
Fidel Castro": “La mia successione
non creerà nessun problema perché la rivoluzione non si basa su idee caudilliste"
Il direttore di “Le Monde Diplomatique pubblica una lunga intervista a Fidel
Castro, cento lunghe ore di conversazione col presidente di Cuba
di Ignacio Ramonet. articolo del 30/04/2006
Fidel Castro, pur pronunciando molti discorsi pubblici, ha concesso poche
interviste, e di lunghe interviste con lui ne sono state pubblicate solo quattro
in 50 anni. La quinta, concessa al direttore di Le Monde Diplomatique, Ignacio
Ramonet, si è trasformato nel libro “Fidel Castro, biografia a due voci,
riassunto della vita e del pensiero del capo di Stato di Cuba in cento ore di
conversazione”
La prima parte dell’intervista è cominciata alla fine del gennaio del 2003, e
l’ultima, nel Dicembre del 2005. In queste pagine si pubblica un estratto
dell’intervista circa la successione di Castro, che ha ormai 79 anni. Come dice
il comandante, continuero “finché lo decide l’Assemblea Nazionale in nome del
popolo cubano.” Il libro, di prossima apparizione, sarà pubblicato in Debate.
Domanda. Come sta la sua salute?
Risposta. Bene, mi sento bene. In generale, sì mi sento bene, soprattutto mi
sento con energia, mi sento con entusiasmo per le cose. Mi sento molto bene
fisicamente e mentalmente. In questo sicuramente ha contribuito l’abitudine
all’esercizio; io credo che l’esercizio fisico non aiuta solo i muscoli, aiuta
anche la mente. (...)
D. Il 23 giugno del 2001 lei ha avuto uno svenimento durante un discorso
pubblico, e il 20 di ottobre del 2004 le è capitata una caduta, in pubblico, che
le ha causato la frattura di un ginocchio. Come si è ristabilito da quei due
incidenti fisici?
R. Guardi, come sempre, se n’è parlato molto. È certo che, quel 23 giugno del
2001, in un quartiere dell’Avana, nel Cotorro, con un caldo intenso e durante un
discorso che è durato più di tre ore, trasmesso in diretta dalla televisione,
conobbi una leggera perdita di coscienza. Qualcosa di molto veniale. Fu una
perdita di conoscenza di appena alcuni minuti, dovuta al caldo e al sole
eccessivi. Alcune ore dopo, quelli là, a Miami, che stavano già festeggiando, si
sorpresero di vedermi riapparire in un programma televisivo dove potei dare al
Paese, direttamente, la versione autentica di quello che era successo. (...)
D. E la sua caduta a Santa Chiara?
R. Il 20 ottobre del 2004; ho avuto già occasione di raccontarlo in una lettera
inviata il giorno dopo al paese. Terminando un discorso a Santa Chiara, fui
colpito da una caduta accidentale. Alcune agenzie ed altri media divulgarono
varie versioni sulle cause dell’incidente. Come protagonista, posso spiegarle
con ogni precisione quello che è successo.
Io avevo finito il mio discorso intorno alle dieci di sera. Vari compagni
salirono in tribuna per salutarmi. Rimanemmo lì vari minuti e scendemmo per
riunirci di nuovo attraverso una piccola scala di legno che usiamo per accedere
alla tribuna. Io andavo a sedermi sulla stessa sedia che mi avevano assegnato
prima che arrivasse il mio turno nella tribuna, camminavo sul pavimento di
granito e contemporaneamente salutavo i partecipanti all’iniziativa.
Quando arrivai a circa quindici o venti metri dalla prima fila di sedie, non
notai che c’era un marciapiede relativamente alto tra il pavimento e la
moltitudine. Il mio piede sinistro calcò il vuoto, la differenza di altezza,
l’impulso e la legge di gravità, scoperta tempo fa da Newton, fecero sì che il
passo falso mi facesse cadere in avanti, e in frazione di secondi ero già sul
pavimento. Per puro istinto, le mie braccia si affrettarono ad attenuare il
colpo; altrimenti, il mio viso e la mia testa avrebbero sbattuto contro il
piano. (...)
Attorno alle undici di sera, disteso su una barella, mi trasportarono in
ambulanza verso la capitale. Alcuni analgesici, in un certo modo, alleviarono i
miei dolori. (...)
