Catturato Provenzano - Il tramonto di ''Binnu u tratturi''

Doveva essere “la” giornata elettorale. Quella dei dati alla mano e dei commenti a bocce ferme. Poi, mentre la battaglia al senato correva sul filo di lana, l’ombra di Bernardo Provenzano, il super latitante della mafia siciliana, si è posata sui desk delle redazioni. 173 take d’agenzia nel giro di poche ore, un valzer di dichiarazioni incanalate tra gli ultimi risultati dalle urne, un comunicato ufficiale della Polizia di Stato intasano le redazioni, ed è ufficiale: Bernardo Provenzano è stato arrestato. Cinquanta uomini della polizia di stato di Palermo, con il coordinamento del Servizio Centrale operativo della Direzione Anticrimine della Polizia di Stato diretta dal prefetto Nicola Cavaliere, hanno braccato il capo indiscusso di Cosa Nostra in un casolare nelle campagne di Corleone.

A tradire il boss, scarno in viso, visibilmente dimagrito, jeans e giubbotto blu, sarebbero stati alcuni “pizzini” (piccoli manoscritti utilizzati dall’organizzazione per la comunicazione interna. Una sorta di documenti a dimostrazione che il discorso è stato trasmesso, ricevuto e letto) inviatigli dalla moglie attraverso una sofisticata rete di staffettisti, da tempo pedinati

La notizia è buona per i titoli dei giornali, tanto da meritare aperture cubitali per le testate on-line, edizioni speciali e dossier per i tg. Ma ai ben informati, assidui frequentatori del palazzo di Giustizia del capoluogo siciliano non è apparsa poi così inaspettata. Al di là degli sforzi investigativi, che negli anni scorsi avevano fatto sperare in una cattura definitiva, delle denunce (“la latitanza di Provenzano la coprono le istituzioni”, ha detto nei mesi scorsi il superprocuratore Grasso), e delle notizie sulla presunta morte del boss che qualcosa a Palermo si stesse muovendo lo avevano intuito in parecchi. A confermarlo solo qualche mese fa era stato il questore di Palermo Giuseppe Caruso: “Stiamo lavorando a pieno ritmo e mai come oggi la sintonia con la procura della Repubblica è piena e risponde a tutte le esigenze. Sono ottimista, ci manca solo un pizzico di fortuna, ma la cattura dovrebbe essere molto vicina”. Il che, ai più maliziosi era suonata come una promessa imbastita di buoni motivi politici.

Provenzano, questo è noto, era latitante dal 1963, anno, scherzo delle date, ironia della cronologia, in cui in Italia venne istituita la prima commissione nazionale antimafia. Da allora periodicamente ne viene nominata una, sette con quella attuale presieduta dal Forzista Roberto Centaro, ma Binnu u tratturi (“il trattore”, così lo chiamavano i suoi per la ferocia con cui era solito uccidere le sue vittime), processato e condannato in contumacia a 6 ergastoli (2 per le stragi di Capaci e Via D’Amelio) ha continuato apparentemente senza problemi la sua latitanza dorata dentro e fuori la Sicilia. I suoi massimi compagni d’armi Luciano Liggio e Totò Riina sono stati catturati con puntuale “facilità” in momenti in cui la mafia era in crisi ed era strategicamente necessario dare qualcuno in pasto ad uno stato momentaneamente attento alle questioni criminose. Solo dopo le stragi del '92 le autorità hanno tolto dal limbo il fascicolo che lo riguardava, ma il boss è sempre riuscito misteriosamente a giocare d’anticipo, inabissandosi coerentemente alla sua “teoria” mafiosa opposta a quella più sanguinaria di Riina.

