La mostra di Venezia dimentica Pier Paolo Pasolini

Troppo Sovversivo? Troppo intellettuale?

Un'assenza clamorosa nel trentesimo anniversario della sua uccisione

 

Trent'anni fa, il 2 novembre del 1975 all'Idroscalo di Ostia, viene barbaramente ucciso Pier Paolo Pasolini. Non è un anniversario come tutti gli altri. Pasolini, lo scrittore, il poeta, il regista, il polemista del Corriere della sera, è stato uno dei più grandi intellettuali del Novecento. Pasolini in questi tren'anni non ha mai smesso di far discutere. Pensare. Lo abbiamo letto e riletto, visto e rivisto per capire il passato ma anche il presente. L'Italia, da Roma a tante località di provincia, si prepara a ricordarlo. Non è un festeggiamento. Non è un ricordo sereno. Ancora oggi pesa una vicenda giudiziaria non del tutto risolta, una morte non del tutto elaborata, una vita non del tutto accettata. L'Italia, in un corpo a corpo doloroso ma necessario, ricorda Pasolini, gli rende omaggio. Con qualche eccezione. Come quella grave e pesante della Mostra del cinema di Venezia che proprio ieri è stata ufficialmente inaugurata. Pasolini è stato un grande protagonista di quella mostra, con i suoi film, la sua teoria del linguaggio cinematografico, la sua idea di impegno attraverso le immagini. La Venezia blindata per paura degli attacchi terroristici, la Venezia che guarda ad Occidente, non ha dedicato neanche una serata, una proiezione, un sia pur fugace momento per ricordare il grande regista.

Il 31 agosto del 1961 è proprio al Lido di Venezia che Pasolini presenta il suo primo film, Accattone. Ha già lavorato per il cinema, ma quello è il primo film completamente suo. Il segno è indelebile: non solo per il linguaggio, per il carattere dei volti, la passione delle immagini, per la poetica, ma anche per la forza sovversiva rispetto alla morale consolidata. Accattone viene vietato ai minori di diciotto anni, diventa oggetto di polemica, di attacchi che non risparmiano l'autore. E' solo l'inizio. Da quel momento in poi anche con il cinema Pasolini fa discutere, suscita l'ira dei benpensanti, costruisce una sua poetica, una sua visione del mondo che colpisce, appassiona, stordisce, coinvolge migliaia e migliaia di spettatori.

La filmografia la conosciamo. E' lunga. Ognuno può scegliere il film che più ama: da Mamma Roma, passando per Il Vangelo secondo Matteo, fino alla Trilogia della vita. Ognuno può dire quale scena preferisce, quale volto ricorda, quale film detesta, quale aspetto critica. Per arrivare a Salò, film che esce postumo subito dopo la sua morte, considerato da molti, insieme al romanzo Petrolio, il suo testamento intellettuale e politico. Una filmografia che è anche una mappa culturale, politica, antropologica dell'autore e dell'Italia che Pasolini, attento e spietato osservatore, ha raccontato, denunciato. Parlava delle stragi di quegli anni (parlava dell'Italia) e accusava: «Io so i nomi...».

La sua assenza dall'evento cinematografico e culturale più importante del paese è pesante. E' una mancanza che solo parzialmente può essere giustificata con la complessità dell'intellettuale scomparso, della sua ricchezza non riducibile certo alla sola espressione cinematografica. E' una mancanza che forse va ricercata nella stessa struttura della Mostra di Müller. Una Mostra preoccupata più del mercato che della cultura, poco attenta a tutto ciò che si muove fuori dal discorso occidentale, ai conflitti che attraversano il mondo, le culture, i paesi. Proiettare i film di Pasolini, ricordare la sua morte - che anche se non fu omicidio di Stato, interroga ancora oggi le nostre coscienze, le nostre sensibilità - sarebbe forse servita a dare un tocco diverso al festival del cinema e alla cultura italiana. Avrebbero dato uno stimolo in più, una spinta scomoda, disturbante, per interrogarci su quello che sta accadendo nel mondo, che cosa sta accadendo in Italia. Troppo disturbante? Forse sì, forse ci atterisce un po' l'idea di mettere a paragone la grandezza dell'intellettuale Pasolini e il panorama dell'intellutualità italiana di oggi.

Per Pasolini il cinema nella sua immediatezza linguistica è uno strumento in più, speciale, di comprensione del reale, delle sue dinamiche e dei suoi poteri. Anche per questo, non solo perché ricorre l'anniversario, sarebbe stato bello che Venezia lo avesse ricordato.