L'operazione durò tre ore e quindici minuti. Gli ortopedici si dedicarono a
riunire e posizionare ognuno dei frammenti nei posti che corrispondevano ad
ognuno di loro e, come tessitori, li unirono cucendoli con fine filo d’acciaio
inossidabile. Un lavoro da oreficeria.
Sollecitai i medici che non mi dessero nessun sedativo, ed utilizzarono
l’anestesia che addormenta la parte inferiore del corpo e mantiene intatto il
resto dell’organismo. Date le circostanze, era necessario evitare l’anestesia
generale per stare in condizioni di rispondere a temi importanti. (...)
D. Io vorrei, a questo riguardo, affrontare il tema del futuro. Lei ha mai
pensato a ritirarsi?
R. Guardi, sappiamo che il tempo passa e che le energie umane si esauriscono. Ma
le dico quello che dissi ai compagni dell’Assemblea Nazionale il 6 marzo 2003,
quando mi rielessero presidente del Consiglio di Stato. Dissi loro: ” Ora
comprendo che il mio destino non era venire al mondo per riposare alla fine
della mia vita.” E promisi di stare con loro, se lo desideravano, tutto il tempo
che fosse necessario finché avevo coscienza di potere essere utile. Né un minuto
meno, né un secondo di più. (...)
D. La CIA ha annunciato, nel novembre del 2005 che lei soffre della malattia di
Parkinsón. Che commento le spira quella “informazione?”
R. Loro stanno aspettando un fenomeno naturale ed assolutamente logico che è il
decesso di qualcuno. In questo caso, mi hanno fatto l’onore di pensare a me.
Sarà una confessione di quello che non sono riusciti a fare per molto tempo:
assassinarmi. Se io fossi un vanitoso, potrei essere perfino orgoglioso che quei
ceffi dicano che devono sperare che io muoia. Tutti i giorni inventano qualcosa,
che Castro ha questo, ha quest’altro. L’ultima che hanno inventato è che ho il
Parkinsón. La CIA dice che lo ha scoperto. Bene, non importa se ho il Parkinsón.
Papa Giovanni Paolo II aveva il Parkinsón e continuò per un mucchio di anni a
girare per il mondo. (...)
D. Lei è quasi sempre armato, e come conseguenza di quella caduta avrà perduto,
m’immagino, l’uso del suo braccio destro e la possibilità di usare la sua arma.
La preoccupa?
R. (...) Ha una Browning da 15 colpi. Ho sparato molto nella mia vita. Ho avuto
sempre buona mira, fu una fortuna, e l’ho conservata. In qualunque circostanza,
non temo il nemico. La prima cosa che feci fu di vedere se il mio braccio aveva
forza per maneggiare quell’arma che ho sempre usato. La caricai, gli misi la
sicura, gliela tolsi, tirai fuori il caricatore, tirai fuori la pallottola, e
dissi: ” Tranquillo.” Questo è successo il giorno dopo. Mi sentivo con la forza
di sparare.
D. Lei, in vari dei suoi discorsi e delle sue interviste, ha evocato la
questione della sua eventuale successione, di quello che succederà a Cuba il
giorno che non diriga più questo paese. Come vede lei il futuro di Cuba senza
Fidel Castro?
R. Bene, tenterò di essere breve. Le ho parlato dei piani di eliminazione
fisica. Al principio, il mio ruolo era più decisivo perché bisognava condurre
una battaglia di idee molto importante, bisognava persuadere molto. Le dissi che
c’erano pregiudizi e che le leggi rivoluzionarie li stavano trasformando.
C’erano pregiudizi razziali, pregiudizi antisocialisti, tutto veleno seminato da
molto tempo.
D. Vuol dire che da molto tempo ha pensato ad un’eventualità che potessero
assassinarlo e ha dovuto pensare a quello che potrebbe succedere?
R. Sta già quasi chiedendomi della successione.
D. Sì, sì, per la successione.
R. Bene, guardi, all’inizio, con tutti quei piani di attentati, io avevo una
ruolo decisivo, ruolo decisivo che non ho più, oggi. Oggi ho, forse, più
autorità e più fiducia della popolazione che mai.
