aderire ed organizzare la presenza al corteo antifascista, ma adoperarsi per coinvolgere altre organizzazioni europee, in un grande happening antifascista.
II
PER UN NUOVO INTERNAZIONALISMO
Prima di tutto, sconfiggere l’imperialismo e la “guerra preventiva”, per aprire nuove frontiere di liberazione al futuro dell’umanità
A quasi quindici anni dalla disgregazione dell’Urss assistiamo al tentativo di costituzione di un governo unipolare del mondo, con il dispiegarsi del più grande progetto di egemonia globale mai partorito dalla Storia. Tale progetto, imperniato sul comando unico degli Usa, è segnato dalla trasformazione della Nato e dell’intero sistema di alleanze militari euro-atlantiche in chiave offensiva e interventista. Un nuovo fascismo aleggia sul mondo: il nucleo dirigente del Governo Bush è convinto della propria predestinazione (addirittura divina) a dominare il mondo ed ha elaborato una strategia di dominio di lungo raggio, la “guerra preventiva”, con cui cerca di giustificare l’intervento militare e ogni forma di ingerenza contro legittime resistenze popolari e movimenti di liberazione e contro popoli e Paesi che si oppongono all’imperialismo. Questa politica genera una pericolosa corsa agli armamenti, guerra e miseria per i popoli colpiti, torture di massa in Iraq, nuovi lager alla Guantanamo, minacce di nuove guerre a Stati sovrani (Iran, Siria, Corea …), oltre che drastiche limitazioni dei diritti costituzionali dello stesso popolo statunitense.
All’interno di questo quadro inquietante si manifestano però segnali importanti di controtendenza ed emergono contraddizioni e potenzialità che consentono di mantenere aperta la prospettiva strategica del superamento di un ordine mondiale dominato dalle grandi potenze capitalistiche e dall’imperialismo. Sulla scena economica e politica mondiale emergono alcuni grandi paesi in via di sviluppo, destinati a modificare in profondità le relazioni internazionali ed i rapporti di forza. Di fronte alla crisi o alla stagnazione dei paesi tradizionalmente motori dell’economia mondiale, si assiste alla crescita di paesi come Cina, India, Brasile, Sudafrica, ai quali si affianca anche la Russia di Putin. E’ in questo quadro di emersione di un mondo multipolare che maturano i piani neo-cons di dominio del mondo e di penetrazione diretta nelle aree chiave per il controllo delle risorse idriche ed energetiche del pianeta.
Imponente è stato il movimento che si è opposto a questa politica di guerra, riuscendo a mobilitare, alla vigilia dell’aggressione all’Iraq, milioni di persone in tutto il mondo. Ma il protrarsi dell’occupazione militare, insieme ad alcune debolezze soggettive e di orientamento (come l’incomprensione del ruolo strategico della resistenza irakena) ha finito per limitarne l’ampiezza. Importante è stata comunque la partecipazione alle manifestazioni del 18 marzo scorso in varie capitali del mondo, segno di una capacità e volontà di mobilitazione non esaurite. Anche il movimento contro la globalizzazione capitalistica, che al Forum Sociale Mondiale di Mumbai aveva visto un importante avanzamento in termini di consapevolezza antimperialista, ha ritrovato nuova linfa, dinamicità e radicalità nel recente appuntamento di Caracas, grazie anche alla spinta rivoluzionaria venuta dall’emblematica esperienza venezuelana. E così è stato anche per l’esperienza straordinaria del XVI Festival Mondiale della Gioventù, tenutosi sempre in Venezuela l’estate scorsa. Entrambi questi meeting sono stati segnati da una grande partecipazione giovanile e dalla radicalità delle posizioni emerse; hanno saputo porsi come anello di congiunzione tra diverse esperienze di lotta nel mondo; sono stati segnati dalla forte partecipazione di partiti ed organizzazioni giovanili comuniste ed hanno riproposto con vitalità la questione del socialismo nel 21° secolo.
