Fascismo – un tarlo del presente

Carlo Benedetti intervista

Luciano Canfora

Luciano Canfora

Parte da lontano Luciano Canfora per arrivare poi al centro del problema. Che è questo 25 aprile, con tutta la sua "tematica", con i tanti e tanti problemi collegati alla storia passata e recentissime. E così il discorso si sviluppa, in questa vigilia della festa della Liberazione, con un esame storico e politico a tutto campo, in tempi di facili e tragici revisionismi, tutto dominato da una giungla di titoli e di autori troppo spesso persi - non a caso - in ragionamenti che il più delle volte eludono i problemi nodali e portano, volutamente, fuoristrada.

Ed ora Canfora - storico da sempre impegnato nella battaglia delle idee, nella analisi delle vicende più complesse e dibattute del nostro paese - affronta per noi pagine singolari che vanno al cuore del più generale problema della tradizione storiografica, e più in generale della tradizione.

Le generazioni che hanno preso parte alla Resistenza, ne hanno legato a loro alcune altre (quelle di chi era adolescente), successive eppure in grado di ricordare. Per i ventenni di oggi, invece, l'esperienza resistenziale è un fatto, in ogni caso, lontano. Quali sono i valori che dovrebbero indurli a considerare la Resistenza come un fatto che li riguarda e 1i impegna?

Questa domanda può essere così ampliata: quanto a lungo dura la percezione di un evento storico di carattere epocale nella vita di un popolo? Vorrei portare un esempio familiare agli storici, quello della vittoria militare dei Greci sui Persiani all'inizio del quinto secolo a. C: alquanto inaspettata, data la sproporzione delle forze, fu dovuta a una coalizione; ma l'apporto decisivo fu certamente quello di Atene. A seguito di tale vittoria il prestigio e la forza militare di Atene si affermarono in modo durevole: allo stesso modo che il prestigio dell'Urss dopo Stalingrado. A partire da quel momento si svilupparono due processi: da un lato il prestigio di Atene su larga parte del mondo greco (insulare) si venne atteggiando sempre più in modo egemonico (e questo non poté non logorare quel prestigio), dall'altro l'uso rituale e retorico della celebrazione di quella vittoria ebbe sempre minore presa sulla coscienza pubblica - specie fuori di Atene - tanto da essere percepita quasi con fastidio. Quando, cinquant'anni dopo Salamina, scoppia il conflitto tra Atene e Sparta (che a suo tempo, contro la Persia, erano state alleate), molti alleati-satelliti di Atene cominciano addirittura ad augurarsi la sconfitta del loro Stato-guida, e mordono il freno. A tal punto, che uno storico contemporaneo, Erodoto, in una pagina della sua storia - in larga misura dedicata a rievocare appunto le guerre contro la Persia - sviluppa un concetto politico molto attuale: so che molti alleati mordono il freno, ma non si può dimenticare che, senza la battaglia di Salamina, in cui Atene fu sola a reggere e contrastare il peso della flotta persiana, tutta la Grecia sarebbe caduta in servitù sotto la preponderante forza dei Persiani. Ovviamente, questo ammonimento, sebbene sensato, non bastò ad invertire la tendenza in atto: e una delle cause della sconfitta di Atene nel lunghissimo conflitto - ora "caldo" ora "freddo" - contro Sparta fu appunto la defezione sempre più inarrestabile degli alleati-satelliti. Ciò non toglie nulla al fatto che ancora noi, oggi dopo due millenni e mezzo, sappiamo che senza la inaspettata vittoria ateniese contro i Persiani la storia dell'Occidente avrebbe avuto tutt'altro sviluppo. È nota la battuta di John Stuart Mill, secondo cui la battaglia di Maratona ha avuto maggiore rilevanza, per la storia inglese, che non la battaglia di Hastings.

Detto ciò resta il fatto che i1 "mito" si logora, essenzialmente in relazione al mutamento e al ricambio delle generazioni...

