Il lavoro precario è aumentato del 10% in un solo anno. E’ la grande piaga



Roberto Farneti
Altro che innalzamento dell’età pensionabile. E’ la crescente precarietà del lavoro il primo problema di cui si dovrebbe occupare il tavolo concertativo su “Crescita ed equità” che prenderà il via oggi pomeriggio a Palazzo Chigi. I dati diffusi ieri dall’Istat parlano chiaro: nel 2006, a fronte di un aumento dell’occupazione dell’1,9%, il 46% delle assunzioni è avvenuto con contratti a tempo determinato. In pratica, un nuovo posto di lavoro su due è precario. E non è tutto perché a questi dati, come ricorda il segretario confederale della Cgil Fulvio Fammoni, andrebbe «sommata l’ampia area delle false collaborazioni e del lavoro nero, che non solo non cala, ma si somma al lavoro non stabile».
Alla crescita complessiva dell’occupazione nel 2006 ha dato un cospicuo contributo la componente straniera: dei 425mila occupati in più, 178mila sono infatti non italiani. Tra le vittime della flessibilità ci sono le donne, a cui sembra indirizzata la crescente (+5,4%) diffusione del part-time: il risultato è che ormai il 26,5% delle lavoratrici dipendenti ha una occupazione a tempo parziale (e riceve, di conseguenza, un salario più basso).
Anche il calo record della disoccupazione registrato dall’Istat nel quarto trimestre 2006 va preso con le molle. Se è vero infatti che il tasso ufficiale, al netto dei fattori stagionali, è sceso al 6,5%, il valore più basso dal 1992 (data d’inizio delle serie storiche) è altrettanto vero che si tratta, almeno in parte, di un dato “drogato”. Basti pensare che il calo maggiore ha riguardato il Mezzogiorno, dove il tasso di disoccupazione è sceso al 12,2% - con una flessione del 2% rispetto al 2005 - e dove però la sfiducia nella possibilità di trovare un lavoro sta da tempo provocando fenomeni di rinuncia nella ricerca di una occupazione, soprattutto da parte delle donne.
Resta il fatto che, malgrado questo presunto miglioramento, il tasso del Sud rimane due volte e mezzo più elevato rispetto al centro-nord. Al Nord, infatti, il tasso di disoccupazione è stato del 3,8% (3,9% nel nord-ovest e 3,6% nel nord-est), mentre al Centro il dato del 2006 si è posizionato al 6,1%.
Una cosa è certa, non è tutto oro quel che luce. E’ vero che la ripresa produttiva sta avendo riflessi positivi non solo sulle entrate fiscali ma anche sulla quantità dell’occupazione. Ma è vero anche che è sulla qualità del lavoro che si gioca la partita per lo sviluppo. «La fase di crescita - avverte la Cgil con Fammoni - va sostenuta e deve essere accompagnata da norme per la buona occupazione dopo quelle previste nella legge Finanziaria».
La speranza è che il governo di centrosinistra sappia ascoltare la voce di chi rappresenta il mondo del lavoro, vale a dire i sindacati. Al riguardo è di buon auspicio il realismo del ministro del Lavoro, Cesare Damiano, il quale se da una parte sottolinea «i primi risultati» ottenuti grazie alla «battaglia contro il lavoro nero», dall’altra frena gli entusiasmi: «Non voglio ignorare - spiega Damiano - che le nuove contabilità considerano i rapporti di lavoro anche quando sono saltuari e quindi può accadere che nell’arco di un anno una persona venga contata più volte. Questo si è verificato soprattutto negli anni passati».
La volontà del governo di procedere nella lotta contro la precarietà è testimoniata anche dall’accordo siglato ieri da Cgil Cisl Uil con il ministro Luigi Nicolais sul piano di stabilizzazione degli oltre 300mila precari nella Pubblica Amministrazione. In particolare è stata concordata l’istituzione di un tavolo permanente e c’è l’impegno del ministro a predisporre, entro metà aprile, il regolamento per l’attuazione del fondo straordinario. Più che un piano, una dichiarazione di intenti, dal momento che la dotazione iniziale del fondo, come hanno spiegato i sindacati, è di soli 5 milioni di euro, ovviamente del tutto insufficienti. Andranno, quindi, aggiunte risorse successivamente. Non ci sta la RdB Cub, che per protesta ha deciso l’occupazione «a oltranza» della sala Stoppani a Palazzo Vidoni. «L’occupazione - spiegano le Rdb - proseguirà finché non ci saranno assicurazioni sull’incontro con Prodi».
In realtà non ci sono i soldi nemmeno per rinnovare il contratto degli oltre 3 milioni di lavoratori pubblici. Il nulla di fatto dopo l’incontro di ieri con il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, non ha lasciato scelta alle organizzazioni di categoria di Cgil, Cisl, Uil, che hanno immediatamente annunciato lo sciopero del pubblico impiego entro il mese di aprile.
Il problema è che il governo, a dispetto di quanto stabilito dal vertice dell’Unione, non sembra aver ancora deciso come utilizzare gli 8-10 miliardi del tesoretto frutto delle maggiori entrate fiscali. Non è stata nemmeno definita una linea comune sulle pensioni, contrariamente a quanto chiedevano i sindacati. Significativo l’auspicio espresso alla vigilia del confronto di Palazzo Chigi dal ministro per la Solidarietà Sociale, Paolo Ferrero, secondo cui il fatto di poter contare su «risorse maggiori rispetto a quelle preventivate» rende «possibile» una posizione unitaria del governo per politiche di welfare, a cominciare dall’aumento delle pensioni medio-basse.
Cgil Cisl e Uil hanno invece da tempo definito le loro richieste: no a innalzamenti dell’età pensionabile e al taglio dei coefficienti; sì all’abolizione dello scalone e a interventi per aumentare il reddito dei lavoratori e dei pensionati.

(Liberazione, 22 marzo 2007)