L'America si celebra nel nome dei guerrieri
Bush nell'Indipendence Day fa appello alla «missione» dell'America e promette: «resteremo in Iraq fino alla vittoria». Il settimanale britannico «The Observer» denuncia le torture e gli squadroni della morte delle nuove forze di polizia irachene addestrate dai consiglieri Usa

Il presidente americano George Bush, a poche ore dalle rivelazioni dell'«Observer» britannico sulle camere di tortura e sugli omicidi compiuti dai nuovi reparti speciali del ministero degli interni iracheno addestrati dai consiglieri Usa e della Nato, ha celebrato l'anniversario dell'«Indipendence Day» annunciando che l'esercito americano resterà in Iraq, nonostante «il lavoro laggiù sia difficile e pericoloso», «fino alla vittoria». «Quando il lavoro si fa duro - ha sostenuto il presidente Bush nel suo discorso cercando di giustificare l'avventura irachena di fronte ad un'opinione pubblica e a numerosi membri del suo stesso partito sempre più scettici - la risposta giusta non è il ritiro ma il coraggio». Parlando nel campus universitario del West Virginia il presidente ha poi ricordato ai suoi concittadini che «i tempi di guerra sono tempi di grandi sacrifici» e ha cercato di giustificare il disastro iracheno - con oltre 1745 soldati Usa uccisi - con i drammatici ricordi dell'undici settembre. Ritirarsi dall'Iraq quindi - ha sostenuto Bush contro ogni evidenza - «non farebbe altro che rafforzare i terroristi che vogliono spezzare la determinazione del popolo americano... terroristi che stanno convergendo in Iraq da tutta la regione per bloccare il sorgere della democrazia», «Un ideale di libertà affidato in particolar modo» al popolo americano sin dai tempi della Rivoluzione e della Dichiarazione di Indipendenza.

Il presidente Bush, con toni sempre più fondamentalisti e riferimenti sempre più frequenti alla «missione» che Dio avrebbe affidato agli Stati uniti, tira quindi dritto, cerca di fare appello al patriottismo dell'America profonda e torna a minacciare un allargamento della «guerra al terrore» dichiarando senza esitazione «non tollereremo più alcun regime che dà asilo o sostiene i terroristi».

Eppure le notizie che vengono dall'Iraq indicano un progressivo affondare degli occupanti nella palude irachena dove l'esclusione dei sunniti da ogni leva del potere e il sostegno ad un governo Curdo-sciita in condominio con l'Iran, non solo stanno rafforzando ogni giorno la resistenza all'occupazione ma anche spingendo il paese verso la guerra civile. Archiviata la menzogna sulla presenza in Iraq di armi di distruzione di massa, archiviata quella sul ritorno alla democrazia in Iraq, oramai oppresso da un governo etnico-confessionale, in questi giorni sta anche svanendo quella di un presunto rispetto dei diritti umani nel «nuovo Iraq».

Da mesi l'Associazione degli Ulema sunniti e gli abitanti delle aree sunnite hanno denunciato l'uso da parte degli occupanti di squadre della morte, di milizie che portano avanti una vera e propria pulizia etnica ai danni della comunità sunnita, di reparti speciali del ministero degli interni addestrati prima dalle guardie della rivoluzione iraniane e ora dai consiglieri americani, i cui orrori ricordano quelli che avevano luogo nelle galere del passato regime con in più un carattere marcatamente confessionale.

La diffusione di queste gravissime violazioni dei diritti umani si è andata accentuando dallo scorso aprile con la formazione del governo curdo-sciita di Ibrahim Jafari e con il via libera degli Usa, nell'ambito dell'«opzione Salvador», ad una strategia anti-guerriglia affidata alle milizie dei partiti di governo e a gruppi speciali addestrati dai loro consiglieri. Il dilagare delle torture e degli omicidi ha raggiunto così dimensioni tali da rompere il muro del silenzio costruito attorno all'Iraq. Prima la denuncia di Human Rights Watch, poi un articolo del gruppo «Knight Ridder» sugli squadroni della morte antisunniti e infine, domenica, uno speciale del settimanale «Observer» intitolato: «Fondi della Gran Bretagna e degli Stati uniti ai reparti (della nuova polizia irachena ndr) che praticano la tortura». Nel sommario il settimanale inglese ricorda all'opinione pubblica e al suo governo : 1) L `esistenza di un network segreto di centri di detenzione in tutto il paese -dove la tortura è pratica corrente - inaccessibili alle organizzazioni per i diritti umani. 2) Prove inconfutabili sull'uso di violenti metodi di interrogatorio con i prigionieri appesi al soffitto per i polsi, picchiati, stuprati, sottoposti a scariche elettriche, torturati sulle ginocchia e alla testa, fino a morirne, con trapani elettrici. 3)Precise accuse sul fatto che queste torture hanno luogo nello stesso edificio del ministero degli interni iracheno. 4) Il coinvolgimento di reparti speciali della controguerriglia nelle uccisioni extragiudiarie. Il quotidiano britannico in un suo editoriale di prima pagina denuncia il silenzio del governo di Tony Blair di fronte a tali violazioni dei diritti umani, particolarmente grave se si considerano i massicci finanziamenti destinati all'acquisto di armi, automezzi ed equipaggiamenti destinati proprio a quei reparti che si macchiano di così gravi violazioni dei diritti umani. Il ministero degli esteri britannico ha annunciato una dura presa di posizione nei confronti del governo di Baghdad e quest'ultimo per bocca del portavoce del premier Ibrahim Jafari, il «neocon» Laith Koubba, ha dichiarato di essere a conoscenza di tali accuse ma che in Iraq «la cultura della violenza è diffusa».

Stefano Chiarini (Il Manifesto)