Lettera aperta di Turigliatto
Scritto da Franco Turigliatto
giovedì 01 marzo 2007
Cari compagni e compagne, amici e amiche,
Sono in attesa che il Senato accetti le mie dimissioni, che comunque non ho
ritirato e non ritirerò. Nel frattempo, nei prossimi giorni sono chiamato a
esprimere il mio voto sulla fiducia al governo Prodi. Vorrei dunque spiegare le
ragioni della mia scelta di dare un voto a favore, che definerei tecnico, pur
respingendo tutti i dodici punti del governo Prodi nel loro complesso. Nel mio
intervento al Senato, infatti, spiegherò con molta nettezza che non si potrà
contare su di me per approvare la missione in Afghanistan, né per realizzare la
TAV o la controriforma delle pensioni. Non lo si potrà fare perché io non voterò
queste misure, anche se su di esse si rischiasse una nuova crisi di governo. E,
va da sé che continuerò con voi la battaglia contro la base di Vicenza.
Con il mio rifiuto di votare a favore della politica estera del governo, non ho
mai avuto intenzione di compiere un gesto politicista per provocare una crisi di
governo. Il mio è stato un gesto di responsabilità nei confronti delle mie
convinzioni e di quelle di chi, come me, si sente distante da una politica
estera che continua a fare la guerra, sia pure multilaterale; che sostiene una
concezione liberista dell’Europa; che pensa che inviare soldati in giro per il
mondo sia un modo per “contare” nei luoghi della politica internazionale. Un
gesto animato dal rifiuto di lasciarmi convincere a considerare come una
missione di civiltà e di pace quella che non è altro che un’occupazione
militare. Un piccolo gesto a sostegno di quella straordinaria lotta di Vicenza
contro la costruzione di una base che distrugge il territorio e che sarà uno
strumento fondamentale del dispositivo USA di intervento nella guerra globale e
permanente. Un gesto di cui non mi pento e che ripeterei in ogni momento. Il mio
dissenso con la politica estera del governo muove da qui e non può che essere
ricollegato alla mia irriducibile opposizione alla guerra in Afghanistan e alla
decisione del governo di autorizzare il raddoppio della base di Vicenza. Il
senso del mio voto, in dissenso dal mio partito, ma in dissenso su un punto che
considero fondativo e fondante per chiunque faccia politica, il no alla guerra,
è tutto qui.
Non credo di essere stato io il responsabile della crisi di governo, della quale
i primi responsabili sono il governo stesso e le politiche che ha adottato in
tutti questi mesi, e che lo hanno sempre più allontanato da chi lo aveva votato.
Una crisi nata per ragioni in parte oscure, in parte dovute alla volontà
dell’ala riformista dell’Unione di drammatizzare la situazione, per intimare
alla sinistra alternativa il silenzio sulle questioni più scottanti. Una crisi
che è servita a stoppare qualsiasi rivendicazione e a sancire il corso
“liberale” dell’attività di governo. In questo senso il dibattito al Senato è
stato un ricatto, in particolar modo su Vicenza. Anche per questo ho detto no.
L’uscita dalla crisi mi sembra che confermi questo giudizio. I dodici punti
presentati da Prodi sono la sanzione di una svolta liberista e di una decisa
volontà di affermare una politica di sacrifici e di guerra multilaterale. Gli
attacchi di cui sono stato fatto oggetto, lo spauracchio del ritorno di
Berlusconi al governo, nuovamente agitato dai miei accusatori, erano finalizzati
proprio a nascondere questa realtà: il fatto che il bilancio di questi mesi di
governo Prodi è fortemente negativo e che ciò che si profila è un’azione di
governo ancora peggiore della precedente. Questo giudizio, ovviamente, non è
condiviso dal mio partito, che invece sostiene fortemente il nuovo governo. Èd è
stato accolto in vario modo dalla società civile, dai movimenti, da quadri
sindacali, da esponenti del pacifismo radicale, dagli stessi che il 17 febbraio
sono scesi in piazza a Vicenza. La paura di un ritorno delle destre al governo,
infatti, è molto forte. C’è chi pensa, inoltre, che la partita con il governo
Prodi non sia chiusa e che la sua sopravvivenza costituisca il quadro in cui
ottenere risultati più avanzati o comunque una dialettica democratica.
