Colpito il laico Egitto, fucina dei jihadisti


Il paese dei faraoni è la palestra dove da quarant'anni si scontrano la rigidità del nazionalismo arabo più autoritario e il fanatismo di chi usa la religione come un mitra. Tra gli attentati contro il regime degli anni '80 e '90 e le spettacolari azioni degli ultimi tempi, c'è un legame ideologico e politico


Se Osama bin Laden è il nemico più accanito della casa regnante dei Saud, l'egiziano Ayman Zawahiri, noto come il «numero due» di al Qaeda, è ritornato ad essere la spina nel fianco del regime egiziano. Nato al Cairo, medico, jihadista di primo piano già negli anni `70, Zawahry è stato, in un certo senso, sottovalutato dagli esperti di islamismo radicale. Invece questo pediatra che ha abbracciato la causa del «Jihad globale», con ogni probabilità si sta nuovamente «occupando» del suo paese, a distanza di più di 20 anni dal suo arresto e dalla clamorosa scarcerazione seguita dalla fuga in Pakistan (dal 1996 è il partner fedele di bin Laden che ha conosciuto in Sudan nei primi anni `90).

Le finte aperture di Mubarak

Tutto ciò in un momento in cui l'Egitto si avvia alle elezioni presidenziali (7 settembre) in un clima politico incandescente in cui varie formazioni politiche - progressiste, di ispirazione islamica e conservatrici - chiedono di potersi esprimere finalmente in piena libertà. L'elezione del nuovo presidente che avrebbe dovuto essere aperta per la prima volta a più candidati, al contrario è stata trasformata in una farsa dalla nuova legge elettorale che di fatto impedisce agli indipendenti e ai rappresentanti dei partiti minori di potersi candidare. Per iscriversi ogni potenziale avversario del presidente Hosni Mubarak deve ottenere l'appoggio di almeno 65 deputati su 444. Una impresa apparentemente facile in un paese democratico ma non in Egitto dove il Parlamento è dominato (90%) dai deputati del partito del presidente in carica e le forze di opposizione occupano pochissimi seggi. Per questa ragione alcuni noti esponenti della società civile, come il sociologo Saadedin Ibrahim e la scrittrice Nawal Saadawi, nei giorni scorsi hanno annunciato che boicotteranno le elezioni. Alle loro defezioni si aggiunge quella di Rafat Said, il leader del partito di sinistra «Tagammu» e nei prossimi giorni dovrebbero ufficializzare il loro boicottaggio anche i nasseriani e i conservatori del Wafd. «Non intendiamo partecipare ad una storia con un finale già scritto da tempo», ha affermato Rafat Said. Il rifiuto di avviare un reale processo di riforme democratiche potrebbe rivelarsi lo stesso errore già commesso in passato da un regime che ha sempre scelto la repressione al dialogo con le forze di opposizione favorendo, di fatto, la crescita dell'estremismo.

L'Egitto è la palestra dove, prima di ogni altro paese arabo, si sono scontrati la rigidità del nazionalismo arabo più autoritario - fondato sul potere assoluto dei servizi segreti - e il fanatismo di chi usa la religione come un mitra. Le tante sigle di cui abbiamo appreso in questi ultimi anni di cosiddetto «jihadismo» nell'intero Medioriente rappresentano una nuova generazione solo in senso anagrafico perché non esistono differenze sostanziali tra l'elaborazione teorica questi gruppi e quelli che hanno operato in Egitto tra gli anni '70 e `90. I cosiddetti «neojihadisti» armati che operano (grazie anche alla guerra voluta da George Bush) in Iraq e nel resto della regione, non hanno avuto bisogno di «elaborare» ma si sono limitati a riprendere e ad aggiornare tesi già note.

