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CONFERENZA DI ORGANIZZAZIONE
Documento proposto alla consultazione del partito
Sintesi
La Conferenza di Organizzazione è chiamata a pronunciarsi su questioni dirimenti.
Vogliamo una discussione coinvolgente tutto il partito, una discussione in cui tutte le
iscritte e tutti gli iscritti siano messi in condizione di poter esercitare il loro diritto di
parola e di voto sulla base di un documento asciutto, facilmente leggibile, senza reticenze.
Questi i punti fondamentali della discussione :
1. La crisi della politica e la forma specifica che questa assume per quanto
riguarda il sistema politico e la forma partito, investono anche le forze che si
battono per il cambiamento. Rifondazione Comunista non è fuori da questa
crisi. Occorre indagarne gli aspetti generali e di contesto e quelli specifici
della nostra vita organizzata. Occorre farlo senza nascondere niente e senza
tacere alcunché: referenzialità dei gruppi dirigenti, separatezza dei gruppi
istituzionali, burocratismo, centralismo, correntismo, maschilismo,
ingessamento del dibattito democratico, personalismi, elementi di
inquinamento e dell’affacciarsi di comitati elettorali.
2. Questi guasti non mettono in secondo piano la grande vitalità del partito, la
capacità dei suoi militanti di essere partecipi di pressoché tutte le lotte
generali, locali, di posto di lavoro, la sua forza basata su un volontariato
generoso, le capacità che ancora rimangono di mobilitazione e organizzazione,
le competenze che centralmente e territorialmente si esprimono. Il punto è il
contrario: come non mortificare quelle energie eccezionali che ancora
sappiamo produrre, come moltiplicarle invece che soffocarle. Stare meglio di altri non ci consola.
Il movimenti dei movimenti ha rappresentato in questi anni la possibilità di
una uscita da sinistra alla crisi della politica. La
scelta di Rifondazione Comunista di praticare l’internità ai movimenti
come elemento strategico e non tattico della linea politica e di
investire molte delle sue energie nella costruzione dei conflitti a
partire da spazi pubblici aperti ci ha dato la possibilità di evitare i
guasti maggiori dell’autoreferenzialità della politica. Ma la nostra
trasformazione in questa direzione va approfondita. E’ una necessità che
si rende ancora più evidente con la nostra partecipazione al governo del
Paese, se vogliamo rendere un elemento centrale della nostra
elaborazione la critica del potere. Occorre ripartire dall’obiettivo
della ricomposizione della frattura tra il sociale e il politico per
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essere in grado di immaginare mutamenti della nostra forma organizzativa
in grado di incidere realmente sull’efficacia della nostra iniziativa.
3. L’autoriforma è stato un tentativo generoso che ha dato risultati ma inadeguato
alla scala dei problemi scatenati dalla crisi della politica che attraversiamo.
Occorre una terapia d’urto, secondo una nuova ispirazione. Lanciamo una
ipotesi: connettere l’ultima Rifondazione, dal punto di vista dell’innovazione
politico e culturale, con un recupero della prima Rifondazione, a partire dalla
fase di movimento, dal punto di vista di uno spirito partecipativo, di una idea
antiverticistica e antiburocratica del partito.
4. La Conferenza di Organizzazione non ha il potere di modificare organismi
dirigenti, Statuto o regolamenti ma può affrontare seriamente questi problemi
e individuare quanto può essere immediatamente introdotto come modifica
sostanziale, quanto può cominciare a vivere come sperimentazione, quanto va
consegnato alla ratifica del Congresso. Il nostro obiettivo è impedire una
deriva che offuschi definitivamente i caratteri della partecipazione, della
democrazia, dell’unitarietà del Partito.
5. La Sinistra Europea è una scelta già assunta dal nostro partito in impegnativi
dibattiti congressuali. Non vogliamo tornare su questo punto ma discutere di
come tradurre quell’ispirazione nella concreta situazione italiana. La Sinistra
Europea è il progetto con il quale ci proponiamo di compiere un salto (nei
consensi, nell’incidenza dentro la società, nella capacità di crescere). Abbiamo
questa possibilità perché abbiamo resistito in questi anni e siamo una forza
essenziale per il cambiamento. Abbiamo questa possibilità, inoltre, perché gli
atri ci riconoscono come una forza non nostalgica, che si è messa in
discussione e si è rinnovata.
6. La Sinistra Europea non è l’annacquamento di Rifondazione Comunista, il suo
inserimento dentro il sistema delle compatibilità, la sua deriva in sinistra di
governo. Al contrario, possiamo proporci il progetto della Sinistra Europea
proprio grazie al percorso della Rifondazione Comunista.
7. Non solo non proponiamo di sciogliere il PRC, intendiamo rafforzare il
partito, la sua autonomia, il suo essere comunità condivisa, la sua capacità
organizzativa. Non solo non vogliamo abbandonare il nostro definirci
comunisti, intendiamo approfondire il processo della rifondazione comunista
secondo la linea di innovazione di cultura politica che abbiamo avviato e
perseguito in questi anni. Rafforzare Rifondazione Comunista, nella sua
autonomia politica e culturale, e costruire la Sinistra Europea, come alleanza
plurale e molteplice, sono per noi due facce della stessa medaglia, due linee di
impegno della medesima impresa politica.
8. Abbiamo pieno il senso della drammaticità della fase che viviamo, una
transizione ancora irrisolta, sospesa tra esiti tra loro differenti.
La strategia della guerra preventiva ha fallito gli obiettivi che ha dichiarato e
l’unilateralismo USA è in crisi, elementi di discontinuità cominciano ad
affacciarsi ma sono contraddetti dall’acuirsi degli scenari di guerra aperti e
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dalla recrudescenza del terrorismo, ancora il mondo è sospeso sopra il baratro
del conflitto di civiltà.