Il caso della Resistenza contro il fascismo e della lotta di liberazione contro di esso è un caso particolarmente significativo e istruttivo. Esso coinvolge vari piani di analisi, che qui non potremo certo trattare analiticamente. Uno però prevale, come rilievo, sugli altri e merita attenzione: è la comprensione della natura del fenomeno fascista nelle sue varie articolazioni che aiuta a capire se e quanto esso possa avvertirsi come "archiviato", concluso, remoto; "archiviazione" che comporterebbe ovviamente ipso facto l'archiviazione del concetto-gemello dell'antifascismo.

Come si vede, il problema non è lieve. Sappiamo quanti studi siano stati dedicati a sostegno dell'ipotesi (cara ari esempio alla scuola di Renzo De Felice, in Italia) secondo cui il fascismo è unicamente quel fenomeno politico italiano, sorto all'incirca nel 1919, giunto al potere nel 1922, legato strettamente alla persona di Mussolini, e finito, con lui, nel 1945 (o addirittura già nel 1943). Questa veduta ha il merito di migliorare la comprensione di alcuni tratti specifici del fascismo italiano e peculiari di esso, ma non è riuscita davvero convincente quando si è proposta di togliere di mezzo l'altra e opposta veduta: quella secondo cui il fascismo ha radici profonde e remote. Non solo nel periodo tra le due guerre mondiali ha conseguito in Italia il massimo successo d'Europa, ma non è affatto scomparso nel 1945, visto che il suo modo di porsi di fronte ai conflitti sociali, al socialismo, alla democrazia e il suo corrispondere a determinate "pulsioni" razzistico-antiegualitarie proprie delle società occidentali, hanno continuato a vigoreggiare - sia in Europa che fuori di essa - in simbiosi con altre forme e altre esperienze politiche; e talvolta anche "allo stato puro", e, purtroppo, sotto l'occhio benevolo e magari protettivo di governi "democratici" o di corpi separati e molto influenti di stati "democratici". Non sarà un caso il fatto che in Italia e in Germania uno dei motivi affioranti con grande nettezza nel movimento di contestazione dei tardi anni Sessanta e Settanta sia stato appunto la denuncia della insufficiente de-fascistizzazione post-bellica. Né è un mistero per nessuno che la Spagna franchista è passata agevolmente, dopo il 1945, dal fiancheggiamento verso l'Asse Roma-Berlino al fiancheggiamento nei confronti della Nato e in particolare degli Usa; e che l'auspicio di un'intesa anti-comunista e anti-sovietica era partito in extremis dalla macchina propagandistica del nazifascismo morente (si veda il martellamento in tal senso del periodico fascista svizzero Le Mois Suisse); e che pezzi non trascurabili dei "servizi" nazi-fascisti sono passati, al momento della resa, nella Cia e nelle altre agenzie omologhe (si pensi a D’Amato e a Borghese in Italia).

Aria di guerra fredda...

Sì, in un certo senso è la guerra "fredda" come tale che ha determinato un siffatto trapasso e anche un allineamento "occidentale" e "atlantico" delle varie formazioni neo-fasciste: non solo in Italia e in Germania (si pensi al ruolo di Seebohm, revanscista dei Sudeti, nei governi Adenauer) ma anche in Usa, dove non è mai stata estirpata la pianta dei movimenti neo-nazisti, o nazisti, di solito in stretti rapporti con forze razziste potenti come il Kkk.

Questo quadro mostra in modo chiaro che i1 "problema fascismo" si è riaperto, in varie e allarmanti forme, dopo il 1945. E dunque la tesi secondo cui le sue robuste radici in Occidente, non recise affatto nel momento della sconfitta (anche perché assai arduo sarebbe stato i1 farlo), hanno continuato a dare frutti non è affatto una tesi "estremistica" o "schematica".

Se è ormai senso comune che anche gli stati democratico-parlamentari sono teatro della duplice azione di poteri palesi e di poteri occulti, e che questi ultimi sono tali da dar vita ad un vero e proprio "doppio Stato", è ancor più comprensibile come concretamente possa aver avuto luogo la sopravvivenza del fascismo, in forme aggiornate e atlantico-oltranziste, anche dopo la caduta militare dei regimi fascisti europei nel 1945. Il plauso del Movimento sociale italiano al golpe di Pinochet in Cile (11 settembre 1973) è, da questo punto di vista, un segnale chiaro e inequivocabile.