I punti di riferimento teorico sono gli stessi che avevano gli islamisti armati che negli anni `80 e `90 hanno fatto tremare il regime egiziano: lo studioso medievale Ibn Taimiyya che sottolineò l'importanza del jihad; il pakistano Sayed Abdullah Mawdudi (un giornalista asiatico fondatore del partito pakistano Jaamat Islami) e soprattutto l'egiziano Sayyed Qutb (ispettore scolastico, ideologo dei moderni militanti sunniti, fatto impiccare nel 1966 dal presidente Gamal Abdel Nasser) che nel suo Maalim fil Tariq (pietre miliari) ha per primo paragonato le moderne società musulmane alla Jahiliyya, ossia al periodo pre-islamico «pagano».

Quando si afferma che l'Egitto è stato (ed evidentemente continua ad essere) una fucina di islamisti radicali, si deve fare riferimento anche Shukri Mustafa, che ha sviluppato il concetto di takfir (miscredenza, scomunica) non più limitato ai capi politici corrotti che preferiscono «una legge diversa da quella di Dio», ma all'intera società musulmana che li sostiene e non si ribella. Senza dimenticare l'ideologo del Jihad islami, sempre un egiziano, Abdel Salam Faraj, che nel suo Al-Farida Al-Ghaiba (l'imperativo celato) pose le basi teoriche per l'eliminazione (nel 1981) del «faraone» Anwar Sadat.

Vecchi e nuovi gruppi, egiziani e non, hanno sempre fatto riferimento alla salafiyya - ovvero il ritorno alla purezza della fonti: il Corano e la Sunna - e respinto gran parte gli hadith (detto, riferito a Maometto) per riconoscere soltanto quelli riconducibili ai Salaf, ossia ai primi compagni ed eredi del profeta. Dal suo ufficio situato in un quartiere popolare del Cairo lo studioso Gamal Al-Banna (fratello di Hassan Al-Banna, il fondatore dei Fratelli Musulmani) da anni si affanna a ripetere che la stragrande maggioranza dei musulmani egiziani (e nel resto del mondo islamico) non condivide l'esasperazione dei concetti di jihad e takfir e ritiene il dibattito sulla validità di certi hadith una questione da lasciare agli teologi. «Purtroppo pochi fanatici dettano legge facendo leva sul malcontento popolare per la politica dei governi», si rammarica Gamal Al-Banna, ricordando che la mancanza di libertà ha sempre finito per fare il gioco degli estremisti in Egitto.

L'alleanza tra potere e religione

Parole che trovano conferma nelle vie del Cairo dove oggi è più facile trovare i libri (illegali) di Sayyid Qutb e Abdel Salam Faraj che il saggio pubblicato nel 1969 dalla seconda guida suprema dei Fratelli Musulmani, Hasan Al-Hudaibi: Duah, la Qudah (Siate predicatori, non giudici) rivolto agli islamisti armati che vogliono imporre «il regno di Dio in terra». Nawal Saadawi nel frattempo lancia l'allarme. «Quando ci guardiamo intorno - ha dichiarato la scrittrice - e vediamo la rovina di tanti paesi del Medioriente, la crescita insufficiente dell'associazionismo, delle organizzazioni civili democratiche e più in generale dell'iniziativa della società civile, oltre a far riferimento a limiti e alle restrizioni attuate dai regimi al potere e alle nostre innegabili deficienze, dobbiamo anche tenere presente il ruolo in questa regione che ha avuto e sta avendo l'alleanza tra potere religioso e imperialismo economico e politico». Se parliamo dell'Egitto - ha aggiunto Saadawi - «non possiamo dimenticare che il presidente Anwar Sadat aprì le braccia al capitalismo americano e sposò la politica estera degli Stati uniti. Fu un cambiamento di rotta completo rispetto al periodo del presidente Gamal Abdel Nasser, che Sadat cercò di ammortizzare socialmente dando spazio all'islamismo che poi è sfociato nel radicalismo religioso e nella nascita dei gruppi armati responsabili nel 1981 della sua uccisione. Sadat si garantì la stabilità del paese a prezzo, peraltro, delle poche libertà di cui allora godevano le donne».


                                                                                                                                                                 ( "Il Manifesto")