In Italia, Berlusconi e le destre sono state superate di stretta misura ma non
sconfitte definitivamente. Una fase si è chiusa ma una veramente nuova ancora
non si è aperta. La sfida contro il “continuismo” e le tentazioni della “grande
coalizione” è ancora in corso. Siamo dentro una lotta per l’alternanza contro la
grande coalizione ma è l’alternativa di società il progetto per il quale già da
oggi lavoriamo per il futuro. Dentro questa sfida tra elementi di discontinuità e
tentazioni di continuiamo, tra alternanza e grande coalizione, tra progetto
dell’alternativa e quello riformista, il nostro Paese resta sospeso tra ansia e
aspettativa di cambiamento da un lato e rivincita di una cultura reazionaria di
massa, populista e socialmente regressiva dall’altro.
9. La sfida tra la sinistra di trasformazione e la sinistra moderata, tra la cosiddetta
sinistra radicale e quella riformista oggi conosce una nuova fase. La prima è
stata quella del tentativo di impedire la nascita e lo sviluppo di una forza
comunista capace di essere incidente sui movimenti e sul quadro politico.
Questo tentativo è stato perseguito con determinazione anche attraverso la
scorciatoia della modifica del sistema elettorale. La seconda fase è consistita
nel tentativo di cancellarne l’autonomia politica e culturale per sussumerla
dentro la logica del quadro politico assunto come vincolo interno. Questa fase
è stata quella seguente alla rottura del 1998. Rifondazione Comunista è
riuscita a superare tutte e due quelle sfide: esiste oggi come forza autonoma
incidente sulle lotte e i movimenti e sul quadro politico. Senza il campo di
ricerca sull’innovazione di cultura politica e senza la scelta di internità ai
movimenti, questo esito non sarebbe stato possibile.
Grazie a questi passaggi, è possibile oggi aprire una terza fase nel rapporto
dentro il campo plurale delle sinistre, quella del riconoscimento della
legittimità di progetti qualitativamente differenti tra loro: la sfida di lungo
periodo sull’idea di società e di mondo che parta dalla ricerca di una risposta
all’altezza della crisi prodotta dal neoliberismo e dalla guerra. Idee e progetti
che guardano orizzonti diversi e ricercano soluzioni differenti alle grandi
contraddizioni ma che non escludono di attraversare, dentro la crisi
contemporanea e i rischi di precipizi, fasi di convergenze e momenti di
alleanza. Idee e progetti che si riconoscono autonomi e legittimi e che, nella
sfida di lungo periodo, non si combattono per eliminarsi ma che possono, in
fasi alterne, ritrovarsi in un comune impegno per la difesa della democrazia,
della coesione sociale, dei valori del dialogo e della civiltà. Sinistra Europea e
Partito Democratico sono i due progetti in campo dentro questa competizione.
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Premessa
La conferenza di organizzazione rappresenta un evento centrale nel processo di
rinnovamento politico e culturale del PRC.
Noi la viviamo come una sfida per una uscita da sinistra, quindi nella direzione del
conflitto e della partecipazione, dalla crisi della politica, sia nel suo aspetto di
passivizzazione che in quello di regressione in una cultura reazionaria di massa.
Vogliamo una conferenza di organizzazione vera e partecipata, non come una
anticipazione o peggio parodia del congresso, una semplice conta tra documenti
elaborati dentro i gruppi dirigenti nazionali che si contrappongono e nella quale
l’unica possibilità data alle compagne e ai compagni è quella di schierarsi.
Chiediamo un dibattito che permetta di uscire dalla gabbia di un correntismo
esasperato che ingessa il dibattito e che invece di aprire un confronto lo chiude dentro
una sterile coazione a ripetere.
Vogliamo una discussione non blindata, aperta al contributo che viene dalla
discussione dei circoli e dalle federazioni e si avvale a tal fine dei documenti, delle
modifiche, dei contributi che quelle assise liberamente approveranno.
Per questo presentiamo un documento sintetico, asciutto nelle parti che richiamano
contenuti di carattere congressuale, che sono acquisiti e non in discussione nella sede
della conferenza, tale da presentarsi come una apertura della discussione e da
considerarsi una base di partenza che si arricchisce lungo il percorso che dai circoli
arriva all’appuntamento nazionale.
Il congresso nazionale del partito si svolgerà regolarmente alla sua scadenza naturale,
ovvero entro la primavera del 2008.
1. Rispondere alla crisi della politica
La crisi della politica è il carattere di fondo che ci interroga sull’esito possibile
dell’eclissi della democrazia, almeno così come l’abbiamo conosciuta nei suoi
caratteri essenziali a partire dal secondo dopoguerra e dalla sconfitta del
nazifascismo.
La crisi della politica va investigata innanzitutto dentro il ciclo lungo della
globalizzazione capitalistica: la sua riduzione a tecnica; lo spostamento dei veri
centri decisionali fuori dai Parlamenti o da organismi attraversati o influenzati dai
movimenti, dai popoli; nel carattere intrinsecamente ademocratico dei vari istituti
di regolazione dei mercati che intendono imporre le loro ricette come fossero
verità inconfutabili.
Questo carattere di fondo ha determinato la rottura della grande invenzione del
900: la politica come strumento di emancipazione e di liberazione.
L’afasia dei Parlamenti, rendere le decisioni dei poteri, economico, politico,
militare, impermeabili alle istanze sociali e ai popoli è funzionale al neolibersimo,
che è la forma nella quale il capitalismo contemporaneo esprime il ciclo lungo del
proprio dominio.
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L’eclissi della democrazia è funzionale alla strategia e alla pratica della guerra
preventiva .
Guerra e terrorismo realizzano il contrario di quanto promettono: non risolvono i
conflitti, anche se con mezzi inaccettabili, vivono sul loro moltiplicarsi e acuirsi.
Senza la cultura del nemico, l’odio culturale, la xenofobia, il mito della propria
superiorità, non sopravviverebbero ai loro fallimenti.
L’ombra dei fondamentalismi (economici, militari, religiosi, culturali) si allunga
minacciosa per portare l’umanità intera dentro l’oscurità del conflitto di civiltà.
