L’Onu: una donna su tre è vittima di un mondo maschilista e violento
di Laura Eduati su Liberazione del 12/10/2006
Sapete che cos’è il date rape? E’ lo
stupro (o le botte) su appuntamento. Li subisce il 40% delle ragazze americane
tra i 14 e i 17 anni: escono per una serata romantica con il boyfriend, che poi
le costringe ad un rapporto sessuale oppure le picchia. Altro caso: il 35% delle
francesi denuncia violenze psicologiche da parte del compagno sentimentale.
Ancora: ogni anno nel mondo 5mila donne vengono ammazzate per salvare l’onore,
circa 3mila solo in Pakistan.
Sono alcuni dei dati contenuti nell’ultimo rapporto Onu sulla violenza di
genere, un flagello mondiale che colpisce una donna su tre almeno una volta
nella vita e che in 89 stati sui 192 che compongono l’Assemblea delle Nazioni
Unite non viene neppure punito.
Una crisi globale, perchè - come afferma il rapporto - «la violenza contro le
donne non è circoscritta ad una specifica cultura, regione o Paese, o a
particolari gruppi di donne all’interno della società». E’ ovunque.
All’Onu non sfugge lo scopo di questa violenza: «mantenere l’autorità maschile
garantita dal patriarcato». Anche quando è nascosta tra quattro mura «la
violenza non è mai individuale» ma punisce la ribelle per aver osato trasgredire
le norme sociali. Hina Saleem ne è un chiaro esempio.
Le 139 pagine del rapporto descrivono le varie declinazioni della violenza di
genere. Che non è solo quella brutale delle botte, dell’omicidio, dello stupro
etnico o dell’aborto selettivo (in India 500mila bambine mancano all’appello),
ma include l’anoressia e la bulimia: le giovani indotte a diventare filiformi
magari per apparire - mercificate - negli spot e in tv. Come a dire che la
violenza non è solo fisica, psicologica, economica ma anche sociale.
E di Stato: in vari Paesi non viene punito il marito che picchia e violenta la
moglie o abusa sessualmente delle figlie femmine, che impedisce alle donne della
famiglia di uscire di casa o che ordina la mutilazione genitale. Non solo: a
queste donne non è permesso votare, partecipare alla vita politica, lavorare
fuori casa.
Il giro del mondo attraverso le cifre è spaventoso. E, ma lo sapevamo già,
riguardano anche i Paesi industrializzati. In Australia, Canada, Israele,
Sudafrica e Stati Uniti tra il 40 e il 70 per cento delle donne assassinate, lo
sono dai mariti e dagli amanti. In Nuova Zelanda e in Australia almeno il 15%
denuncia di aver subito abusi o stupri da uno sconosciuto, e il 9% delle
teenagers americane (ancora loro) è stata costretta ad avere il primo rapporto
sessuale dal fidanzato di turno. In Perù si arriva al 40%.
Le lavoratrici devono difendersi dalle molestie sessuali in ufficio, una piaga
che coinvolge tra il 40 e il 50% delle donne europee e il 35% delle asiatiche. A
scuola: in Malawi il 50% delle ragazze dice di essere stata toccata lascivamente
dai professori o dai compagni di classe.
Poi esistono le pratiche tradizionali, quelle che coinvolgono la vita della
comunità e perpetuano il dominio culturale sulla donna: in 130 milioni hanno
subito la mutilazione genitale nel mondo, con percentuali del 99% in Guinea; in
Corea del Nord il 30% delle gravidanze viene interrotta volontariamente non
appena si scopre che il feto è femmina. Le famiglie asiatiche e subsahariane
spesso forzano le proprie bambine a sposare uomini molto più grandi, o comunque
uomini che loro, le ragazze, non avrebbero scelto. Non è raro che i matrimoni
coatti includano rapimenti, violenze fisiche nei confronti della donna che si
oppone, stupri o il carcere per le più rivoltose. Una volta sposate, alle
disgraziate può accadere che la famiglia del marito non sia soddisfatta della
dote: in India più di 6mila donne sono state ammazzate nel 2002 per questo
motivo. Se il marito muore, la vedova viene spinta al suicidio, oppure isolata
dalla comunità, accusata di stregoneria, persino uccisa da chi avrebbe il dovere
di mantenerla, visto che di lavorare non se ne parla.
Purtroppo non è finita qui. La tratta delle donne, la riduzione in schiavitù e
lo sfruttamento sessuale coinvolge 127 Paesi di partenza e 137 di arrivo. Fuori
dai confini del crimine, a volte è lo Stato a “violentare” le donne, magari
attraverso politiche di forzata sterilizzazione (in Europa praticata
principalmente sulle Rom), stupri nelle carceri da parte degli agenti di
polizia, aborti coatti o gravidanze coatte (dove ad esempio l’aborto è
illegale).
Ma di certo la forma più grave è la violenza sulle donne come arma di guerra. L’Onu
stima che durante il genocidio del Ruanda del 1994 tra le 250mila e le 500mila
donne siano state violentate e che tra le 20mila e le 50mila in Bosnia abbiano
subito la stessa sorte. Per le milizie è un modo di umiliare il nemico, impedire
che si riproduca - nel caso le donne vengano anche ammazzate - o (in Africa)
diffondere il virus dell’Aids.
La violenza di genere ha un costo, e lo calcola la Banca Mondiale. Un costo
psicologico e fisico per le vittime, innanzitutto: in Occidente il 5% dei
disturbi per le donne dai 15 ai 44 anni è imputabile alla violenza domestica o
allo stupro. Ma è anche un costo economico: programmi di sostegno, centri
anti-violenza, processi, incarcerazioni. Capitoli di spesa che ogni anno
costringe ad esempio il civilissimo Canada a sborsare un miliardo di dollari
canadesi. Per i Paesi poveri, sicuramente meno propensi a recuperare le vittime,
la violenza di genere impedisce che una quota importante della popolazione
lavori e in generale contribuisca al benessere della società.
«Il rapporto svela l’importante ruolo giocato dai movimenti per le donne, che
hanno sollevato il problema a livello mondiale» dice il sottosegretario generale
Onu per gli affari economici e sociali José Antonio Ocampo. «Ora, però è un
problema di tutti». Anche dell’Onu, dove il 63% dei componenti del gabinetto
sono uomini.