A tutto ciò, come GC, dovremmo riservare maggiore attenzione, cogliendo quanto di nuovo e vitale si muove tra i movimenti comunisti e rivoluzionari giovanili, a tutte le latitudini. A noi spetta un lavoro paziente e tenace di ricucitura di rapporti e relazioni, di elaborazioni politiche e di costruzione di iniziative sul terreno strategico della battaglia contro la guerra e l’imperialismo, avendo la capacità di saperla sempre intrecciare con la questione sociale per cui pace, lavoro e giustizia sociale siano sempre percepite come questioni inseparabili. Ciò è particolarmente difficile nei paesi a capitalismo avanzato, come l’Italia, dove la risposta alle attuali difficoltà è tante volte imbrigliata nell’egemonia moderata. Sappiamo invece, come dimostra la ripresa di grandi movimenti antagonisti nella vicina Francia (dal rifiuto di massa della Costituzione Europea alle ultime grandi lotte contro la precarietà, alla rivolta delle periferie urbane) che esistono grandi potenzialità di lotta nelle nuove generazioni. Dobbiamo contribuire a sollecitarle, anche nel nostro Paese, consapevoli che la strada è lunga e tortuosa, ma che non esistono scorciatoie possibili. Dobbiamo sempre ricordare che non siamo soli in questa lotta, che essa si intreccia con le aspirazioni di popoli e Paesi che in ogni parte del mondo combattono contro l’imperialismo e aspirano ad un mondo nuovo. E che, nel loro insieme, rappresentano una grande forza che può dare sostegno ai nostri sogni e alle nostre aspirazioni, dando valore concreto ad un nuovo internazionalismo.
·Resistenza irachena e palestinese
A tre anni dall’aggressione all’Iraq, gli occupanti non sono più in grado di controllare parti sempre più consistenti di territorio. La resistenza del popolo iracheno costituisce uno dei maggiori elementi di novità dell’attuale quadro internazionale. Se oggi altri paesi non sono sotto le “bombe democratiche a stelle e strisce” e, negli Stati Uniti, si espande il movimento che chiede il ritiro dei militari dall’Iraq, è grazie alla resistenza del popolo iracheno.
Essa si intreccia con l’ormai storica resistenza del popolo palestinese, cui va il nostro sostegno incondizionato, nel pieno rispetto delle istituzioni rappresentative che ha deciso legittimamente di darsi in libere elezioni. Respingiamo pertanto ogni discriminazione nei confronti del governo di Hamas, come quella recentemente espressa dall’Unione Europea, che si è in proposito allineata alle posizioni oltranziste degli USA e di Israele. Così come respingiamo ogni minaccia alla sovranità di Paesi come la Siria e l’Iran, che rappresentano –insieme alle resistenze irachena e palestinese– i principali ostacoli alla pretesa dell’asse USA-Israele di esercitare -anche col terrorismo di Stato- la propria egemonia neo-coloniale su tutto il Medio Oriente.
·Al fianco di tutti i popoli in lotta
Siamo solidali con la lotta e l’iniziativa di tutti quei popoli e Paesi non allineati dell’Asia, dell’Africa, dell’America Latina, che in vario modo operano per la costruzione di un nuovo ordine mondiale multipolare, progressista, di pace e che operano per consolidare spazi economici e geo-politici autonomi dall’imperialismo. La cooperazione politica e militare tra Cina e Russia -aperta alla collaborazione delle forze progressiste e non allineate di ogni continente- può rappresentare nel mondo di oggi un importante contrappeso all’unipolarismo euro-atlantico.
In America Latina, grazie alla spinta rivoluzionaria imperniata sull’asse Cuba-Venezuela, a grandi lotte popolari, ad esperienze meno radicali -come quella del Brasile di Lula- ma comunque in controtendenza, tutto un continente è in subbuglio e in lotta per la propria autonomia dall’egemonia statunitense. Resta essenziale l’esperienza e il ruolo di Cuba socialista: nonostante l’embargo ed i continui tentativi di destabilizzazione e delegittimazione internazionale è riuscita tra mille difficoltà a resistere, con un forte consenso popolare ed una importante partecipazione delle giovani generazioni che sono in prima fila nella gestione del processo in corso. Sostenere la rivoluzione cubana significa anche valorizzare un’esperienza sociale progressiva che, nel contesto dei Paesi in via di sviluppo, rappresenta un’alternativa emblematica alla barbarie ed alle devastazioni del capitalismo. Così come pure è significativa l’esperienza delle FARC colombiane, capaci di sostenere una guerriglia di lunga durata e di conquistare ed amministrare in nome dei principi del socialismo e dell’autodeterminazione del popolo una vasta porzione del territorio nazionale della Colombia.