Occorre rinnovare la vocazione laica della nostra politica, sia sul piano
dell’iniziativa pratica, sia su quello della ricerca e della riflessione teroica e
culturale.
L’ingerenza delle gerarchie vaticane diventa, infatti, ogni giorno più aggressiva,
mette in discussione l’autodeterminazione delle donne, la libertà di orientamento
sessuale, le libere relazioni di uomini e donne, favorendo un familismo
conservatore e integralistico.
Ma va ormai oltre, mettendo direttamente in discussione l’autonoma attività
legislativa del Parlamento e la sovranità delle istituzioni pubbliche, minacciando
alla radice quella separazione tra il potere civile e quello religioso che è alla base
della moderna statualità.
Nel nostro Paese, la crisi della politica ha assunto forme originali ed estremizzate:
Berlusconi e la Lega interpretano pienamente questa crisi e ne vorrebbero essere
gli epigoni nella direzione dell’antipolitica.
Il ciclo breve del governo delle destre si è concluso ma il ciclo lungo del
berlusconismo non è finito per sempre e il suo riproporsi non è impossibile.
Le destre hanno subito una secca sconfitta popolare con il referendum sulla
controriforma della Costituzione. A tal proposito, va respinto ogni tentativo di
“grande riforma” e di accordi con le destre per presidenzialismi e federalismi
corporativi.
Dal pericolo del riproporsi delle destre non se ne esce rimanendo a guardare o
peggio inseguendole sul loro terreno, bensì con un progetto di lungo respiro,
costruendo una alternativa al modello sociale e culturale che propongono,
rompendo il loro blocco sociale, portando fino in fondo l’offensiva per il rispetto
del programma dell’Unione, soprattutto praticando l’autonomia e l’indipendenza
dei movimenti dal governo.
Il continuismo nelle politiche economiche, in quelle sociali, nelle relazioni
internazionali, al contrario, favorirebbe la rivincita delle destre.
Dall’antipolitica non si esce con il ritorno alla vecchia politica ma nella direzione
di un’altra politica che collochi la centralità del suo agire nella società, che abbia
come fine e come mezzo la costruzione di partecipazione, di una nuova densità
delle relazioni sociali, di nuovo spazio pubblico, che pratichi l’autonomia dei
movimenti.
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2. La crisi della politica e quella della forma partito
La crisi della politica investe direttamente anche noi. Un “noi” largo, un “noi”
Rifondazione Comunista, un “noi” associazioni, movimenti, forze che guardano a
un orizzonte qualitativamente differente da quello attuale.
Un “noi” che va investigato anche nella dimensione di noi come partito, le sue
regole, il suo funzionamento, la sua internità a un sistema di partiti, alla
rappresentazione attuale della politica, ai costi della politica.
Un “noi” che non risparmia anche le pratiche di movimento, le sue forme di
relazione, anche quelle generali dei Forum sociali.
Dobbiamo investigare i caratteri di questa crisi nei suoi elementi di fondo e nei
caratteri specifici che assume la crisi della forma partito nel contesto della crisi del
sistema politico italiano.
Un sistema malato alla radice dalla sussunzione della politica dentro le grandi
lobbies del potere economico e finanziario, un intreccio perverso, corrotto e
corruttivo tra politica, affari, incrostazioni corporative.
Un sistema malato alla radice nel suo proporsi onnivoro, pervasivo di una trama
che avviluppa tutti i gangli della società, la sfera delle competenze e dei saperi.
Un sistema malato alla radice incapace di guardare alle generazioni
future, alle risposte da dare alla crisi dell'ambiente e dei grandi
cicli che consentono la vita sul pianeta.
Un sistema malato alla radice nella sua autoreferenzialità, nel proporre un
apparato politico istituzionale separato, un sistema che utilizza la politica come un
approdo, un salto di appartenenza sociale, l’ingresso in un club esclusivo e
privilegiato, dal quale non si esce.
Un sistema malato alla radice, specialmente nel sud, nelle aree più emarginate e
difficili del Paese, dove la separatezza della politica si fa notabilato e la crisi della
politica assume il carattere di emergenza democratica, legalità, affermazione del
diritto.
Le politiche fino ad oggi praticate dai governi nazionali hanno prodotto seri guasti
nel Mezzogiorno contribuendo ad acuire la fragilità del tessuto sociale, economico
e culturale. Da qui l’urgente esigenza di una rinnovata riflessione sulla questione
meridionale, nella quale confluiscano tanto il tema del ritardo di una parte del
Paese, quanto le nuove problematiche prodotte dai processi di trasformazione
neoliberista.
È forse proprio sul tema del Mezzogiorno che oggi il partito incontra le maggiori
difficoltà di intervento. Ciò a causa di due elementi principali: da un lato, le
condizioni oggettive in cui il partito si trova ad operare, considerato che le
trasformazioni intervenute a livello globale (in primo luogo sul terreno
occupazionale) hanno esasperato, nel Mezzogiorno, pratiche paternalistiche e
clientelari mai del tutto scomparse e rafforzato la presa delle organizzazioni
mafiose sul mondo del credito e dell’impresa; dall’altro, la forte egemonia
culturale delle classi dominanti, congiunta alla strutturale debolezza delle
organizzazioni di massa, anche nelle stagioni di grande mobilitazione.
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Oggi s’impone pertanto da parte del partito un intervento teso a promuovere,
attraverso il protagonismo delle istanze territoriali e l’impegno di tutte le figure
istituzionali, una nuova politica meridionalista, che guardi all’emergenza del
Mezzogiorno come a una chiave per la risoluzione dei più gravi problemi
occupazionali e di legalità, democrazia e giustizia di tutto il Paese.
Il partito dispone oggi dei mezzi materiali, intellettuali e morali per muovere un
primo decisivo passo in questa direzione, attraverso lo svolgimento di una
Conferenza nazionale per il Mezzogiorno, in occasione della quale definire
adeguate strategie di intervento. Ma un siffatto impegno richiede una nuova
capacità organizzativa e specificamente la volontà di restituire centralità alle
istanze territoriali e di base quale garanzia di partecipazione e quale argine alle
derive maggioritarie talvolta riprodotte nelle istanze superiori.
