L'inedito di Lukács, la rivoluzione non si fa con lo spontaneismo
di Georg Lukàcs
su Liberazione del 05/06/2007
Un saggio del pensatore marxista ungherese trovato negli archivi di Mosca. Viene pubblicato per la prima volta in Italia con il titolo "Coscienza di classe e storia". Si può considerare il punto d'avvio dell'intero marxismo occidentale
Il testo che segue -
"La dialettica del possibile" - è un estratto dall'inedito di Georg Lukàcs
tradotto e pubblicato per la prima volta in Italia con il titolo "Coscienza di
classe e storia" (Edizioni Alegre, collana Marxiana, pp. 166, euro 22)
La critica che Marx ed Engels esercitarono contro i partiti borghesi nel 1848-49
consistette - metodologicamente - in ciò, mostrare quello che essi avrebbero
potuto e dovuto fare in base alla situazione oggettiva, economica e politica e
che tuttavia non fecero. Si pensi alla critica di Marx alla politica della
Montagna e al Partito dell'Ordine nel 18 Brumaio. L'analisi della situazione
oggettiva mostra non solo una impossibilità puramente oggettiva del passo
decisivo o della sua conseguenza (l'impossibilità della vittoria proletaria
nella battaglia di giugno); essa mostra bensì anche, in alcuni passaggi,
l'incapacità soggettiva della classe, dei partiti e dei loro dirigenti di trarre
le possibili conseguenze della situazione data e agire di conseguenza. Così, ad
esempio, nell'analisi della lotta tra il ministero non parlamentare di Bonaparte
e il Partito dell'Ordine, quando il Ministro degli Interni parlò della minaccia
alla pace. "Bastò" spiega Marx "che un semplice Vaisse evocasse lo spettro rosso
perché il Partito dell'ordine respingesse senza discussione una proposta che
aveva dato all'assemblea nazionale una popolarità immensa e avrebbe nuovamente
gettato Bonaparte nelle sue braccia. Invece di lasciarsi intimidire dal potere
esecutivo con la prospettiva di nuovi disordini, l'assemblea avrebbe dovuto dare
un po' di campo libero alla lotta di classe, per mantenere il potere esecutivo
alle sue dipendenze".
Fino a che tuttavia si parla di classi le quali - in conseguenza della loro
situazione economica - agiscono necessariamente con falsa coscienza, è
sufficiente, nella maggioranza dei casi, contrapporre semplicemente la falsa
coscienza alla realtà oggettiva della vita economica per comprendere
correttamente la situazione storica, il corso del processo storico. Ma già
l'esempio fatto ci può insegnare che la semplice contrapposizione non sempre è
sufficiente. Poiché anche la "falsa coscienza" è falsa in un senso dialettico e
meccanico e ciò vuol dire: ci sono rapporti oggettivi che è impossibile per una
tale classe non vedere (a misura della sua posizione di classe); d'altro canto,
ci sono all'interno degli stessi rapporti situazioni che possono essere
conosciute, situazioni in cui è possibile (per la classe) agire in modo
corretto, in senso cosciente o incosciente, in modo adeguato alla situazione
oggettiva. Tuttavia, i pensieri effettivi su tale situazione (da parte della
classe, dei partiti, dei dirigenti) non sempre corrispondono a ciò che è giusto,
non sempre corrispondono a ciò che sarebbe stato loro possibile dal punto di
vista della classe. Tra la coscienza che essi effettivamente hanno della propria
situazione e la coscienza che essi - in base alla loro posizione di classe -
potrebbero avere, c'è uno scarto che è compito proprio del partito e dei suoi
dirigenti superare. (Ripeto, il secondo corno del nostro dilemma non coincide
con la conoscenza oggettivamente e scientificamente giusta della situazione
storica; ciò è possibile solo sulla base del materialismo storico).
Il proletariato si trova in un'altra situazione: il proletariato può - in base
alla sua posizione di classe - avere una coscienza giusta del processo storico e
delle sue singole tappe. Ma esso possiede questa conoscenza in ogni caso? Niente
affatto. E una volta che questo scarto venga riconosciuto come un fatto è il
dovere di ogni marxista riflettere seriamente sulle cause di questo scarto e -
cosa ancora più importante - sui mezzi per il suo superamento. Tale questione è
il nocciolo sostanziale della mia divergenza dal compagno Rudas per ciò che
riguarda il problema dell'"imputazione", laddove per coscienza di classe
"imputata" si intende la coscienza che il proletariato potrebbe raggiungere di
volta in volta rispetto alla sua condizione oggettivo-economica. Ho usato
l'espressione "imputazione" per esprimere nel modo più chiaro questo scarto e
ripeto che sono disposto volentieri a lasciar cadere tale espressione, se essa
genera malintesi, così come non sono disposto ad indietreggiare di un passo
sulle questioni essenziali della concezione bolscevica della lotta di classe di
fronte ad obiezioni meccaniciste e codiste.
