Amiamo l'America (ma non vogliamo servirla)
di Piero Sansonetti
In Italia è molto diffuso l’antiamericanismo, come scrivono quasi tutti i
giornali? Credo che sia un sentimento, un atteggiamento culturale, largamente
presente in settori larghi dell’opinione pubblica di destra, in alcune parti del
mondo cattolico, in fasce consistenti della borghesia moderata. L’America - in
quegli ambienti un po’ chiusi, un po’ bigotti - è vista come la quintessenza di
una modernità e di una trasgressione che rovescia le sicurezze della tradizione,
delle gerarchie consolidate, della conservazione. Perciò è temuta, disprezzata,
odiata. L’antiamericanismo è molto più raro a sinistra. Specie negli ambienti
dell’intellettualità di sinistra, anche della sinistra radicale (e anche tra i
cosiddetti no-global), il rapporto con la cultura degli Stati Uniti è molto
forte, c’è un legame di pensiero, e persino emotivo, con la letteratura
americana, con la musica, con tutte le varie forme artistiche, con la filosofia,
con la politologia e anche con la politica, soprattutto con le forme più
radicali della politica che coinvolgono le minoranze liberal, i movimenti dei
neri, i cosiddetti radical. (Vedete, persino nel linguaggio della sinistra ci
sono degli americanismi: il termine, recente, di “sinistra radicale” per
definire una sinistra vicina al pensiero comunista, è un termine importato dagli
Stati Uniti).
Capisco che queste cose che scrivo possano sembrare paradossali, ma sono la
semplice verità. L’antiamericanismo della sinistra è una pura invenzione.
Scriveva ieri sul "Corriere della Sera“ Pierluigi Battista (riassumo): le basi
americane sono americane e basta, non sono del governo di Bush; e quindi non ha
senso dire: non le concedo perché sono contro la politica di Bush. Se dico che
non vanno concesse all’America, è perché sono contro il popolo americano. Punto.
E poi Battista aggiungeva (riassumo ancora): non esiste nessun altro caso (a
parte Israele) nel quale l’ostilità di una certa parte politica (per esempio la
sinistra) verso un determinato governo nazionale, diventi ostilità verso tutta
la nazione. Per questo l’acredine della sinistra verso il governo Bush non è
distinguibile dall’acredine verso tutta la nazione, verso l’America, e per
questo si può parlare di antiamericanismo, e per questo l’antiamericanismo è un
tarlo velenoso.
Mi scuso per la sintesi, ma credo di avere interpretato bene Battista.
Però penso che le cose non stiano così come dice lui. Certamente i gruppi
pacifisti, e la sinistra, che non vogliono regalare un pezzo della città di
Vicenza all’esercito americano perché lo trasformi in un arsenale, non ce
l’hanno solo con Bush. Criticano e si oppongono alla politica estera e militare
americana. Perché si oppongono? Perché è una politica estera basata sulla
guerra, sulla schiacciante superiorità militare degli Stati Uniti nei confronti
del resto del mondo, e sull’idea che il dominio politico, economico e militare
sia un diritto degli Stati Uniti e vada esercitato con ogni mezzo e al di fuori
da ogni regola, di ogni subordinazione al diritto internazionale e alle idee del
multilateralismo. Questa pretesa, che è l’ossatura della reale politica estera
degli Stati Uniti - in forma molto aggressiva e spesso sanguinosa sotto il
governo di Bush, in forma più moderata quando l’amministrazione è democratica -
condiziona l’assetto del mondo, i rapporti tra i popoli, la distribuzione
ingiusta delle ricchezze, le politiche estere di tutti gli altri paesi. Opporsi
a questa idea imperiale del ruolo dell’America nel mondo è una delle due scelte
possibili. L’altra scelta è quella di accettare la propria subalternità e la
signorìa degli Stati Uniti e rassegnartsi a un ruolo servile nei loro confronti.
Cosa giustifica la seconda scelta? Il calcolo che un ruolo subalterno agli Stati
Uniti garantisca comunque una posizione privilegiata nei confronti del resto del
mondo, e una partecipazione soddisfacente alla spartizione di una porzione
rilevante delle ricchezze. Io non dico che questa scelta - che la sinistra non
condivide, e contro la quale si batte - sia una scelta infame. Penso che sia una
scelta prudente e tuttavia sbagliata e che produrrà dei danni. Escludo però che
la scelta di opporsi alla supremazia e al “totalitarismo internazionale” sia
viziata da pregiudizio antiamericano. Io, per esempio, amo l’America: ma non
voglio servirla.
(Liberazione - 19 gennaio 2007)