L’apparato politico istituzionale ha costi insostenibili che i processi degli ultimi
anni, nella direzione della sottrazione di competenze e risorse allo Stato e al
sistema pubblico in genere, ha enormemente amplificato.
Il medesimo sistema elettorale, la sua distorsione maggioritaria, il sistema delle
preferenze, specialmente in alcune aree del Paese, non sono estranei al processo di
degenerazione della politica, anzi ne sono concausa.
I processi di accentramento delle competenze e dei poteri essenziali negli
esecutivi, il conseguente svuotamento di funzioni delle assemblee elettive, le
modifiche intervenute con le modifiche al Titolo V della Costituzione, il processo
avviato in alcune realtà del Paese nella direzione di una rottura dell’unitarietà
delle prestazioni sociali e dell’esigibilità dei diritti sono elementi che aggravano la
crisi della politica.
Le privatizzazioni gigantesche effettuate negli ultimi non hanno affatto
determinato una separazione dei ruoli tra politica, economia, affari. Al contrario,
hanno determinato una commistione ancora più forte e malata.
Un capitalismo cannibale che, data per persa la competizione internazionale sulla
qualità del prodotto e sull’innovazione, ha finito per sbranarsi in una competizione
tutta ripiegata all’interno per dividersi le spoglie di quello che già c’è .
Dentro questo sistema di complicità tra vecchia politica e vecchie imprese, il
morto mangia il vivo, e anche la politica del cambiamento e le sue forme
organizzate vengono coinvolte dentro questa crisi.
Affermiamo che deve esserci una coerenza tra le forme dell’organizzazione della
politica e il fine della politica. Una politica dell’alternativa non può non avere
forma e modalità di organizzazione della politica coerente alla propria idea di
società.
Senza la pratica di una moderna diversità non vive una forza comunista all’altezza
dell’alternativa.
3. Il cambiamento necessario
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L’autoriforma è stato un tentativo generoso, che ha anche portato alcuni risultati
importanti, ma si è dimostrato sostanzialmente inadeguato ad affrontare i veri nodi
delle nostre difficoltà, inadeguato rispetto alla dimensione generale del problema
posto dalla crisi della politica e di quello specifico del sistema politico italiano,
incapace di invertire le tendenze a un irrigidimento e una involuzione della vita
interna del Partito e a un offuscamento del suo carattere di massa, aperto e
partecipato.
Questo non vuol dire che non vi sia stato un rinnovamento nei gruppi dirigenti, al
centro e soprattutto nei territori, un ricambio generazionale, inteso non soltanto dal
punto di vista anagrafico ma da quello della cultura politica.
La contaminazione del movimento del movimenti ha profondamente segnato,
anche dal punto di vista dell’agire politico e del formarsi di un nuovo gruppo
dirigente largo, la vita del Partito.
L’esperienza concreta dei giovani comunisti, il formarsi di sedi di elaborazione e
di pratica politica, come il Forum delle donne, la capacità di svolgere conferenze
aperte delle lavoratrici e dei lavoratori, dei migranti, la capacità di promuovere
centri di ricerca e di studio aperti, il lavoro attivo dei Dipartimenti. Specialmente
in alcune realtà territoriali si sono fatti esperimenti positivi, si sono praticate
innovazioni coraggiose: una ricchezza che ha accresciuto la nostra capacità di
relazione esterna e di incidenza nella società.
Tutto questo rappresenta una ricchezza, un patrimonio che non va disperso ma
accresciuto.
Una discussione vera e senza reticenze sulle nostre difficoltà e le nostre
inefficienze non deve mettere in secondo piano quanto di positivo e di innovativo
è stato sperimentato in questi anni. Lo studio e la valorizzazione delle “buone
pratiche” deve essere uno dei punti di approfondimento della Conferenza di
Organizzazione, sia territorialmente che a livello centrale.
Il problema è che, però, tutto questo non incide sostanzialmente sul
funzionamento generale del Partito, nelle sue pratiche complessive.
Dobbiamo avere la consapevolezza di questo limite: l’innovazione di cultura
politica che ha attraversato il Partito, dal punto di vista dell’elaborazione e della
sua applicazione, ha vissuto quasi indipendentemente dalla vita del partito, alle
sue forme di relazioni, non ha significativamente inciso su di esse. Anzi, spesso,
quell’innovazione si è imposta “malgrado” la vita del Partito.
Occorre nominare i guasti che si sono prodotti.
Irrigidimento correntizio che si è trasformato in una gabbia, un ingessamento del
dibattito, una strozzatura della democrazia.
Maschilismo nelle modalità generali d selezione dei quadri e dei gruppi dirigenti,
incapacità di praticare il tema decisivo della differenza di genere che pure,
astrattamente, si è assunto.
Autoreferenzialità dei gruppi dirigenti, incapacità di mettersi in relazione con il
Partito diffuso.
Separatezza dei gruppi istituzionali, anche nelle modalità di selezione e soprattutto
in quelle delle forme di relazione con il partito largo e i movimenti.
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Fenomeni, anche inquietanti, dell’affacciarsi dentro il Partito di comitati elettorali.
Verticismo, rapporto centro e territori impostato su criteri sostanzialmente
accentrati.
4. Le energie straordinarie del PRC
Affrontare con determinazione e spirito di verità la nostra crisi dentro la crisi più
generale della politica e la sua ulteriore degenerazione dentro il sistema politico
italiano, non vuol dire affatto sottovalutare o mettere tra parentesi l’enorme valore
del corpo militante volontario rappresentato dalla comunità di Rifondazione
Comunista.
Questa forza rappresenta un valore enorme: oltre 90 mila iscritti, una rete di
circoli che si estende in tutto il Paese e nei posti di lavoro, una organizzazione
complessa di gruppi dirigenti locali e centrali, gruppi istituzionali in tutte le
istituzioni rappresentative, dal Parlamento Europeo ai Municipi, presenza attiva in
tutte le organizzazioni di massa democratiche, un quotidiano, numerose riviste.