Catturare Provenzano proprio in vista delle scadenze elettorali, in un clima di sospetti, blitz mancati e possibili coperture istituzionali, sarebbe, insomma, stato un ottimo bottino per il governo Berlusconi, magari per colmare il gap con l’Unione. Così non è stato. Provenzano è stato arrestato ieri, ad urne chiuse e risultati congelati. Non per questo, però, vengono meno i possibili risvolti politici. L’arresto della primula rossa siciliana, infatti, potrebbe giocare un ruolo decisivo per le prossime elezioni regionali siciliane, previste per il prossimo 28 maggio, ancor più oggi che Totò Cuffaro ha detto di voler rinunciare al seggio in Parlamento per correre per la seconda volta alla poltrona regionale.

La carta Provenzano però per il governatore siciliano potrebbe essere a doppio taglio. Se da una parte Cuffaro potrebbe sbandierare, magari con nuovi manifesti formato atlantico (vedi “la mafia fa schifo”), di aver combattuto seriamente la mafia nel corso del suo mandato, così da fermare apparentemente “l’effetto Borsellino”, dall’altro l’operazione potrebbe rivelarsi addirittura controproducente. Il motivo è più semplice di quanto si possa pensare. A rivelare, infatti, alla procura nuovi importantissimi dettagli sulla figura e gli spostamenti del superboss sono stati quelli che in gergo si chiamano i “nuovi pentiti di mafia”, tra cui spicca il nome di Francesco Campanella, l’ex sindaco di Villabate, prima mastelliano, poi cuffariano, artefice del viaggio marsigliese del boss. Le rivelazioni di Campanella, però, dal giorno del suo arresto non si sono limitate solo a Provenzano. Nei verbali del pentito finiscono Gaspare Giudice, deputato nazionale di Fi, Saverio Romano, sottosegretario al lavoro dell’Udc, Antonio Borzacchelli, ex deputato regionale dell’Udc imputato per concussione, e Cuffaro. Anzi, si dà che le dichiarazioni del reo confesso siano costate al presidente uscente l’ennesimo processo, che si aprirà davanti alla terza sezione del tribunale, la stessa che lo sta processando per favoreggiamento a Cosa Nostra (il procedimento per concorso esterno è stato archiviato quando ancora Grasso era alla guida della procura palermitana), questa volta per rivelazioni di notizie riservate. “Fu Cuffaro ad avvertirmi che c’erano indagini sul mio conto. Sono stato avvisato da lui di essere pedinato, fotografato, e microfilmato. A lui lo disse Antonio Borzacchelli”, o “Cuffaro mi disse - nella primavera del 2001, ndr- che Borzacchelli ci serviva perché ci proteggeva dal meccanismo delle indagini e che per questo doveva assolutamente farlo deputato”: le parole di Campanella già giudicate nelle motivazioni del decreto che dispone il giudizio “un importante timbro di credibilità”, adesso dopo il riuscitissimo blitz Provenzano potrebbero essere qualcosa in più. Sempre che il super-boss non regali qualche colpo di scena e che la sua cattura rappresenti una vera sconfitta per la mafia e non solo un mero cambio di strategia.

Catturato il capo della mafia

Bernardo Provenzano è stato arrestato ieri nella sua Corleone dopo 43 anni di latitanza

