Quando era amico della Casa bianca
di Manlio
Dinucci
su Il Manifesto del 07/11/2006
La
condanna a morte di Saddam Hussein è stata salutata dal presidente Bush come
«una pietra miliare» in quanto segna la fine del «dominio di un tiranno». La
Casa bianca ha però la memoria corta: lo stesso «tiranno», proprio nel periodo
in cui ordinava la repressione per la quale ha avuto la pena capitale, era
attivamente sostenuto dagli Stati uniti nella guerra contro l'Iran.
Un ruolo di primo piano nel sostenere l'Iraq di Saddam Hussein lo svolse
l'attuale segretario alla difesa Donald Rumsfeld. In qualità di inviato speciale
del presidente Ronald Reagan in Medio Oriente, egli si recò a Baghdad nel
dicembre 1983 (tre anni dopo l'inizio della guerra contro l'Iran), incontrando
Saddam Hussein, a cui strinse calorosamente la mano (come documenta un filmato
dell'epoca). Scopo della sua missione era quello di riallacciare ufficialmente
le relazioni con Baghdad (riprese sottobanco all'inizio della guerra contro
l'Iran), che Washington aveva interrotto nel 1967 in seguito alla guerra
arabo-israeliana. Dopo che Rumsfeld si recò nuovamente a Baghdad nel marzo 1984,
le relazioni diplomatiche furono ufficialmente riallacciate nel novembre dello
stesso anno.
Nel giorno stesso in cui Rumsfeld era a colloquio con i dirigenti iracheni, il
24 marzo 1984, l'agenzia Upi riportava dalle Nazioni unite: «Una squadra di
esperti delle N.U. ha accertato che, nei 43 mesi di guerra tra Iran e Iraq, è
stata usata contro i soldati iraniani iprite mista a gas nervino». Donald
Rumsfeld sapeva, sin dalla prima missione a Baghdad, che le forze irachene
usavano armi chimiche. Ma mai ne fece parola. Si adoperò invece per accrescere
le vendite di armi statunitensi all'Iraq: tra queste 115 elicotteri militari,
alcuni dei quali vennero usati nel 1988 per attaccare i kurdi con armi chimiche.
L'aiuto statunitense non si limitò a questo. Lo hanno confermato quattro anni fa
alcuni ex ufficiali dei servizi segreti militari: essi hanno rivelato al New
York Times (17 agosto 2002) che gli Stati uniti, durante la presidenza Reagan
negli anni '80, aiutarono segretamente l'Iraq di Saddam Hussein nella guerra
contro l'Iran, pur sapendo che le forze irachene impiegavano armi chimiche.
Hanno inoltre precisato che, nel quadro di un programma segreto elaborato dal
Pentagono, oltre 60 ufficiali della Dia (Defense Intelligence Agency) fornirono
al comando iracheno foto satellitari dello schieramento delle forze iraniane,
piani tattici per le battaglie e indicazioni degli obiettivi da colpire con gli
attacchi aerei.
Questa «decisiva assistenza alla pianificazione delle battaglie» continuò anche
dopo che «le verifiche effettuate dal Pentagono confermarono che il comando
iracheno aveva integrato le armi chimiche in tutto il suo arsenale e le usava
nei piani di attacco preparati o suggeriti dai consiglieri statunitensi».
Ma, terminata la guerra nel 1988, gli Stati uniti cominciarono a temere che
l'Iraq acquistasse un ruolo dominante nella regione. Così quando l'Iraq - uscito
dalla guerra con un grosso quanto costoso apparato militare e un debito estero
di 70 miliardi di dollari, per la maggior parte nei confronti di Kuwait e Arabia
saudita - si preparò nel 1990 a invadere il Kuwait, gli Stati uniti (che
conoscevano nei dettagli il piano) lasciarono credere a Baghdad che
l'atteggiamento ufficialmente morbido di Washington rispecchiasse la sua
intenzione di restare fuori dalla faccenda. Saddam Hussein compì di conseguenza
un colossale errore di calcolo politico.
Gli stessi uomini che prima lo avevano aiutato nella guerra contro l'Iran degli
ayatollah - a partire da George Herbert Walker Bush, che da vice-presidente era
divenuto presidente nel 1989, e da Colin Powell, che da consigliere per la
sicurezza nazionale era divenuto presidente dei capi di stato maggiore riuniti -
lo bollarono come nemico numero uno.