Noi, glielo già detto, studiamo tutti gli stati dell’opinione pubblica. Seguiamo
con un microscopio gli stati di opinione. E possiamo dirle gli stati di opinione
nella capitale, per esempio, e nel resto del paese, e posso presentarle tutte le
opinioni. Benché alcune siano avverse. L’immensa maggioranza ci sono favorevoli.
Il livello di autorità, dopo quarantasei anni di lotta ed esperienza, è più alto
di quello che era all’inizio. È molto alta l’autorità di quelli che hanno
lottato, che hanno fatto la guerra, e infine condotto al rovesciamento della
tirannia e all’indipendenza di questo paese. (...)
D. Se lei, per qualunque circostanza, sparisse, Raúl sarebbe il suo sostituto
indiscutibile?
R. Se a me mi domani mi capita qualcosa, sicuramente si riunisce l’Assemblea
Nazionale e lo scelgono, non c’è il minimo dubbio. Si riunisce l’ufficio
politico e lo scelgono.
Ma lui in età mi sta già raggiungendo, gli anni continuano ad aumentare, è
piuttosto un problema generazionale. È stata una fortuna che quelli che fecero
la rivoluzione abbiano avuto tre generazioni. Quelli che ci precedettero, gli
antichi militanti e dirigenti del Partito Socialista Popolare che era il partito
marxista-leninista; con noi uscì una nuova generazione. Dopo, quella che viene
dietro noi, ed immediatamente dopo, quelle della campagna d’alfabetizzazione, la
lotta contro i banditi, la lotta contro il blocco, la lotta contro il
terrorismo, la lotta a Girón, quelli che vissero la crisi d’ottobre, le missioni
internazionaliste... Molta gente con molti meriti. (...)
D. Cioè, lei pensa che il suo vero sostituto, oltre una persona, oltre Raúl,
sarebbe piuttosto una generazione, la generazione attuale...
R. Sì, sono le generazioni quelle che sostituiscono le altre. Ho fiducia, e l’ho
sempre detto, ma siamo coscienti che sono molti i rischi che possono minacciare
un processo rivoluzionario. Ci sono gli errori di carattere soggettivo...
Esisterono errori, ed abbiamo la responsabilità di non avere scoperto
determinate tendenze ed errori. Oggi, semplicemente, se ne sono superati alcuni
e se ne stanno combattendo altri.
Le ho detto quello che succederebbe domani; ma ci sono le nuove generazioni,
perché la nostra continua a diminuire. Il più giovane, diciamo, ed ho citato il
caso di Raúl, è appena quattro anni più giovane di me. Questa prima generazione
coopera con l’autorità dei pochi che continuano a rimanere... C’è la seconda, la
terza e la quarta... Io ho un’idea chiara di quello che è la quarta generazione,
perché tu vedi i ragazzi di sesto grado che fanno già la loro parte. Che talento
abbiamo scoperto!
Abbiamo scoperto migliaia di talenti, quei bambini impressionano, colpiscono.
Non si sa quanto genio e quanto talento è nel paese. Io ho la teoria che il
genio è comune, se non per una cosa è per un’altra, è per il computer, per la
musica, per la meccanica.. il genio è comune ed alcuni lo hanno per una cosa ed
altri per un’altra ancora. Ora, sviluppa e educa una società completa - quello è
quello che stiamo facendo - e vedremo allora quello che produrrà in seguito.
Quelli sono gli otto milioni che dopo il primo anno di “periodo speciale”
sottoscrissero: Sono socialista.
Io ho molta speranza, perché vedo con chiarezza che questi che io chiamo della
quarta generazione hanno tre, quattro volte più conoscenze di noi della prima e,
più o meno, più di tre volte le conoscenze della seconda. E la quarta dovrà
sapere, con tutto quello che si sta facendo ora, per lo meno, due volte e mezza
quello della terza. (...)
D. Sta dicendo che questa rivoluzione non è finita?
R. Non abbiamo finito per niente. Viviamo nella migliore epoca della nostra
storia e quella di maggiore speranza, e lei lo vede da tutte le parti.
