C’era una volta la libertà...

e allora sì, c’era la politica

 

di Pietro Barcellona

su “La Sicilia” Domenica 20 settembre 2009

 

Intervenire nel dibattito politico italiano è oggi difficile e rischioso. Guardare quanto accade con la dovuta distanza sembra vietato dallo schema che anima la discussione. Arruolarsi a favore dell’uno o dell’altro schieramento.

Personalmente non sono disposto, come non lo sono stato mai, ad arruolarmi con nessuna parte. Perciò proverò a suggerire ai lettori un approccio diverso da quello che ritrovano nella stampa quotidiana.

Penso, infatti, che sia una falsificazione della realtà costruire l’immagine di un Berlusconi pericolo pubblico, titolare assoluto di un partito mass-mediatico e attentatore continuo delle libertà civili e politiche. Berlusconi pone sicuramente una questione specifica che giustifica

ampiamente ogni tentativo di denunciare la sua rappresentazione pubblica del paese, specialmente nelle relazioni internazionali, nelle quali appare sempre più un clown e sempre meno uno statista.

L’introduzione nella vita politica di una personalizzazione che oscilla continuamente

tra la tragedia e la farsa nuoce sicuramente alla vita pubblica del nostro paese. Ma tutto ciò che giustificherebbe una forte opposizione e una incisiva iniziativa politica costante non può

essere sostituito da un allarmismo continuo e da assalti demolitori alla stessa persona del presidente del Consiglio. È un cattivo metodo di analisi quello che tende a individuare in una sola persona, per quanto sgradevole, l’origine di tutti i mali, assolvendo il fronte opposto da

ogni responsabilità: il carattere plebeo e astioso del governo Berlusconi che attacca, come il regime fascista, la libertà della cultura e quello di un partito massmediatico di servi incapaci di qualsiasi autonomia di giudizio.

Berlusconi è un "leader specchio" e proprio per questo strutturalmente incapace di costruire un progetto di società adeguato a un paese come l’Italia. Ciò che in lui si riflette è un paese che ha subìto, proprio dagli esponenti della cultura, un attacco continuo alla propria memoria storica e ai principi di solidarietà fortemente presenti nella prima Repubblica.

Molti di quelli che oggi combattono Berlusconi in nome della libertà hanno demonizzato a lungo, dalle colonne dei giornali da cui oggi si muove l’attacco a Berlusconi, i partiti della prima Repubblica, Pc e Dc, che sono stati, invece, dopo il fascismo, un grande strumento di

pedagogia popolare e di sviluppo della coscienza nazionale.

Negli anni della prima Repubblica la presenza del Pc e della Dc è stata a lungo attaccata radicalmente in quanto espressione di un regime autoritario che riduceva gli spazi di democrazia. «La democrazia autoritaria» è il titolo di un libro di Feltrinelli che descriveva il regime della prima Repubblica come l’alleanza di due chiese oppressive. Contemporaneamente veniva diffuso nel paese un vero e proprio culto dell’individuo libero

da ogni vincolo che favoriva lo sviluppo di un senso comune che io stesso definii, in un libro del 1987, con l’espressione paradossale «individualismo di massa eterodiretto». Un altro mio libro, intitolato «Il legame sociale», sulla necessità di avere un’idea relazionale della libertà,

fu deriso anche dalla stampa di sinistra.

Resto convinto, invece, come hanno sostenuto autori importanti, come Louis Dumont, che l’individualismo atomistico del fai da te è l’incentivo implicito alla formazione di un senso comune totalitario.

L’omologazione mediatica della cultura del paese non è un’invenzione di Berlusconi, ma, come lo stesso Prodi di recente ha denunciato, il compimento della ispirazione narcisistico-individualistica che ha caratterizzato la nostra vita pubblica in ogni suo aspetto.

L’attacco ai partiti e a ogni principio di aggregazione ideologica ha seminato nel nostro paese un qualunquismo individualistico  che ha fatto smarrire ogni senso di appartenenza. Il paese è diventato in tutte le sue pieghe un paese alienato dai modelli culturali del sistema mediatico

e non è solo il centrodestra che si caratterizza per aver perso ogni senso critico e ogni passione per la libertà come partecipazione consapevole alle decisioni che riguardano il destino collettivo.