Per Marx era possibile - e ciò non solo non contraddiceva affatto la sua
concezione del materialismo storico ma ne era piuttosto una conseguenza - che la
rivoluzione potesse essere oggettivamente a portata di mano e che la coscienza
del proletariato potesse restare indietro rispetto allo sviluppo
oggettivo-economico. In secondo luogo, che il compito dell'Internazionale, del
partito proletario internazionale, è quello di intervenire attivamente in questo
processo di sviluppo della coscienza di classe proletaria, portandola dal suo
stato attuale alla condizione più elevata possibile da un punto di vista
oggettivo. Non si può mai sottolineare abbastanza il fatto che per la questione
di cui si discute qui, cioè una questione fondamentale da un punto di vista
metodologico del materialismo storico, è del tutto indifferente se Marx si sia o
meno sbagliato sulla situazione inglese di allora. Gli opportunisti di tutte le
tendenze parleranno sempre delle valutazioni "errate" della situazione, del
fatto che Marx ed Engels abbiano "sopravvalutato la maturità rivoluzionaria
della situazione". Senza procedere oltre in questa discussione, bisogna
brevemente sottolineare che il semplice fatto che una rivoluzione non abbia
avuto luogo non è in alcun modo prova che le condizioni oggettive della
rivoluzione mancassero nella realtà […]
Per noi, tuttavia, che intendiamo qui chiarire il lato metodologico del
problema, la questione si pone nei termini seguenti: con che diritto il compagno
Zinoviev dice che i veri interessi della classe operaia e il vantaggio materiale
non sono la stessa cosa? Con che diritto parla in generale di "veri" interessi
della classe operaia, senza stabilire cioè semplicemente una differenza
"sociologica" e riconducendola alla sua radice economica, bensì ponendo allo
stesso tempo un interesse come giusto (e, così, la coscienza che ad esso
corrisponde) e l'altro come sbagliato e pericoloso? … La risposta è semplice:
perché una coscienza esprime la situazione economica e sociale complessiva della
classe, mentre l'altra rimane fissata all'immediatezza dell'interesse
particolare e temporaneo. Qui c'è, tuttavia, solo l'inizio del problema. In
primo luogo, infatti, si tratta qui già di una comprensione teoreticamente
corretta della condizione di classe oggettiva, laddove il punto di partenza è la
correttezza oggettiva dell'analisi teorica. In sé e per sé, le due concezioni
sono prodotti causali dell'essere sociale nelle teste degli uomini, che sotto
questo aspetto non si distinguono una dall'altra. La loro differenza è quella
tra un'analisi profonda o superficiale, dialettica o meccanicista,
pratico-critica o feticistico-ideologica dell'essere sociale-oggettivo, di cui
sono entrambe, immediatamente e allo stesso modo, un prodotto. La loro
differenza appare solo nel momento in cui si esce da questa immediatezza e in
cui vengono comprese le forme oggettive di mediazione che restano nascoste alla
coscienza intrappolata nell'immediatezza. In conseguenza di ciò, la teoria vera
non solo può contraddire quella falsa, ma è anche in grado, allo stesso tempo,
di indicare quei momenti dell'essere sociale che l'hanno prodotta e che i
difensori della teoria falsa non sono riusciti ad analizzare e hanno, perciò,
accettato e erroneamente universalizzato nella loro immediatezza. (In tal modo i
bolscevichi hanno potuto chiarire la storia sociale che sta dietro la comparsa
del menscevismo, mentre dall'altra parte si ripeteva la fraseologia contro il
putchismo, il settarismo etc.; così, il compagno Lenin nella sua polemica sul
diritto all'autodeterminazione ha scoperto le radici sociali dell'errore in cui
cadevano i "radicali di sinistra" polacchi e olandesi nel momento stesso in cui
ne confutava le false teorie).
In secondo luogo, l'analisi puramente teorica della situazione economica
oggettiva, per quanto giusta, non basta ancora. Da questa analisi devono essere
ancora sviluppate le giuste linee guida per l'azione. Se, comunque, la
situazione economica oggettiva non appare immediatamente nella sua forma
oggettivamente giusta, allora le linee guida e gli slogan che da quella derivano
devono essere prima trovati. Essi non nascono affatto "spontaneamente" e anche
il modo in cui la spontaneità agisce tra gli operai non è in alcun modo un
criterio della loro giustezza. (Il compagno Lenin ricorda come, sotto
determinate circostanze, falsi slogan «di sinistra» possano esercitare un
influsso immediato più forte, rispetto a quelli giusti, veramente comunisti; «e,
tuttavia», aggiunge, «ciò non costituisce affatto una prova della giustezza
della tattica che esse esprimono»). Proprio la ripetuta necessità di nuotare
«contro la corrente» - tanto in Marx, quanto in Lenin - prova l'insostenibilità
e la natura oggettivamente non rivoluzionaria di una tale "teoria della
spontaneità". Quali sono però gli slogan giusti, se essi non sono semplicemente
i pensieri, i sentimenti della maggioranza, o anche della media, degli operai?
Essi sono precisamente «quelle idee, sentimenti etc., che gli uomini avrebbero
avuto in una determinata situazione di vita, se fossero stati in grado di
cogliere pienamente questa situazione e gli interessi da essa emergenti, sia in
rapporto all'agire immediato, sia in rapporto alla struttura - conforme a questi
interessi - dell'intera società». E così siamo giunti fortunatamente alla
coscienza di classe "imputata". Poiché è questo - niente di più, niente di meno
- che è necessario dire, a prescindere dal fatto che la si chiami "imputazione"
o altro.