La “rivoluzione bolivariana”, guidata da Hugo Chávez, rappresenta una speranza per l’intero continente ed è stata capace di reggere la lotta contemporaneamente contro l’imperialismo ed il capitalismo. Infatti il Venezuela si è innanzitutto sottratto all’egemonia degli Usa nella regione e lavora per una comunità delle nazioni latinoamericane (con formazione di poli pubblici regionali per la gestione delle risorse energetiche, economiche e delle telecomunicazioni), contro l’Alca e per l’Alba e per un nuovo protagonismo del continente latinoamericano, con relazioni di cooperazione forte e privilegiata con tutti quei Paesi che operano sulla scena internazionale in modo non subalterno all’imperialismo americano. Inoltre ha avviato un piano di riforme economiche (lotta alla fame e alle disparità, controllo pubblico dell’industria del petrolio…) sperimentando in alcuni casi una diretta partecipazione dei lavoratori nella gestione delle aziende e determinando nuove forme di proprietà. Un’esperienza originale, aperta a diversi sbocchi possibili, che ha il merito, tra l’altro, di avere riproposto internazionalmente e con forza il tema del socialismo nel 21º secolo.
La lotta in questa parte del mondo: contro la Nato e contro il nuovo capitalismo dell’Unione Europea
Sappiamo che il nostro compito nella lotta contro l’imperialismo è quello di contrastarne politiche, strumenti e basi logistiche presenti nel nostro Paese. Negli ultimi dieci anni la Nato ha svolto un ruolo fondamentale nel processo di penetrazione verso l’est (europeo ed asiatico). La guerra all’ex Jugoslavia ha messo in luce l’intreccio tra gli interessi Usa e quelli delle maggiori potenze imperialistiche europee. Oggi, nei Balcani occupati dalla Nato, dilaga la malavita (con traffici che vanno dalle sigarette alle armi, passando per la prostituzione, la tratta di esseri umani ed il commercio clandestino di organi), in un intreccio perverso tra affari e politica.
·Contro le basi straniere, USA e NATO, sul territorio italiano e nel mondo
Anche il nostro paese è coinvolto. Sul territorio italiano esistono basi militari statunitensi e della Nato fin dal secondo dopoguerra, nate con protocolli segreti ancora oggi vigenti. Basi che hanno segnato in profondità la storia recente della Repubblica: la presenza dell’esercito statunitense nel nostro territorio è stata funzionale anche ad impedire con ogni mezzo che vi fosse un qualsiasi spostamento a sinistra dell’asse politico italiano. Nelle basi americane ha trovato linfa la trama tra servizi segreti, governo americano, neofascisti ed establishment democristiano che giunse fino alla costruzione di un apparato paramilitare segreto, Gladio.
La guerra nord-americana, dunque, passa anche sopra le nostre teste, vicino alle nostre case e sottrae alla sovranità del nostro Paese ampie fette di territorio, inquina l’ambiente, spreca risorse pubbliche, lega il destino di migliaia di persone all’industria e al trasporto delle armi. Si può ben dire, dunque, che l’Italia è un “paese a sovranità limitata”, “un paese in guerra”, poiché senza il sostegno logistico delle basi nessuna delle guerre americane del mondo post-bipolare sarebbe stata possibile, dal Kosovo all’Iraq passando per l’Afghanistan. L’ampliamento della base di Sigonella, del porto militare di Taranto, della base di Camp Derby dimostrano l’accresciuta importanza di questi territori per l’Usa Army. Numerosi analisti sostengono, inoltre, che all’interno di queste basi si nascondano ordigni nucleari. Tutto ciò nella più completa segretezza.
La forte mobilitazione contro la guerra e la presenza di movimenti contro le basi hanno prodotto una forte coscienza popolare, al punto che quattro Presidenti di Regione (Sardegna, Toscana, Emilia-Romagna e Puglia) si sono già pronunciati contro la presenza di queste strutture nei territori regionali. In Sardegna questa battaglia è riuscita a raggiungere una prima importante vittoria: gli Stati Uniti hanno dichiarato alla fine dello scorso anno, infatti, che sono pronti a dimettere la base della Maddalena, contro cui si erano mobilitati migliaia di cittadini sardi.