Naturalmente tutto ciò non significa che la vittoria sul nazifascismo in Europa sia stata un semplice e alla lunga vano episodio. Continueranno gli storici in buona fede a valutare Stalingrado come un evento decisivo, per la salvezza della civiltà, così come Stuart Mill valutava Maratona. Non solo fu battuto allora il più agguerrito tentativo finora prodottosi di instaurare una dittatura razzista e anti-egualitaria, ma i popoli furono incoraggiati a farsi padroni del proprio destino. Nel che è, a mio avviso, il significato più profondo della Guerra di Liberazione, che ne fa qualcosa di ben più dinamico e gravido di conseguenze che non lo stesso antifascismo. L'antifascismo incomincia col sorgere stesso del fascismo: è una forma, spesso eroica, di contrasto contro la dittatura razzista e anti-egualitaria. Man mano molti si arresero. Ad un certo punto, nella generale resa delle coscienze, nel momento di massimo successo dei regimi fascisti, a contrastarli e a patirne la repressione restarono solo i comunisti (gli altri partiti essendo ridotti a meri "stati maggiore" in esilio).

Ma dopo Stalingrado e sull’esempio dei partigiani sovietici - secondo una direttiva promossa direttamente da Stalin - si leva man mano in tutta l'Europa occupata un moto di lotta armata che rende sempre più difficile i1 predominio degli eserciti dell'Asse e dei loro governi-fantoccio...

È su quel modello che si sviluppa la lotta armata di popolo - dai presupposti largamente unitari - in Italia, in Francia, per non parlare della Jugoslavia, dove il movimento popolare in armi consegue successi e prestigio che si impongono all'attenzione di tutto il mondo. Il valore-cardine di tale vasto movimento è che, allora, i popoli si riappropriano dei loro destini lottando.

In questo senso è vero che la libertà - nella sua accezione più vasta - è il valore centrale della Guerra dl Liberazione...

Una libertà liberatrice che in tanto sussiste, produce frutti ed educa le nuove generazioni corrotte dal fascismo, in quanto dà finalmente, a chi non aveva mai avuto voce, il diritto e la percezione concreta di contare e di determinare la propria vita.

È fatuo dedicarsi alla aritmetica "defeliciana" (quanti furono i combattenti di Salò e quanti i partigiani in armi). Oltre tutto si tratta di un calcolo truccato. Infatti i combattenti di Salò furono inquadrati con la violenza, col ricatto dell'internamento in Germania, con la delazione e coi rastrellamenti. Invece i combattenti per la libertà - cattolici come Telesio Olivelli e gli uomini inquadrati nelle sue formazioni, giellisti (ben più numerosi della stessa consistenza politica del partito d'azione), socialisti e comunisti (di gran lunga più numerosi, questi ultimi, con buona pace dei revisionisti delle varie osservanze) - non puntarono mai a raggiungere primati numerici o formazioni pletoriche. La forma stessa di lotta adottata richiedeva una sapiente articolazione tra combattenti veri e propri e appoggio logistico di cerchie immediate vicine, e, soprattutto, sostegno da parte della popolazione civile, costretta a condurre una sempre più dura vita "normale" sotto occupazione tedesca e vessazione repubblichina. Chi abbia anche elementare cognizione di ciò che è stata la lotta di liberazione nell'Algeria o nel Vietnam del Sud, del modo in cui nuclei di combattenti, se cospiranti con le aspirazioni di masse ben più larghe, possono giungere al successo contro forze preponderanti, non stenta a capire la dinamica che ha portato dai primi attentati del novembre '43 all'insurrezione del 25 aprile '45.