Possiamo dire che non esiste una lotta di lavoro, una vertenza territoriale, lotta per
i diritti dei migranti, su quelli sociali e delle persone, da quelle generali a quelle
più locali o particolari, che non veda il coinvolgimento o la presenza del nostro
Partito e/o dei nostri militanti.
Una trama di relazioni con realtà sociali, movimenti, associazioni estesa, una
capacità di coinvolgimento che va oltre il nucleo più militante e gli iscritti e riesce
a coinvolgere interi pezzi della società.
Le Feste di Liberazione, che basano la propria possibilità di riuscita sulla
militanza e sulla capacità di coinvolgimento di energie anche fuori dal Partito,
rappresentano bene la realtà della nostra forza basata sul volontariato e la
gratuità.
Una forza non nostalgica, non chiusa, non testimoniale che, al contrario, sa
contaminarsi con altre culture, è capace di rinnovarsi.
La forza di Rifondazione Comunista sta nell’innovazione di cultura politica che ha
prodotto nel campo plurale delle sinistre.
Rifondazione Comunista ha scelto di essere partecipe del movimento dei
movimenti e di contaminarsi con le culture politiche che lo attraversano.
La straordinarietà di questa forza è riconosciuta fuori di noi, in primo luogo dai
movimenti e dalle realtà sociali più avanzate del Paese, ha prodotto una trama di
relazioni in Europa e nel mondo.
Abbiamo colto tra i primi la straordinaria novità del movimento dei movimenti,
allorché molti, anche a sinistra, lo guardavano con sospetto e aristocratica
superiorità.
Abbiamo svolto una riflessione per una contaminazione con le culture critiche
della globalizzazione capitalistica, assunte come costituenti un nuovo pensiero di
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critica e di trasformazione: il femminismo, l’ambientalismo, il pacifismo, una
cultura dei diritti della persona.
Abbiamo svolto una critica radicale allo stalinismo, non dal punto di vista,
scontato, delle degenerazioni di un sistema, ma della individuazione della radice
di una contraddizione, di un metodo e una pratica del potere separato.
Abbiamo sviluppato una idea dell’autonomia del Partito dal quadro politico,
autonomia che abbiamo praticato anche con uno scontro frontale con chi ne
voleva contestare alla radice la legittimità.
Vogliamo continuare il percorso della rifondazione comunista: una nuova cultura
di rifondazione della politica e della politica della trasformazione in particolare,
unire ciò che il 900 ha diviso, uguaglianza e libertà.
L’esigenza politica è la rimessa all’ordine del giorno del problema della
trasformazione della società. La nostra prospettiva è il superamento del
capitalismo e la costruzione di un nuovo socialismo.
Una idea di liberazione che bandisce ogni doppiezza e/o divaricazione tra la
pratica del conflitto qui e ora e un futuro, relegato a un domani che non viene mai.
Il nostro obiettivo è valorizzare la grande forza rappresentata dalla vitalità del
corpo attivo del Partito.
Il problema che poniamo è come intervenire per impedire che si frapponga un
tappo che impedisce il fluire di questa risorsa, come togliere gli ostacoli che
impediscono o limitano la partecipazione democratica, mortificano competenze,
saperi, energie che pure a noi si rivolgono, spesso si avvicinano ma, poi, non
trovano le condizioni per potersi esprimere.
Vogliamo cambiare nella direzione della democrazia e della partecipazione.
5. Ripensare la diversità
Nessuna discussione sulla forma partito e sulla necessità di innovare fortemente in
quella direzione, può essere svolta senza una ammissione di realtà: l’assunzione di
una responsabilità del gruppo dirigente.
Questo non esaurisce la discussione, la apre, coinvolgendo tutte e tutti.
Il tentativo dell’autoriforma ha esaurito la sua fase, occorre una terapia d’urto, una
discussione aperta, senza reticenza, senza nascondere nulla dei mali che
affliggono la nostra comunità politica.
Modalità di funzionamento e organizzazione del Partito devono essere coerenti
con le finalità di liberazione che perseguiamo.
Pensiamo a una ipotesi: connettere l’ultima Rifondazione Comunista, dal punto di
vista dell’innovazione di cultura politica, con la prima Rifondazione, dal punto di
vista della partecipazione, la critica al verticismo, al burocratismo, allo spirito del
definirsi “liberamente comunisti”.
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La conferenza di organizzazione non ha il potere di modificare organismi dirigenti
e statuto ma può affrontare seriamente questi problemi e individuare quanto può
essere introdotto immediatamente, cosa può essere da subito assunto come
sperimentazione, quanto deve essere consegnato alla ratifica del prossimo
Congresso.
I punti fondamentali della ricerca che proponiamo sono i seguenti:
•
il mantenimento del rifiuto dell’idea e della pratica del centralismodemocratico.
Il richiamo necessario all’unitarietà del partito come vincolo anche della sua
capacità di espansione non è minimamente da confondere con
l’unanimismo né con una pratica di riduzione delle sue forme di
discussione, di articolazione delle sue differenti articolazioni politico
culturali e di pratica del dissenso. Al contrario, noi riteniamo che il vero
nodo sia rappresentato dall’estensione degli spazi di discussione e di
pratica delle differenze.
•
La critica alla separatezza istituzionaleE’ per noi l’altra faccia necessaria alla critica del governo e del potere.
Gruppi istituzionali o parti di essi che si separano su questioni o decisioni
politiche di fondo, a qualsiasi livello, territoriale e nazionale, dalla
discussione nei gruppi dirigenti e nel partito diffuso e praticano
un’autonomia che si fa autorappresentazione della linea politica, stanno
dentro l’idea di uno spostamento delle sedi di decisione nelle stanze
separate della politica come istituzione. E’ l’utilizzo di una postazione
privilegiata in spregio al rispetto della democrazia del dibattito in cui tutte
le compagne e i compagni si pongono alla pari. In questo senso, si propone
come una pratica che aggrava la crisi della politica.