Su questo versante occorre produrre un efficace lavoro di inchiesta e di denuncia, sulle contraddizioni concrete che la presenza delle basi porta con sé (danni ambientali, relazione tra militari stranieri ed abitanti, limitazione della sovranità territoriale e dello spazio di sorvolo). I GC devono essere in prima fila in questa battaglia, a partire dalla promozione di una campagna nazionale che chieda di rendere pubblici i patti segreti che hanno istituito le basi. L’obiettivo della chiusura di tutte le basi militari statunitensi nel nostro territorio si inserisce nella prospettiva della uscita dalla Nato e da tutti i teatri di guerra, nel rispetto pieno dell’art. 11 della nostra Costituzione.
La “Conferenza Internazionale contro le basi militari straniere e della Nato nel Mondo”, organizzata a Cuba lo scorso novembre, indica il quadro internazionale entro cui muoverci per cominciare questa mobilitazione. Non siamo solo contro tutti, dunque. Il tema è stato più volte richiamato nelle del FSM. Il Forum di Giakarta lotta per la chiusura delle basi straniere e Nato in tutta l’area, così come i comunisti giapponesi sono da anni impegnati in una dura battaglia contro la base statunitense ad Okinawa ed i GC greci e cubani si sono mobilitati più volte, insieme ad altre associazioni pacifiste e di massa, contro le basi USA di Salonicco e Guantanamo.
·Non confondiamo l’Europa con l’Unione Europea
La vittoria dei “No” in Francia ed Olanda nei referendum sull’ipotesi di trattato costituzionale europeo ha messo in evidenza la natura neo-capitalistica, liberista e atlantista dell’Unione Europea, anche di quelle sue componenti più legate al polo franco-tedesco.
La mobilitazione per votare No al referendum ha visto protagonisti i comunisti, forze della sinistra politica e sindacale e settori consistenti del movimento operaio di quei paesi, che hanno sonoramente bocciato quel progetto. Oggi è in crisi l’impianto di una Unione Europea segnata dai Trattati di Maastricht e Lisbona. Rispetto a questa UE, le forze di sinistra critica hanno diversi approcci. Alcuni, pur contestandone l’impianto, la considerano un contrappeso utile all’egemonia Usa; altri contestano questa Europa, chiedendone la rinegoziazione nell’ambito di un impianto UE che non viene comunque rimesso in discussione. E’ il caso del Partito della Sinistra Europea, su cui continuiamo ad esprimere un parere negativo perché ha diviso le forze comuniste e di sinistra alternativa e si muove all’interno di una logica tutta interna all’UE, sulla base di una piattaforma assai simile a quella della sinistra socialdemocratica. Noi pensiamo invece che le forze che si richiamano al socialismo e ad una alternativa anti-liberista, che vogliono un’Europa unita ed autonoma dagli Usa e dalla Nato, fondata sulla cooperazione tra Stati sovrani e non sul potere di istituzioni sovranazionali subalterne alle maggiori potenze imperialistiche del continente, amica dei popoli del Sud del mondo e non ostile alle loro lotte di liberazione, non possano perseguire questo progetto dentro il quadro di compatibilità dell’UE, ma debbano avanzare un progetto alternativo, che comprenda tutto il continente, dal Portogallo alla Russia. Occorre dotarsi di una strategia di superamento dell’UE e su questo coinvolgere, anche a livello giovanile, tutte le organizzazioni comuniste e progressiste del continente, senza settarismi e preclusioni o nuovi steccati tra Est e Ovest. Per questo riteniamo indispensabile che si avvii la fase costituente di un processo per la formazione di un forum europeo che coinvolga tutte le organizzazioni giovanili comuniste, le forze rivoluzionare e di solidarietà con i popoli del mondo e gli studenti. Un forum in grado di promuovere iniziative internazionali contro la guerra ed il neoliberismo, di diventare protagonista del prossimo Forum Sociale Europeo e di impegnarsi nella diffusione di valori quali la solidarietà sociale, l’antirazzismo e l’antifascismo.