Certo, io sarei disposto ad accettare la critica che commettemmo alcuni errori
d’idealismo, chissà, forse vogliamo andare troppo rapidi, forse sottovalutiamo
delle forze, il peso delle abitudini e altro ancora. Ma nessun paese ha
affrontato nessun avversario tanto potente, tanto ricco, il suo apparato di
propaganda, il suo blocco, una disintegrazione del punto d’appoggio. Sparta
l’URSS siamo rimasti, eppure non vacilliamo. Sì, ci ha accompagnato la maggior
parte del popolo, non le dico che sia tutto cosi semplice perché c’è chi si
scoraggia, ma noi siamo stati testimoni delle cose che ha fatto questo popolo,
come resiste, come avanza, come diminuisce la disoccupazione, come cresce la
coscienza. (...)
D. Crede che la staffetta può passare senza problemi?
R. All’immediato non ci sarà nessun tipo di problema; e dopo neanche. Perché la
rivoluzione non si basa su idee caudilliste, né sul culto alla personalità. Non
si concepisce nel socialismo un capo, non si concepisce neanche un capo in una
società moderna, dove la gente faccia unicamente le cose perché ha fiducia cieca
nel capo o perché il capo glielo chiede. La rivoluzione si basa su principi. E
le idee che noi difendiamo sono, già da tempo, le idee di tutto il popolo.
D. Vedo che lei non è preoccupato per il futuro della Rivoluzione Cubana;
tuttavia, è stato testimone in questi ultimi anni del crollo dell’Unione
Sovietica, del crollo della Yugoslavia, del crollo della rivoluzione albanese, e
la Corea del Nord in quella situazione tanto triste, la Cambogia, che affondò
anche nell’orrore, o la stessa Cina, dove la rivoluzione ha preso un aspetto
molto differente. Non l’angoscia tutto ciò?
R. Penso che l’esperienza del primo Stato socialista, l’URSS, Stato che avrebbe
mai dovuto rovinarsi, è stato molto amara. Non creda che non abbiamo pensato
molte volte a quel fenomeno incredibile mediante il quale una delle più potenti
potenze del mondo, che era riuscita ad equiparare la sua forza con l’altra
superpotenza, un paese che schiacciò il fascismo, precipitasse come precipitò.
Ebbe al suo interno chi credette che con metodi capitalisti si potesse costruire
il socialismo. Questo fu uno dei grandi errori storici. Non voglio approfondire
l’argomento non voglio teorizzare. (...)
La Cina, è un’altra cosa, una grande potenza che emerge ed una grande potenza
che non ha distrutto la storia, una grande potenza che ha mantenuto determinati
principi fondamentali, che ha cercato l’unità e che non ha frammentato le sue
forze. (...)
D. Ma la domanda che alcuni si fanno è: il processo rivoluzionario,
socialista, a Cuba, può abbattere anche Lei?
R. Le rivoluzioni sono destinate a precipitare, o è che gli uomini possono fare
che le rivoluzioni precipitino? Gli uomini possono impedirlo, la società può
impedire che le rivoluzioni precipitino? Io mi sono fatto spesso queste domande.
E guardi quello che le dico: gli yankee non possono distruggere questo processo
rivoluzionario, perché abbiamo tutto un popolo che ha imparato a maneggiare le
armi; tutto un popolo che, nonostante i nostri errori, possiede tale livello di
cultura, conoscenza e coscienza che non permetterebbe mai che questo paese torni
ad essere una loro colonia.
Ma questo paese può autodistruggersi da solo. Questa rivoluzione può rovinarsi
da sola. Noi sì, noi possiamo distruggerla, e sarebbe la nostra colpa. Se non
siamo capaci di correggere i nostri errori. Se non riusciamo a mettere fine a
molti vizi: molto furto, molte deviazioni e molte fonti di denaro dei nuovo
ricchi. Per questo motivo stiamo agendo, stiamo andando verso un cambiamento
totale della nostra società. Bisogna tornare a cambiare, perché abbiamo avuto
tempi molto difficili, si sono create disuguaglianze, ingiustizie. E questo lo
cambieremo senza commettere il minimo abuso.
Ci sarà una partecipazione ogni volta maggiore e saremo il paese che avrà una
cultura generale integrale.
Martí disse: ”Essere colti è l’unico modo d’essere liberi”, e senza cultura non
c'è libertà possibile,