Alleanza Mafia-DC

 

In Sicilia sotto il governo di Franco Restivo, negli anni 50, la DC. avrebbe compiuto il grande salto organizzativo, voluto dal segretario nazionale Amintore Fanfani, verso un partito di massa, forte nell’assetto della sua leadership di funzionari, capace di spregiudicate operazioni per la “piena occupazione del potere”: un partito all’altezza del compito di fronteggiare un nemico del livello di Palmiro Togliatti, di cui erano assai temute l’efficienza e le capacità di permeazione sociale.

Per costruire un siffatto partito, destinato a realizzare l’egemonia democristiana sugli apparati dell’amministrazione, dell’economia e della finanza, Fanfani fece ricorso ad uomini nuovi. Questi in Sicilia furono individuati in alcuni personaggi emergenti (tra i quali gli spregiudicati Gioia, Lima, Ciancimino e Raggio) che , non senza un disprezzo misto ad ammirazione dagli anziani del partito sarebbero stati icasticamente indicati come “giovani turchi”. Fin dall’inizio, fu decisiva la spregiudicata abilità dimostrata sul campo da uno dei “giovani turchi”, Giovanni Gioia, il capo della corrente fanfaniana, investito della segreteria provinciale di Palermo con una sorta di informale supervisione sull’intera Sicilia occidentale. Si possono notare in questo periodo dei cambiamenti, facendo un paragone, tra la mafia e la DC: il sistema mafioso stava passando all’organica struttura di Cosa Nostra, cosi il partito democristiano si avviò a passare da una diffusa oligarchia di notabili all’organica struttura di un partito di dirigenti e di burocrati a pieno tempo. Fu quello il partito nel quale i turchi erano i professionisti, quello che in poco tempo si sarebbe appropriato delle principali leve del potere della Sicilia, sovrapponendosi alle istituzioni dello Stato. Giovanni Gioia attuò con abilita le direttive fanfaniane per il partito ma in una maniera che potrebbe dirsi “siciliana”. Tenne conto dei peculiari poteri della società dell’isola, se ne appropriò e li utilizzò a fondo. Le cosche mafiose, infatti, erano confluite nella D.C. con alla testa i Boss mafiosi delle varie zone di Palermo : Paolino Bontà, Vincenzo Nicoletti, Pietro Torretta, La Barbera, Greco, Giambico, Vitale etc.

Lo stesso accadde in decine di comuni della Provincia: cosche mafiose confluirono nella D.C. Il tutto avvenne con un sottile gioco di complicità intrecciate, in funzione di un ordine che si reggeva sui profitti di una continua svendita dello Stato a vantaggio di interessi privati e clientelari. Ne conseguì la formazione di una fitta trama di alleanze politico- mafiose che si sarebbe rafforzata fino a vere e proprie forme di integrale dominio della mafia sulla politica e sull’economia. Di solito i Boss non si limitavano a sostenere i politici “amici”, ma andavano oltre: li formavano e li allevavano quasi fossero dei cavalli delle loro scuderie, poi li dirigevano come fece Paolino Bontà con L’On. Barbaccia. Tutti coltivavano buone relazioni con Luciano Liggio “ottimo amico di Ciancimino”. Quest’ultimo, che era appunto il politico creato dal gruppo mafioso di Corleone, sarebbe diventato la suprema autorità degli appalti pubblici e delle tangenti. Cosi la DC. che a questo punto avrebbe potuto accontentarsi di diventare il partito della contiguità mafiosa, divenne essa stessa il comitato d’affari della mafia. Quel comitato era cosi unitario da rendere difficile la distinzione tra i mafiosi utilizzati dalla politica e i politici utilizzati dalla mafia. Dal vertice si raggiungevano via via tutti gli apparati di potere ( compresi quelli istituzionali) e tutte le risorse pubbliche e private. Nei quartieri popolari si compravano, si vendevano e si controllavano i voti per le elezioni.  Si gestiva , tra l’altro, il mercato dei posti e delle carriere nell’amministrazione e, tramite le banche e le finanziarie di comodo, quello dell’investimento dei capitali provenienti dallo Stato o da attività quali il contrabbando, il narcotraffico, l’usura, l’estorsione, la prostituzione, il gioco d’azzardo etc.

Giovanni Gioia provvedeva a collocare i suoi uomini nei posti chiave delle banche e a premiare con posti ed incarichi gli ubbidienti e i solerti, i clienti, i faccendieri del mercato affaristico- mafioso.

Si era giunti ad un nuovo concetto di mafia: la mafia imprenditrice. In quel periodo la mafia avviò una sua attività di impresa, soprattutto per il riciclaggio del denaro sporco, sia nel settore edilizio, che in quelli della produzione industriale, compresi turismo e commercio. Tale attività, soprattutto con il decollo della “società dei consumi”, a partire dagli anni 60, sarebbe diventata il grande canale dell’espansione dell’affarismo mafioso, sia nell’isola, che nell’intero territorio nazionale italiano, con punti strategici nelle grandi città del nord e gruppi di pressione sull’amministrazione statale (i membri della DC si infiltravano negli ambienti ministeriali e negli apparati istituzionali a Roma).

Proprio a Catania, uno dei centri marginali fino  a quel momento, si sarebbe formata una mafia ad alta specializzazione criminale intorno al clan di Nitto Santapaola ed a quello dei Pulvirenti, mentre si sarebbe sviluppato l’attivismo di alcuni “cavalieri”. Ricordiamo anche l’influenza di Stefano Boutade e Gaetano Badalamenti che finanziavano la DC  e costituivano la base economica, nel partito ,del potere di Gioia e di Lima.

Data la sua organicità, la strategia di potere della DC era riuscita a cooptare i social-democratici di Casimiro Vizzini , il partito repubblicano di Gonnella e vari esponenti del P.S.I , precursori dei futuri craxiani.

L’effetto fu quello di dare corso al “sacco di Palermo”: il piano regolatore ed il regolamento edilizio furono sistematicamente violati con “varianti” e concessioni varie elargite per “amicizia” con il voto della maggioranza consiliare: assessori ai lavori pubblico come Ciancimino e Matta, diedero via libera a vergognose speculazioni; la città un tempo bellissima, fu sconvolta, deprivata di ogni stile, violentata nella sua storia e nella sua cultura con la devastazione e poi con l’abbandono del suo antico centro storico, trasformata in un orrido agglomerato di cemento e di asfalto. Le maggiori opportunità di arricchimento erano concentrate in quei quartieri edili dove spesso i cadaveri dei “nemici” sparivano sotto colate di cemento nei pilastri dei palazzoni in costruzione.

 

Andrea Pavone

 (segretario del circolo)