III
La sfida che ci attende: la riorganizzazione dei GC
Sono passati quattro anni dall’ultima Conferenza dei GC, durante i quali la nostra organizzazione ha attraversato fasi difficili, complesse, variegate.
La scorsa Conferenza si chiuse nella fase alta dei movimenti che, dopo Genova, hanno attraversato e rinnovato la politica nel nostro Paese. Proprio del rapporto con i movimenti i GC fecero la principale guida della loro azione politica. Si disse, allora, che la forma partito era qualcosa di ormai superato, l’organizzazione un residuo del passato e che solo i movimenti e mai i partiti sarebbero stati capaci di guidare il cambiamento. Sulla base di queste posizioni si decise di investire tutta l’organizzazione nella costruzione dei laboratori della disobbedienza, scambiando la complessità del movimento con una sua componente. Il risultato fu, purtroppo, assai magro. La retorica del superamento dei partiti portò molti compagni ad uscire dai GC per legarsi ai disobbedienti. Ma quella importante fase stava ormai per giungere alla conclusione: i social forum esaurirono presto la propria spinta propulsiva, si consumò la rottura coi disobbedienti e i GC rimasero orfani di una linea politica, deboli nell’organizzazione, incapaci di radicarsi nelle lotte e nei territori.
Dopo quattro anni, oggi, si giunge ad una nuova Conferenza con una struttura ormai pressoché inesistente: molti coordinamenti provinciali e regionali sono da tempo scomparsi; dove sono ancora in funzione, invece, sovente non riescono a coordinare province spesso troppo grandi. Il Coordinamento Nazionale e l’Esecutivo da esso espresso non sono stati in grado di dare unità e compattezza alla struttura, di proporre e realizzare su tutto il territorio nazionale campagne e lotte, di stimolare il dibattito e la discussione teorica. A poco a poco si è assistito all’affievolirsi di un’idea di appartenenza alla nostra struttura e sono venute meno forme partecipative di discussione in grado di dar un senso alla nostra militanza.
Il tesseramento 2005 si è chiuso con 15.000 iscritti, un risultato abbastanza positivo. Ma questo dato non è territorialmente omogeneo. La presenza dei GC è ancora a macchia di leopardo con un grosso numero di iscritti in una sola federazione per regione e le restanti territorialmente contigue che vedono, in alcuni casi, solo poche decine di tesserati. E’ necessario pensare al tesseramento come momento fondamentale per la crescita ed il radicamento, individuando un responsabile nazionale e responsabili nei coordinamenti provinciali. È necessario produrre materiale per il tesseramento ed organizzare una campagna annuale. L’attività annuale dei GC deve iniziare con una grande campagna per il tesseramento e chiudersi con la festa nazionale.
Per questi motivi è importante curare l’organizzazione. Rappresenta la nostra capacità di intervenire nella realtà, di comprenderne le contraddizioni per tradurle in proposta politica, di mobilitare forze ed energie per riunire mille battaglie in un’unica battaglia: quella per il superamento del capitalismo, per il socialismo. Per questo vogliamo continuare a distinguerci. Dicendo che nessun partito comunista potrebbe mai vivere senza movimento, poiché nel movimento esso trae l’energia per la sua azione politica. Ma che i movimenti senza un partito, senza organizzazione, radicamento, unità non potranno mai raggiungere l’obiettivo di cambiare il mondo.
Da questa Conferenza, dunque, la nostra struttura deve rinascere, più forte e organizzata: è necessario un radicale cambiamento di rotta a partire dal ruolo del Coordinamento Nazionale che deve diventare il vero luogo di discussione e decisione della linea politica e perdere quella funzione di mera ratifica di decisioni già prese in Esecutivo e spesso rese già esecutive. Il Coordinamento Nazionale dovrà riunirsi con regolarità e frequenza (non ogni quattro o cinque mesi!) individuando temi e campagne su cui investire le proprie energie, dotandosi di commissioni e gruppi di lavoro permanenti, individuando anche un momento periodico dove confrontarsi direttamente con i coordinatori provinciali e regionali, al fine di socializzare esperienze in cui possano emergere le difficoltà presenti nei vari territori.