Anche qui ci soccorre - per chi ne abbia conoscenza - la storia ateniese. Trasibulo intraprende la sua lotta di liberazione, nel 404 contro un potente governo oligarchico imposto da Sparta, potenza straniera e occupante: e la intraprende con appena 70 uomini, quando gli ateniesi di condizione libera erano circa 30 mila. La sua capacità tattica insieme con la crescente certezza di muoversi in sintonia con i sentimenti e i bisogni di larga parte di quei terrorizzati trentamila lo condurrà al successo dopo mesi di lotta, e grazie anche all'aiuto militare "esterno".

Perché dunque le giovani generazioni degli anni Settanta, inizio Ottanta hanno mantenuto un rapporto di comprensione e sintonia con quel passato sentito come ancora presente e vitale, mentre invece negli anni Novanta questo filo sembra essersi smarrito?

Non credo che ciò dipenda dalla crescente lontananza temporale di quei fatti. Se guardiamo all'Italia, credo che questo offuscamento della sensibilità civile sia dovuto alla convergente azione di due fenomeni: da un lato la riabilitazione del fascismo (sia pure con qualche distinguo di comodo: «fino alle leggi razziali fece cose buone» disse Berlusconi in una memorabile intervista) da parte della nuova destra, subentrata al dissolvimento della Dc; dall'altra la frettolosa presa di distanze rispetto alla propria storia da parte del principale erede del Pci (ma anche l'altro erede mostra, in alcune circostanze e nella parola di alcuni suoi esponenti, di non essere sempre consapevole delle proprie radici). Via via che il Pds accetta l'ondata emotiva di destra che mira, sciaguratamente, ad equiparare nazismo e socialismo "reale", la capacità di intendere e di orientarsi nel passato, da parte dei giovani e giovanissimi, riceve colpi durissimi. Tutta la prima metà del secolo diventa incomprensibile e il sacrificio di tanti diventa pura insensatezza sotto la spinta di giudizi dissennati e diseducativi come Auschwitz-Gulag o simili. Non mi stancherò mai di ricordare le parole ammirevoli con cui Primo Levi su La Stampa del 22 gennaio 1987 spiegava l'abisso incolmabile che separa quelle due realtà: la bestiale guerra razziale scatenata dal nazifascismo contro i "sotto-uomini" da un lato e dall'altro la "durissima" spiegata guerra di classe scatenata dalla Russia sovietica nella lotta mortale per la propria sopravvivenza. Anche Riforma e Contro-Riforma fecero ricorso non di rado, nel reciproco scontro, a modi di repressione analoghi, ma nessuno dirà - credo - che erano "la stessa cosa"!

Questa partita non è solo storiografica. È i1 nuovo assetto della nostra Repubblica la grande posta in gioco...

Certo: e il fatto che la riscrittura del passato sia uno dei modi con cui si intende procedere, oggi, alla riscrittura della Carta costituzionale è la prova migliore, e più eloquente, di quanto attuale e "presente" sia ancora quel passato. La lotta di Liberazione ebbe, nei principi affermati nella prima parte della nostra Costituzione, il suo coronamento e la sua codificazione. Principi positivi, affermazioni grandi e impegnative. È lì la prova che l'antifascismo non era solo contro qualcosa, ma era soprattutto per qualcosa: per un ordine più uguale, più umano. In quei principi fondamentali tutti i movimenti politici che avevano lottato contro il fascismo, e lo sconfissero in quel durissimo round che fu la "guerra civile" '43-'45, hanno immesso qualcosa dei loro principi: comunisti e socialisti in primis. Basti pensare all'articolo 3, che stabilisce solennemente il principio dell'eguaglianza di fatto, non solo nominale, tra i cittadini. Tentare di ricacciare i comunisti tra i "disvalori" di questo secolo significa - da noi, in Italia - voler togliere alla nostra Costituzione pezzi essenziali della sua impalcatura e della sua ispirazione primaria. Ecco perché è attuale la battaglia per la verità storiografica; ecco perché chi rimuove quel passato non solo nuoce al presente ma condanna i nuovi e giovanissimi protagonisti che si affacciano ora alla politica allo scetticismo e alla incomprensione.