Ferma restando la legittima libertà di dissenso, da assumere e valorizzare
come posizione politica, noi riaffermiamo come elemento di fondo della
nostra diversità la prevalenza delle decisioni democratiche dentro al partito
rispetto alla pratica della separatezza istituzionale.
•
La democrazia di genereVa affermata la democrazia di genere come costitutiva e, quindi, senza
possibilità di deroghe nella formazione dei gruppi dirigenti e nelle modalità
di svolgimento della vita democratica del partito. Va eliminata ogni
doppiezza. Già lo Statuto attuale riconosce la democrazia di genere
attraverso la norma che prevede nella costituzione degli organismi dirigenti
la presenza paritaria di ciascun sesso e che, comunque, non si può
scendere al di sotto del 40% . Il problema è che gli organismi dirigenti,
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compresi quelli nazionali, non rispettano questa elementare regola. Un
punto di avvio, quindi, è che il mancato rispetto di quel vincolo ( a partire
dal livello del Comitato federale) divenga, se entro un tempo definito non
viene corretto, motivo di decadenza dell’organismo medesimo.
•
Il contrasto all’esasperazione correntiziaNoi concepiamo un contrasto di fondo all’esasperazione correntizia come
una occasione decisiva per rompere l’ingessamento del partito dentro
logiche che impediscono un vero coinvolgimento e una vera valorizzazione
delle competenze e delle energie diffuse.
Ciò riguarda le modalità di selezione dei quadri dirigenti, le forme di
funzionamento degli organismi, le modalità di assunzione delle decisioni, le
forme di finanziamento della vita democratica interna. Forme democratiche,
come anche quelle previste attualmente dallo statuto, di coinvolgimento
generale delle iscritte e degli iscritti debbono essere praticate
effettivamente.
Vanno valorizzate al massimo discussioni di merito e privilegiato il lavoro
collettivo anche su aspetti specifici.
Proponiamo anche di ripristinare il meccanismo per il quale i gruppi
dirigenti vengono decisi, almeno parzialmente, durante lo svolgimento dei
congressi delle istanze inferiori (il Comitato Politico Federale, nei congressi
di circolo e il Comitato Politico nazionale, nei congressi di federazione).
•
L’alternanza negli incarichiIntendiamo riaffermare l’obbligatorietà di una alternanza, anche temporale,
tra impegno nelle istituzioni, lavoro nel partito, impegno nelle
organizzazioni di massa, per impedire la separatezza di percorsi
istituzionali, di partito e di movimento. Anche questo è un elemento
fondamentale per rompere la separatezza dei gruppi istituzionali che
incentiva la crisi della politica. Questa necessità di alternanza deve valere a
tutti i livelli della vita istituzionale, da quello della Circoscrizione o del
Municipio fino al Parlamento nazionale ed europeo, anche se,
evidentemente, con modalità e tempi differenti.
La complessità della struttura di governo, a livello nazionale come quella
territoriale, deve farci comprendere come esistano funzioni che, anche non
strettamente istituzionali, sono connesse ad esse e spesso assumono, per le
competenze, i poteri, le retribuzioni, rilievo non inferiore agli incarichi
propriamente istituzionali. Abbiamo bisogno di definire una
regolamentazione che impedisca le concentrazioni di potere e la chiarezza e
la trasparenza delle nomine per la nostra presenza in consigli di
amministrazione, enti, rapporti di consulenza, ecc.
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La questione concernente l’alternanza negli incarichi deve riguardare anche
queste specifiche forme di impegno.
Tanto più deve valere la regola generale che impedisce di cumulare
incarichi istituzionali, tale da riguardare anche gli incarichi ricoperti dentro
Consigli di amministrazione e altri istituti di nomina nelle Assemblee e
nelle Giunte.
Eventuali eccezioni (per esempio il segretario del partito) devono essere
nominate esplicitamente come va affermato che eventuali deroghe debbano
essere decise in modo tale che non possano essere prese senza una
maggioranza qualificata.
•
Il partito dell’inchiesta e dei territoriL’inchiesta deve diventare il centro di una nuova capacità di ascolto, di
radicamento del partito e della definizione partecipata delle priorità
dell’agenda politica e delle iniziative, superando una pratica che, al centro
come nei territori, spesso privilegia l’autoreferenzialità. Anche in questo
caso, la verifica del lavoro svolto e la capacità di valorizzare ed estendere le
“buone pratiche” diviene un elemento decisivo.
La costruzione del radicamento nei territori e la costruzione di relazioni con
i movimenti e le vertenze sono elementi decisivi della rifondazione di una
nuova idea della politica e del rapporto tra di essa, la società e i movimenti.
E’ necessaria una nuova trama di relazioni tra centro e territori e di
decentramento di funzioni e decisioni.
Pensiamo anche a una nuova relazione tra la funzione dei dipartimenti
nazionali, coordinamenti e reti nazionali, il lavoro concreto delle
federazioni e dei circoli, alla messa in rete e alla circolazione di esperienze
territoriali, alla costruzione, attraverso questa nuova trama di relazioni, di
campagne, mobilitazioni, vertenze.
La formazione all’agire politico organizzata dal partito può fornire
strumenti critici per meglio conoscere, analizzare e interpretare la realtà
presente, i processi sociali e quelli storici, rendendo la militanza politica più
consapevole, finalizzata ed efficace. Essa contribuisce alla costruzione nel
partito di una comunità politica consapevole, critica, solidale ed includente
se è permanente, diffusa e attiva.
Una riflessione, infine, pensiamo vada fatta rispetto al funzionamento degli
organismi dirigenti nazionali: la direzione e l’esecutivo. Noi affermiamo
che il fare è almeno altrettanto importante del discutere e che le sedi di
decisione, programmazione, verifica delle campagne nazionali e locali e
delle mobilitazioni è altrettanto importante della fase di discussione e
verifica della linea politica. Questo non significa che non si debba prendere
atto che una divisione netta di ruoli e funzioni, un mancato coinvolgimento
di esperienze e responsabilità hanno determinato disfunzioni che vanno
affrontate.