L’unità nasce dalla collegialità e dalla condivisione del lavoro: le differenze devono assumere il ruolo di ricchezza e non di ostacolo al lavoro comune. Per rendere realmente efficace e regolare l’attività è necessario dare vita a commissioni tematiche su singoli settori di intervento: manca ancora una forte campagna nazionale sulla precarietà, sulla chiusura di tutte le basi militari presenti sul territorio, sull’immigrazione, sul diritto allo studio. Sarà necessario investire molte energie nella costruzione di una rete nazionale dei collettivi, intesi sia come spazio necessario per la produzione di conflitti sia come irrinunciabile risorsa per la crescita della nostra organizzazione. Dal Coordinamento Nazionale, inoltre, dovrà partire lo stimolo per la costruzione di nuovi circoli universitari: riteniamo impensabile che un’organizzazione con 15mila iscritti abbia solo 8 circoli universitari. Si tratta, dunque, di costruirne di nuovi in tutti i grandi poli universitari e di renderli luoghi di stimolo alla nascita e al radicamento dei collettivi. Contemporaneamente va rilanciato il lavoro nelle scuole medie superiori sia promovendo collettivi d'istituto e creando circoli di GC degli
studenti medi sia lavorando assiduamente in ogni mobilitazione.
La divisione in gruppi di lavoro permette di rendere collegiale il lavoro del Coordinamento, così come pure permetterà di rendere più snella (e quindi più facilmente convocabile) la struttura. Non vogliamo con questo ribaltare o non tener conto della maggioranza politica del Coordinamento ma superare quella dialettica stantia ed inefficace che vede l’Esecutivo “proporre la linea” ed il Coordinamento riprodurre in sedicesimi il dibattito del Prc. Non abbiamo bisogno di questo, bensì di un’assunzione di responsabilità collettiva. Così come sarà necessario mandare tutti e 40 i membri del Coordinamento in giro per le federazioni, soprattutto dove c’è bisogno di ripartire nel lavoro di costruzione dei GC. Questo darà a ciascuno la possibilità di conoscere tutta l’organizzazione e non solo le federazioni a lui politicamente omogenee. Solo così si supera realmente il lavoro “per correnti” favorendo circolazioni di idee, un dibattito trasparente e l’investimento di ben 40 compagne/i su tutto il territorio nazionale.
L’Esecutivo deve essere il raccordo ed il fulcro politico del lavoro del Coordinamento. Non è necessario che sia composto interamente da funzionari pagati (anzi, bisognerebbe snellire l’apparato centrale e trasferire risorse sul territorio), ma è fondamentale che contenga al suo interno la pluralità del dibattito presente in tutta l’organizzazione. Deve curare prioritariamente il rapporto con i territori e lavorare per costruire relazioni con altre organizzazioni sociali, politiche, giovanili e di movimento. Così come pure deve essere da stimolo al lavoro delle commissioni e del Coordinamento tutto e gestire l’aspetto finanziario del lavoro politico svolto, redigendo annualmente un bilancio: si è resa necessaria maggiore trasparenza e collegialità nella gestione delle risorse economiche a disposizione dei GC.
Particolare importanza dovrà essere data alla comunicazione. Bisogna pensare ad un inserto da pubblicare mensilmente su Liberazione attraverso cui affrontare temi dedicati alla condizione giovanile. Un lavoro che può essere svolto direttamente dalle varie commissioni che avrebbero così uno spazio per poter lanciare campagne, fare i bilanci di quelle svolte e far conoscere a tutte/i i lavori messi in cantiere. Contemporaneamente bisognerebbe pensare a pubblicare su Liberazione il dibattito svolto durante le riunioni di Coordinamento Nazionale (come avviene per il Cpn) così da renderlo fruibile a tutti.
Il sito internet risulta inadeguato, sia per la comunicazione interna sia per quella esterna. Deve diventare uno strumento attrattivo per i non iscritti e funzionale per i GC. Deve essere diviso in sezioni tematiche e diventare nei fatti la “cassetta degli attrezzi” per il lavoro dei vari territori. Vanno quindi sfruttate risorse e capacità anche al di fuori del Coordinamento Nazionale.
