Vendetta
di Marco d'Eramo su Il Manifesto del 27/12/2006
La
corte d'appello ha confermato la condanna a morte di Saddam Hussein che dovrà
essere impiccato entro trenta giorni. Sempre ieri, il numero dei soldati
americani morti in Iraq (2.975) ha superato il totale delle vittime degli
attentati dell'11 settembre 2001 nelle Twin Towers di New York, nel Pentagono e
nei quattro aerei sequestrati dai terroristi di Al Qaida (2.973). Ai soldati Usa
andrebbero poi aggiunti 143 statunitensi uccisi come mercenari.
La simultaneità di queste due notizie di morte è letteralmente micidiale.
Nessuno dubitava che la condanna del dittatore iracheno sarebbe stata
confermata: il meno che si possa dire è che non c'era una grande suspence
intorno al verdetto. La pena di morte è sempre barbara, anche per un tiranno
sanguinario. Nelle guerre antiche il sovrano vinto veniva spesso ucciso o si
suicidava. La sua morte non veniva però ammantata di nobili motivi giuridici:
moriva perché aveva perso. Gli Stati uniti invece sentono il bisogno di
addobbare una nuda vendetta in una veste di meritata punizione, lasciando in
bocca sempre il sapore amaro del diritto come «arma del più forte contro il più
debole», e non come «tutela del più debole contro il più forte» (erano questi i
due corni del dibattito sul diritto tra i sofisti del IV secolo a. C.): nel
processo di Norimberga, dopo la seconda guerra mondiale, gli Usa espunsero dai
crimini tedeschi i bombardamenti sulla popolazione civile di Londra perché
altrimenti anche loro sarebbero stati processati per Dresda, Hiroshima,
Nagasaki. Da allora bombardare inermi civili non è più un crimine di guerra.
Con l'impiccagione di Saddam Hussein vendetta sarà compiuta. Se qualcosa c'era
da vendicare che non fosse frutto delle ossessioni di Dick Cheney e di George
Bush il giovane, visto che l'Iraq non aveva nessun legame con al Qaida e che non
possedeva nessuna arma di distruzione di massa. Ma anche la supposta razionalità
della vendetta, del «fargliela pagare» si è dimostrata arbitraria, priva di ogni
logica. Anche se fosse una ritorsione - che non è -, essa è ormai costata più di
quel che doveva ritorcere. In vite umane, gli americani hanno pagato in Iraq
(senza contare l'Afghanistan) più di quanto fosse costato loro l'attacco dell'11
settembre. E, en passant, hanno provocato più di 600.000 morti irachene, hanno
distrutto città, messo in ginocchio un'economia, privato 25 milioni di persone
di acqua, luce, benzina. Hanno disintegrato un paese e hanno attizzato un
incendio che rischia di divampare in tutta la regione. Non sappiamo come avrebbe
reagito all'11 settembre Al Gore, se nel 2000 l'elezione non gli fosse stata
scippata con un broglio in Florida. Ma è certo che non avrebbe invaso l'Iraq.
C'è qualcosa di tragico e di amaro nel contare le centinaia di migliaia di
morti, nel guardare i veterani amputati sui marciapiedi delle città americane, e
pensare che questa furia omicida, cieca, devastatrice ha trovato origine in una
frode elettorale a 12.000 km di distanza.
L'ironia diventa ancora più crudele se si pensa che l'unica soluzione rimasta
agli Usa per districarsi dal disastro iracheno è trovare alla svelta un altro
Saddam Hussein, un altro uomo forte che riesca con le spicce a restaurare
l'ordine e a fermare la deriva, oggi inarrestabile, verso la guerra civile.