(da Il Tempo, 27 settembre 2006)
"In una giornata come questa sospenderei qualsiasi giudizio che, diciamo,
entri nel merito della vicenda Afghanistan. Anche perché la nostra posizione è
nota e, soprattutto, indipendente dal fatto odierno". Il segretario di
Rifondazione Comunista Franco Giordano non nasconde il proprio dolore per
quella che definisce "un’ulteriore drammatica prova delle nefaste conseguenze
della spirale di guerra e terrorismo". Nel giorno in cui la Camera discute
della missione in Libano a Kabul muore un nostro soldato. Sembra un caso, ma
su Medio Oriente e Afghanistan, Rifondazione ha idee differenti. "Oggi è il
momento del dolore e della solidarietà alle famiglie della vittima e dei
nostri militari feriti ai quali esprimo i miei auguri per una pronta
guarigione. Detto questo noi ci sentiamo fortemente coinvolti nell’azione che
il governo italiano ha avviato in Medio Oriente, dove le nostre truppe
svolgeranno una funzione importante, chiaramente ed esplicitamente, di pace".
E l’Afghanistan?
"Sulla missione a Kabul la nostra posizione è nota. Io penso che quella
in Afghanistan è stata una guerra sbagliata. Anche se ci tengo a sottolineare
che non nutro nessuna simpatia per i talebani".
Allora perché è stata una guerra sbagliata?
"È l’idea di utilizzare la guerra per risolvere i problemi ad essere
sbagliata. Dopotutto il fallimento della politica della guerra preventiva oggi
viene riconosciuto anche da importanti settori politici negli Usa e in Gran
Bretagna".
Qual è, quindi, la vostra proposta?
"Noi proponiamo di investire in Medio Oriente per poter determinare le
condizioni di una pace duratura e ottenere il grande risultato di una
conferenza internazione che dia uno Stato al popolo palestienese. Dobbiamo di
guardare al Mediterraneo, e portare avanti politiche che non siano
unilaterali".
Nella maggioranza, però, non tutti sono d’accordo
sull’opportunità di abbandonare Kabul?
"Io credo che, nella maggioranza, si debba aprire un confronto perché il
governo determini le condizioni per il superamento della missione in
Afghanistan. Dobbiamo disinvestire dal punto di vista militare lasciando a
Kabul solo la cooperazione civile".
Non teme che, senza militari, la situazione precipiti?
"Le forme di cooperazione al seguito delle missioni militari mascherano
sempre una qualche forma di intervento militare. Invece, ci sono, interventi
di cooperazione, penso al caso di Emergency a Kabul, che lasciano segni
positivi. La nostra preoccupazione deve essere quella di solecitare e
determinare, anche a Kabul, la democrazia. Ma la democrazia, non si esporta
con la guerra".