Contemporaneamente andranno trovate nuove forme di comunicazione: dalla pubblicazione di giornali (meglio ancora riviste) nazionali, alla possibilità di dar vita (così come hanno già fatto diverse organizzazioni europee) a radio via internet.
È evidente che per rendere attive, ricche e partecipate queste esperienze, la loro gestione non deve essere esclusivamente di parte. Anche qui si rende evidente uno dei problemi principali: quello di uscire da una logica proprietaria e privatistica dell’organizzazione.
A tal proposito, la Festa Nazionale dei GCdeve diventare il momento massimo di partecipazione e condivisione politica e materiale di tutti i GC. Collegialità nella preparazione e nella gestione: è la nostra festa oltre che uno strumento fondamentale per radicarsi in territori dove siamo poco presenti, per lanciare campagne, ma anche per rendere realmente condiviso il senso di appartenenza alla stessa organizzazione.
I coordinamenti regionali rivestono un ruolo sempre più importante: lo spostamento di funzioni dallo Stato alle Regioni su questioni centrali (sanità, istruzione, ambiente, lavoro) rende la costruzione e il rafforzamento del livello regionale della nostra organizzazione un compito irrinunciabile. In questo senso i coordinamenti regionali non dovranno limitarsi a mettere in comunicazione i vari coordinamenti provinciali, ma dovranno darsi il compito di produrre lavoro politico e momenti di lotta che riguardino la politica degli enti regionali.
A livello provinciale gli ultimi anni ci hanno dimostrato come possa essere difficile mantenere in vita i coordinamenti in province spesso molto grandi e complesse: lo dimostra il fatto che molti coordinamenti non sono più in grado di riunirsi né di produrre lavoro politico.
Nelle province più grandi così come nelle grandi aree metropolitane sarà necessario rendere la struttura più flessibile, individuando coordinatori e responsabili di zona. Sarà inoltre necessario che i coordinamenti locali si dotino di commissioni realmente funzionanti e che si risolva il problema del loro finanziamento.
Grande importanza, inoltre, dovrà essere data alla formazione. Non è una questione scolastica o di puro nozionismo. In un contesto dominato dalla pervasività dei modelli culturali della società capitalistica, in cui la storia, la cultura, l’informazione e la scienza vengono manipolate in funzione degli interessi delle classi dominanti, la costruzione di una nuova soggettività rivoluzionaria passa inevitabilmente attraverso un’opera di contro-formazione che ci sottragga ai modelli culturali e di relazione sociale imposti dall’attuale modo di produzione. La formazione permetterebbe all’organizzazione di attivare il suo corpo militante, non solo attraverso le iniziative di propaganda e sul terreno concreto del lavoro politico ma su una pratica dell’auto-educazione, che renda ogni militante un dirigente nel suo luogo di lavoro, di studio e nel partito. Del resto se vogliamo porci l’obiettivo di diventare un’organizzazione giovanile di massa dobbiamo innanzitutto lavorare affinché venga meno il rapporto dualistico tra dirigenti e diretti e si affermi invece il principio della dirigenza diffusa come strumento per la costruzione dell’intellettuale collettivo, in cui ogni militante sia esso stesso un dirigente: è il miglior antidoto ad ogni forma di “leaderismo” e gestione burocratica.
Altrettanto importante è il lavoro dei GC rispetto ad importanti luoghi di aggregazione sociale come le Tifoserie che rappresentano un terreno importante di lavoro con settori giovanili popolari che ci permettono di far veicolare valori come l’antirazzismo e la solidarietà. Sono diverse le curve di sinistra e che hanno nelle loro effigi simboli che si richiamano direttamente alla nostra storia di comunisti: sarebbe sciocco non lavorarci assiduamente, magari organizzando eventi sportivi connotati da messaggi sociali e politici alternativi o partecipare ad eventi quali i Mondiali Antirazzisti, che hanno il pregio di legare i valori dello sport a quelli sociali e di impegno antirazzista ed antifascista.
Questa Conferenza serve a darci una solida base organizzativa e politica. La sfida, per l’oggi e per il domani, è la costruzione di una moderna organizzazione giovanile comunista che si ponga l’obiettivo di trasformare il presente e conquistare il futuro!