Corleone – Il padrino mafioso più ricercato in Italia e in Europa per 43 anni, Bernardo Provenzano, 73 anni, erede di Luciano Liggio e compare di Totò Riina, ieri mattina è stato acciuffato da una trentina di poliziotti con un blitz improvviso in una masseria che dista solo tre chilometri dalla casa dove abitano la moglie e i figli.
Gli agenti italiani, dopo un lavoro di mesi, hanno capito che i pacchi che venivano consegnati dai familiari del latitante ad altri uomini dell’entourage mafioso corleonese con vestiti e altri generi di necessità finivano in quella casa con annesso ovile, magazzino e stanza per la produzione di ricotta. E così i poliziotti, di notte, hanno piazzato microfoni a distanza, telecamere potenti e hanno sorvegliato la masseria.
Piccoli indizi, come un’antenna televisiva montata in una casa che sembrava disabitata, hanno rafforzato la tesi investigativa: fino a ieri mattina, quando il gruppo di poliziotti ha stretto l’assedio e ha fatto irruzione in quella casa di contrada Montagna dei cavalli e ha arrestato il più famoso latitante mafioso del mondo.
Un signore curvo, con giubbotto, pantaloni larghi e un fazzoletto attorno alla gola, un paio d’occhiali con montatura leggera dorata retti dietro al collo da una cordicella: è questo l’uomo che gli agenti si sono trovati davanti e che poi hanno portato in questura dove c’erano centinaia di poliziotti e di persone ad attendere l’arrivo del boss. Provenzano non ha parlato, ma ha chiesto ai poliziotti solo di poter fare più tardi un’iniezione. « Bastardo » , « assassino » , ha gridato la folla quando Provenzano è stato fatto scendere dall’auto di fronte al cortile della squadra mobile ed è stato accompagnato negli uffici. Hanno applaudito gli stessi poliziotti, che poi hanno pianto e si sono abbracciati, lasciando cadere una tensione che durava da anni. La gioia è stata rotta dall’emozione e dal ricordo per le tante vittime di Cosa nostra.
Le indagini che hanno portato alla cattura di Provenzano hanno finora consentito l’arresto di Giovanni Marino, 42 anni, sposato e con due figli, proprietario della masseria in cui si trovava col boss.
Provenzano « sembrava sereno. Non ha parlato » . Il capo della Mobile di Palermo, Giuseppe Gualtieri, l’investigatore che ha coordinato le indagini che hanno portato alla cattura del padrino, descrive un capomafia « tranquillo » . Gualtieri ribadisce che l’operazione è stata « di stampo tradizionale » .
« La classica operazione di polizia - spiega - con appostamenti, pedinamenti difficili. Cominciata mesi fa ed entrata nel vivo una decina di giorni fa » .
« Farò di tutto per evitare guerre interne a Cosa Nostra dopo la cattura di Bernardo Provenzano » , ha detto il procuratore nazionale Antimafia, Piero Grasso, che ha voluto dedicare il successo di ieri a Giovanni Falcone e Paolo Borsellini, barbaramente uccisi dalla mafia. « Su tutto il materiale trovato - ha aggiunto Grasso - saranno svolte indagini per capire le nuove dinamiche di Cosa Nostra. Non appena il vertice viene decapitato l’organizzazione subisce un colpo, ma presto il vuoto sarà colmato, bisogna quindi insistere nel contrasto a questo fenomeno » .
Provenzano abitava in una casa colonica con un cucinino, un letto, un armadio ed un tavolo con sedie, al centro. Sul piano teneva poggiata la macchina per scrivere con cui comunicava con i familiari e con i picciotti sparsi per la Sicilia.
Aveva il foglio inserito nella macchina e stava scrivendo qualcosa alla moglie Saveria Benedetta Palazzolo, tornata a Corleone nel ’ 92 con i due figli dopo aver condiviso fino ad allora la latitanza col marito, cominciata nel 1963. Un’abitazione essenziale, senza fronzoli, senza accorgimenti tecnologici, con una stufa contro il freddo e un frigorifero per le vivande. Nella stanza dove il pastore produceva ricotta, gli investigatori hanno trovato alcuni facsimile elettorali che invitavano a votare, alle elezioni politiche di domenica e lunedì, per il governatore Totò Cuffaro, candidato al Senato per l’Udc di Pierferdinando Casini, e il sindaco di Corleone, Nicolò Nicolosi, candidato al Senato nella lista Patto per la Sicilia. Il presidente della Regione appresa la notizia ha detto: « Non so come quel facsimile sia finito lì. Ne ho fatti stampare oltre 3 milioni da distribuire in tutta la Sicilia. Non so se il pastore l’abbia mai dato a Provenzano, ma se ne hanno tenuto conto hanno fatto il peggiore investimento della loro vita » .