Quando Davide Riesman scriveva il volume, oggi dimenticato, «La folla solitaria », in cui venivano descritti i caratteri di un popolo senza autonomia di pensiero, che sarebbe presto caduto vittima di forme massificate di acculturazione, anticipava profeticamente quello che

poi è accaduto per effetto dell’offensiva neoliberista che, dagli anni 70, ha soffiato

sul nostro paese e sull’intero Occidente.

È proprio questo individualismo liberista "propagandato" dagli intellettuali opinionisti che ha creato le basi per una cultura in cui il godimento immediato e la ricerca della propria soddisfazione narcisistica hanno posto le basi del relativismo e del nichilismo morale.

Autori come Lasch e MacIntyre denunciavano dall’America gli effetti negativi  di "filosofie" in cui veniva esaltata la separazione delle élites dal popolo (Lasch ha parlato addirittura di secessione e di tradimento delle aspettative socialiste) e l’abbandono di ogni idea di "Virtù"

(MacIntyre) a favore di forme vuote che lasciavano spazio all’emotivismo come abbandono alla pura ricerca del piacere e del godimento personale.

Recentemente la svalutazione della libertà e della responsabilità è certamente agevolata dalla divulgazione scientifica che tende a sottrarre agli esseri umani l’autonomia dei propri pensieri e delle proprie decisioni. Ogni giorno si legge che la nostra coscienza è in realtà l’effetto illusorio di una combinazione chimico-elettrica delle componenti materiali del nostro cervello e che anche le nostre scelte affettive sono iscritte nei nostri geni e deducibili naturalisticamente da processi neuronali.

Per altro verso, la continua demistificazione e svalutazione della nostra storia e dei miti fondativi della Costituzione hanno contribuito certamente, attraverso il cosiddetto  revisionismo, a rendere sempre più incerti i connotati culturali del paese e il senso di appartenenza a una vicenda comune.

La rappresentazione tutta negativa e mafiosa della storia della prima Repubblica ha favorito sicuramente il senso di sradicamento e di disorientamento che ha reso il "vuoto affettivo"

disponibile a essere riempito dalle sole aspettative di godimento e di successo personale. In questa costante demolizione di ogni aspetto della tradizione si sono inseriti poteri più o meno

occulti, costituiti da lobby e da vere e proprie bande, che hanno finito col gestire il ruolo di corporazioni basate unicamente sulla logica dell’esclusione dei diversi. L’omologazione indifferenziata di individui atomizzati favorisce, infatti, sia il populismo demagogico, sia la costituzione di gruppi di potere che, sotto l’aspetto ipocrita dell’opinione rappresentativa

dell’oggettività, hanno, invece, scelto di costituirsi in veri e propri gruppi di pressione fondati unicamente sull’autocooptazione.

Basta vedere per una settimana i programmi culturali di tutte le televisioni per constatare come gli interlocutori sono sempre gli stessi.

Lo stesso divario fra Nord e Sud, che spinge molti intellettuali a presentare il Sud come una miscela di parassitismo e mafiosità, si riflette nei monopoli assoluti che alcuni luoghi di dibattito affidano solo a esponenti delle aree del Nord legati ideologicamente da criteri di appartenenza ristretta. In molte trasmissioni, fatte magari in nome della libertà, non c’è nessun contraddittorio. Piero Angela, ad esempio, può tranquillamente esporre le tesi del darwinismo neoevoluzionista e dello scientismo senza che nessuno sia chiamato ad opporsi all’assimilazione implicita degli esseri umani agli scimpanzé.

L’ultimo segno che il sistema massmediatico sicuramente svolge una funzione assai negativa nella formazione dello spirito critico sta certamente nella qualità mediocre e fuorviante dell’attuale dibattito politico, che, mentre si occupa di meschine vicende erotiche e di

pettegolezzi, rendendo protagonisti della scena pubblica escort e veline, non tratta mai in modo adeguato della profondità e gravità della crisi globale dell’economia, che si è abbattuta e si abbatte ancora sul nostro paese creando infelicità e disperazione nella vita di milioni

di italiani, privi di redditi sufficienti a vivere dignitosamente.

Il vero tema di cui bisognerebbe occuparsi è proprio il crollo dell’ideologia liberista che sin qui ha consentito la più selvaggia espropriazione di massa che la storia recente abbia conosciuto. Il fatto  politico più rilevante, l’apertura al confronto fra Marcegaglia ed Epifani non

ha quasi alcun commento. Eppure senza l’antica dialettica fra Capitale e Lavoro la democrazia perde ogni autentico significato sostantivo.