«È una guerra che abbiamo dimenticato»
di Tommaso Di Francesco
su Il Manifesto del 17/06/2011
Intervista ad Angelo Del Boca, storico del colonialismo italiano: «Gheddafi gioca a scacchi, non è sconfitto»
C'è una guerra che è scomparsa, che ha cambiato segno. Non ha
più alcun rapporto con la Risoluzione Onu 1973, i raid della Nato si ripetono
«stanchi» su Tripoli e le forze del raìs: siamo oltre le diecimila azioni aeree
e cinquemila di bombardamento effettive. E siamo al paradosso che a lamentarsi
della illegalità di questo conflitto - il suo prolungamento oltre il 19 giugno
come da promessa presidenziale, lo stato di guerra non votato, i troppi fondi
impegnati - sia negli Stati uniti il portavoce repubblicano del Congresso, John
Boehenr, mentre molti deputati (anche democratici) minacciano di denunciare
Obama. E anche che in Italia, a strumentalizzare il non-senso del conflitto è la
destra xenofoba con Maroni che ora denuncia il «dispendio dei soldi per i
bombardamenti» per ricattare sui profughi ancora più a destra il governo
italiano malconcio per i risultati elettorali e dei referendum. Allo storico del
colonialismo italiano e biografo di Gheddafi, Angelo Del Boca abbiamo rivolto
alcune domande sulla «guerra scomparsa».
Come giudichi il fatto che nessuno s'interroga più sul senso e il destino della
guerra euro-atlatica in Libia?
Ha ragione il direttore di LiMes Lucio Caracciolo quando dice che questa guerra
è cominciata con notizie false e continua ad essere una guerra intrisa di
falsità. Al punto, però, che nessuno sa più come uscirne. Dopo tante vittime.
Ormai, ogni giorno, vediamo il via vai del fronte di guerra tra lealisti e
insorti. Stanno sempre lì, nella Cirenaica martoriata. Come ogni notte, e ora
con gli elicotteri anche di giorno, i raid della Nato martellano Tripoli. Va
avanti così da più di cento giorni. La Nato annuncia vittorie, poi torna
l'offensiva delle forze di Gheddafi da Brega e su Misurata. Insomma, è credibile
una soluzione militare?
No, non è credibile. La Nato che ha preso in mano questa missione e continua a
bombardare come fosse una coazione a ripetere.
Indubbiamente i bombardamenti dell'ultima settimana indicano che l'obiettivo
principale è proprio Gheddafi, anche se poi i comandi Nato dicono che non è il
loro obiettivo «ma che se per caso accadesse, meglio ancora...». parole testuali
del generale o del ministro atlantico di turno. Però tutti sanno che la
soluzione militare assolutamente non c'è. Anche perché c'è poco da dire. Loro
pensano che intorno a Gheddafi ci siano poche decine di persone, invece non è
vero. Io ho parlato in questi giorni con alcuni testimoni diretti che vivono in
Libia - non solo con il vescovo di Tripoli Martinelli - e ho letto i reportage
dell'inviato del Corriere Lorenzo Cremonesi. E tutti concordano su un punto:
intorno a Gheddafi c'è, ancora, gran parte della popolazione libica e dei suoi
rappresentati, a cominciare dalle tribù, tutte ancora sostanzialmente schierate
con lui. Perché sono tanti quelli che hanno avuto in questi quaranta anni
vantaggi dal regime e, tutto sommato, temono di scomparire con la scomparsa di
Gheddafi e del suo clan. Così gli restano vicini. Altrimenti non si spiegherebbe
il fatto che dopo cento giorni di bombardamenti, le varie fonti Nato farfugliano
sulle distruzioni provocate, prima il 30% poi l'80%. Ma poi non spiegano come le
truppe di Gheddafi siano ancora all'offensiva. Perfino nella regione della
Montagna, addirittura sembrava fosse aperta la strada per la Tunisia e invece
non è vero. E poi c'è un fatto: non è vero che Gheddafi non ha più fondi.
Ma allora, a questo punto, è forse possibile una soluzione politica?
Io penso di sì. Però doveva intervenire la Russia con un accordo, o almeno fare
un tentativo e poi invece non s'è più vista; la Turchia ha fatto un tentativo
fallito; l'unico tentativo che va avanti da un po' di tempo è quello dell'Unione
africana con il presidente sudafricano Zuma che è già venuto due volte a Tripoli
e ha parlato con Gheddafi, e che ieri ha protestato contro i radi della Nato
che, ha detto, «impediscono una soluzione diplomatica». Ma quello che mi
stupisce è la tranquillità di Gheddafi, che si mette a giocare a scacchi col
miglior scacchista del mondo ma nessuno lo trova. C'è una sua ostentata
«tranquillità» che accresce il personaggio. Del resto è lui l'inventore del suo
personaggio. Confermata dalla dichiarazione dell'altro giorno che dice: «Io
resto qui, vivo o morto».
Che figura fa l'Italia che prima indicava in Gheddafi l'«esempio da seguire» per
tutto il Medio Oriente, poi ha chiesto al regime di controllare con i campi di
detenzione l'immigrazione, infine bombarda e si appresta a chiedere al Cnt di
Bengasi le stesse cose che trattava con il raìs. E che figura fa l'opposizione
di centrosinistra?
Ha accettato tutto. Compreso Frattini che corre con fondi - chi paga? - a
Bengasi da interlocutori perlopiù sconosciuti e spesso inaffidabili. Ma confesso
che quello che mi ha molto colpito è stato l'atteggiamento del presidente della
repubblica che dovrebbe difendere la Costituzione e, invece, la nega almeno su
quattro articoli. Sono deluso perché ero un grandissimo ammiratore di
Napolitano. Capisco l'atteggiamento di Napolitano: avendo visto la situazione
ondulatoria del governo, con Berlusconi che dice «io veramente ero contro questa
guerra, ma mi hanno trascinato», cerca di salvare la faccia del paese davanti
all'America. Ma continua a negare la Costituzione.
Come finirà, visto che gli Usa rimproverano gli alleati della Nato perché poco
impegnati e gli stessi Stati uniti s'interrogano sulla continuazione della
guerra?
Hanno prorogato la missione Nato di tre mesi, ma chi paga? Mentre si defila la
Danimarca, la Germania insiste a non partecipare, in Gran Bretagna sono finiti i
soldi dell'ammiragliato. Il fatto è che questa guerra è cominciata e adesso
nessuno sa come finirla. Non so come finirà. O con una grande risata da parte di
Gheddafi, oppure con lui che muore sotto un bombardamento.