14
•
L’autofinanziamento e le forme di comunicazioneL’autofinanziamento è elemento fondamentale della vita del partito e
garanzia della sua autonomia e indipendenza.
Il tema delle risorse economiche deve, quindi, tornare ad essere centrale
nella discussione del partito a tutti i livelli. Per questo la discussione e
l'approvazione dei bilanci non possono essere più considerati come l'ultimo
dei punti all'ordine del giorno. Dalla discussione partecipata sui bilanci
(come sulla lotta ad ogni forma di spreco ed eccesso di spese) può scaturire
una maggiore cura e coscienza della necessità delle risorse economiche per
la realizzazione dell'attività politica. E proprio per questa ragione occorre
dare centralità alle attività di autofinaziamento, invertendo la tendenza che
registra la contribuzione da parte dei nostri compagni impegnati nelle
istituzioni sempre più prevalente rispetto a tutte le altre. L'idea e la pratica
della partecipazione si realizzano anche come capacità di
autofinanziamento. Dobbiamo cogliere l’opportunità di questa fase politica
in cui maggiori sono le risorse trasferite dalla direzione ai territori per
impegnarci in maniera più attenta nel radicamento, nel rafforzamento e
nella ricerca di nuovi consensi che possono tradursi a loro volta anche in
maggiore capacità di autofinanziamento.
Dentro questo percorso sta anche il tema dei nuovi strumenti di
comunicazione, quelli messi in campo dai dipartimenti nazionali, quelli dei
territori, il ruolo e le possibilità di rilancio di Liberazione e degli altri
strumenti esistenti nelle diverse articolazioni delle nostre strutture.
Su questi temi, riteniamo utile svolgere entro il 2007 uno specifico
momento di discussione, elaborazione e proposta.
•
Rompere la sacralità della struttura piramidaleVa data piena centralità alle strutture di base. Esse vanno potenziate,
ampliate, fornite di poteri e mezzi di funzionamento superiori agli attuali,
sono i punti essenziali della sperimentazione e dell’innovazione.
Allo stesso tempo, vogliamo ampliare il concetto di struttura di base.
Rompere la sacralità della struttura piramidale del partito vuol dire
innanzitutto spezzare il meccanismo per il quale si riproduce a tutti i livelli,
da quello nazionale, a quello regionale, a quello di federazione, a quello di
circolo di territorio e di lavoro, una struttura e un meccanismo di
funzionamento che sono pressoché identici e riprodotti meccanicamente
finanche nella loro struttura interna.
Ancora più in fondo, pensiamo che va superata una idea e una pratica della
politica totalizzante e che si impone sostanzialmente per una modalità di
funzionamento generalista.
15
Noi vogliamo affermare, anche secondo una pratica sperimentata nei
movimenti, che è possibile una adesione e una pratica che partendo da una
parzialità si riconnette a una idea generale di trasformazione.
Pensiamo che si possa pensare di poter dare vita, accanto ai circoli
territoriali e di lavoro, a circoli tematici, di movimento, di pratica della
differenza. Circoli che abbiano gli stessi diritti e doveri dei circoli
territoriali e di lavoro, costituiti con decisione del comitato politico di
federazione come avviene per i nuovi circoli territoriali e di posto di lavoro.
Naturalmente vanno affrontate tutte le problematiche che questa
innovazione può comportare, prima fra tutte, su scala cittadina e
metropolitana, la capacità di ricomporre ad unità una rappresentazione del
partito che si fa più articolata e frastagliata, evitare degenerazioni che
possano portare a una evidente frammentazione.
Va approfondita la possibilità di connettere queste esperienze dentro
coordinamenti e reti di scala più vasta, territoriale e nazionale, anche per
permettere la circolazione di esperienze e di non disperdere energie diffuse.
L’obiettivo è un salto nel radicamento e nell’espansione del partito, anche
nelle sue forme di adesione e partecipazione.
In questo contesto, vanno affrontate le differenze che si presentano tra una
pluralità di circoli che insistono nelle aree metropolitane e nei centri più
grandi (più circoli nel medesimo spazio urbano, città, municipio,
circoscrizione, quartiere o piccolo comune, in cui la pluralità di esperienze e
di pratiche richiede la capacità di razionalizzare le forze e ricondurre
all’unitarietà dell’azione del partito, prevedendo statutariamente il
coordinamento di ambito territoriale, necessario anche per le federazioni
che insistono nella medesima provincia) e le realtà più piccole e sparse in
cui l’accento è da porre su come favorire un radicamento e un
coordinamento che non faccia smarrire energie che separate possono
disperdersi ma, al contrario, determini la possibilità di un accumulo.
•
Partire dal conflitto sociale e dal radicamento tra i lavoratori.La separatezza della sfera politica è uno dei problemi fondamentali per il
movimento operaio e per tutte le istanze di trasformazione sociale. Oggi più
di ieri è aperta questa domanda: se la partecipazione democratica non deve
essere vanificata e ridotta ad una rappresentanza meramente formale, come
può essa divenire protagonismo politico di massa, interruzione della
separatezza istituzionale, intervento diretto sulle scelte di governo?
Si tratta di interrogare la composizione politica delle lotte per collocarvi
l’organizzazione del partito e concepire questa organizzazione come
inseparabile dalla più generale organizzazione politica delle nostre classi di
riferimento. Quando un partito comunista, che si concepisce di massa, è
impegnato in una coalizione democratica di governo a prevalenza moderata,
16
questa esigenza si fa ancora più stringente. È evidente che un partito che
pratichi alleanze politiche e collaborazioni di governo si muove anche in
ambiti che sono interni, nella situazione data, alla sfera della mediazione
istituzionale. Il problema decisivo riguarda, però, l’esistenza o meno,
nell’azione e nella cultura del partito, della capacità di esporre
costantemente questo suo ruolo all’autonomia dei movimenti di massa per
trarre da questa gli impulsi strategici essenziali. La verifica fondamentale
resta dunque quella dell’interlocuzione diretta con il mondo del lavoro
produttivo in tutta la sua centralità e pervasività sociale.