Non avendo deciso io di provocare la caduta del governo Prodi penso che sia
giusto verificare queste intenzioni, dialogare con tanta parte del movimento e
del “popolo della sinistra” che la pensa così, permettendo al governo Prodi di
rimanere in piedi. Ma penso che questo si possa fare solo nella estrema
chiarezza delle posizioni. Non sarò mai disponibile a votare la guerra in
Afghanistan né a rendermi complice delle politiche antipopolari di questo
governo.
Ovviamente, non prevedo un futuro agevole. I 12 punti presentati dal governo
sono un arretramento e uno schiaffo ai movimenti e agli stessi partiti della
sinistra alternativa. Prevedo dunque una fase in cui andrà sviluppata
un’opposizione sociale alle misure del governo Prodi, opposizione che dovrà
avere anche ricadute parlamentari. Questa è la mia intenzione. Per dirla con una
battuta, è possibile scegliersi il governo a cui fare opposizione, rendendo
incomprimibili alcuni principi e alcuni vincoli per me essenziali: quelli con il
movimento dei lavoratori e delle lavoratrici, quelli con le comunità popolari in
lotta contro la TAV, i rigassificatori, per la difesa dell’ambiente, quelli con
il movimento pacifista che si è visto recentemente a Vicenza. Sono questi i
vincoli che regolano la mia attività politica, non un’astratta coerenza ideale,
ma un progetto politico che mi ha accompagnato per tutta la vita.
Negli ultimi quindici anni questi vincoli, questi convincimenti hanno coinciso
perfettamente con quelli di Rifondazione comunista. Qualche giorno fa, però, il
mio partito mi ha dichiarato “incompatibile” semplicemente perché sono rimasto
fedele al programma storico del Prc. Non voglio discutere di una scelta che mi
riguarda, ma posso dire una cosa. Ho costruito Rifondazione fin dalle
fondamenta, l’ho difesa quando era sotto attacco, ho passato centinaia di ore
davanti alle fabbriche torinesi e in giro per l’Italia a parlare con gli operai
e le operaie. La minaccia di espulsione dal partito mi amareggia e mi delude
allo stesso tempo. Ma è il frutto di un cambiamento di fondo delle priorità del
Prc e della sua azione: alcune idealità superiori sono messe al servizio di un
progetto politico contingente, compiendo un processo di snaturamento della
sinistra che mi lascia interdetto. E soprattutto mettendo alla berlina una
qualità fondante della politica – la coerenza tra coscienza e azione - la cui
assenza è oggi alla base di quella “crisi” di cui si discute da oltre un
decennio. Non è la prima volta nella storia che chi da sinistra si oppone alla
guerra, chi dice no in Parlamento, contro tutto e tutti, sia accusato di essere
affetto da uno “splendido isolamento”, di essere “un’anima bella”, “incapace di
realismo”, “irresponsabile” o “idealista”: queste accuse non fanno male a me, ma
a un’esperienza in cui ho creduto e riposto tutto il mio impegno e che oggi
viene meno per responsabilità di chi ha deciso di piegarsi all’esistente.
Per tenere fede alle mie convinzioni e ai miei vincoli è stato messo in
discussione il vincolo che mi legava al partito e addirittura un governo ha
dovuto dimettersi. Non mi ritengo così importante e così essenziale. Forse tutto
questo rappresenta la spia di molteplici contraddizioni che riguardano la
sinistra nel suo insieme e il rapporto tra il governo e la sua gente. Un
rapporto logorato come dimostrano tutti i sondaggi e gli episodi di malcontento.
Per parte mia non posso che continuare a ribadire quanto detto e fatto negli
ultimi giorni. Se l’aula respingerà le mie dimissioni, e dunque finché sarò al
Senato, io voterò ancora contro la guerra, perché il no alla guerra e il
rapporto con il movimento operaio costituiscono la bussola del mio agire
politico: esse sono da sempre l’alfa e l’omega di una prospettiva di classe ed
anticapitalista.
Permettetemi dunque di ringraziarvi per le parole che avete utilizzato nei miei
confronti, spesso commoventi. Onestamente non credo nemmeno di meritarle,
semplicemente perché in questo mondo sembra anormale quello che alle persone
serie dovrebbe sembrare normale: agire secondo le proprie convinzioni. Se questo
piccolo gesto sarà servito a riabilitare questa logica che ad alcuni sembra, con
giudizio sprezzante, troppo “idealista”, allora sarà stato utile. La mia strada
è comunque questa e spero di continuare a percorrerla insieme a voi. Ancora
grazie.
Roma, 28.02.2007
Franco Turigliatto