Nel vivo della discussione sulla legge finanziaria, la protesta politica degli
operai e della Fiom a Mirafiori, la loro serrata critica della propensione
concertativa nel sindacato e dell’ipoteca moderata sul governo dell’Unione,
costituiscono per noi una probante indicazione che ha una straordinaria
valenza generale: gli uomini e le donne costretti al lavoro salariato o da esso
espulsi, i giovani in cerca di lavoro o catturati nella trappola della
precarietà, le lavoratrici e i lavoratori ripropongono un loro protagonismo e
ci indicano un terreno di lotta politico e generale. A partire da qui la
costruzione della nostra organizzazione deve trovare la base materiale di
massa per scomporre il blocco sociale neo-liberista e i suoi dispositivi
istituzionali di controllo e comando.
In questo percorso, riveste particolare rilievo il radicamento ed il
coordinamento della nostra iniziativa nei luoghi di lavoro. A tale proposito,
ci proponiamo di dare vita entro il 2007 alla conferenza dei lavoratori e
delle lavoratrici.
•
Valorizzare le esperienze del fare societàSe pensiamo ad una nuova forma dell’adesione e della partecipazione
dobbiamo saper utilizzare anche nuovi strumenti. L’obiettivo della
costruzione dell’alternativa dal basso, materializzato nell’esperienza
dei movimenti, deve contaminare anche il partito nella ricerca costante
di farsi società, di articolarsi anche in strutture e spazi sociali.
Dare vita ad una associazione, costruire un progetto di cooperazione
internazionale, saper trasformare lo spazio vuoto di un circolo in uno
vivo, occupare un centro sociale, organizzare un comitato su una
vertenza territoriale o una rete di mediattivisti: sono solo alcune
delle esperienze di sperimentazione e autorganizzazione che il partito
tutto deve assumere come centrali e non semplicemente come accessorie.
Il punto di partenza di questo ragionamento non può non essere la
valorizzazione delle esperienze di questo tipo che nel partito esistono
già, con l’obiettivo di favorirne la moltiplicazione e la capacità di
contribuire alle scelte politiche del partito.
17
•
Impedire la degenerazione elettoralistica.Vanno assunte concrete misure di carattere statutario e regolamentare
concrete per impedire il riprodursi e l’estendersi di comitati elettorali, di
spese personali e/o personalistiche durante le competizioni elettorali che
possono rappresentare elementi di smarrimento della nostra diversità e di
sussunzione dentro la logica della politica che si fa penetrabile da lobbies e
poteri economici esterni.
•
Impulso alla democraziaCiò riguarda scelte bene precise: votazioni democratiche per la scelta dei
gruppi dirigenti e delle candidature, sulle scelte di merito nazionali e locali,
pratica costante del coinvolgimento dei gruppi dirigenti larghi, centrali e
territoriali e degli iscritti alle scelte, utilizzo degli strumenti previsti dallo
Statuto, compreso il ricorso al referendum, nuova trama di relazioni tra
centro e territori, decentramento di funzioni e decisioni. Occorre estendere
la pratica del voto individuale e segreto nelle elezioni degli organismi
dirigenti.
Maggiore pubblicità del dibattito degli organismi dirigenti a tutti i
livelli con l’obiettivo di favorire la circolazione orizzontale delle
informazioni che contribuiscono ai processi decisionali, anche
attraverso un utilizzo costante degli strumenti tecnologici della
democrazia telematica, oltre che degli strumenti classici su carta
stampata: giornale, fogli di informazione, lettere.
La democrazia riguarda anche le modalità e i tempi di svolgimento della
vita democratica dentro il partito, che devono essere tali da non essere
oggettivamente impedenti la partecipazione. Dare tempi certi alle riunioni,
evitare il loro appesantimento, evitare interventi ripetitivi o sviare
dall’ordine del giorno previsto può contribuire a dare un “senso” anche
rispetto al tempo che ognuno può o vuole dedicare alla politica.
Interventi, in presenza di situazione di difficoltà interna o di crisi, da parte
dei livelli centrali del partito sui livelli territoriali, devono essere operati
dagli organismi politici e dagli organismi esecutivi nella loro interezza e, se
del caso, affidati agli organismi di garanzia.
Il rafforzamento della capacità di iniziativa esterna del partito, su scala
ampia e coordinata, richiede che i dipartimenti di organizzazione assumano
a questo proposito un ruolo fondamentale.
6. L’autonomia del PRC
Abbiamo costruito Rifondazione Comunista quando sembrava impossibile,
allorché si affermava come la storia fosse finita, che l’unico orizzonte possibile
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fosse quello della globalizzazione capitalistica, che l’unico obiettivo praticabile
fosse quello di un temperamento degli effetti prodotti dalla sua forza arrembante.
Non intendiamo rinunciare a Rifondazione Comunista oggi che neoliberismo e
guerra hanno prodotto una crisi lacerante e che il tema della trasformazione ha
trovato una nuova attualità dentro l’onda lunga dei movimenti.
L’autonomia politica, culturale e organizzativa di Rifondazione Comunista è un
valore per l’oggi e per il domani.
Questa autonomia non si tramanda attraverso una statica continuità.
Senza una innovazione profonda e radicale, anche delle modalità dell’agire
politico e delle sue forme di relazione, l’autonomia diviene autoreferenzialità e
afasia.
Non è stato agevole il nostro cammino.
Abbiamo attraversato fasi drammatiche che hanno messo a rischio l’esistenza
stessa del Partito.
Questa lotta ha attraversato due fasi principali.
Il tentativo di impedire la nascita e la crescita di una forza comunista radicata
nella società e influente nel quadro politico. Questo obiettivo è stato sostenuto
anche con i tentativi di modifica del sistema elettorale in modo da rendere
impraticabile il tentativo di scalare la rappresentanza istituzionale
Il tentativo di cancellare l’autonomia politica e culturale del Partito, forzandola
dentro la gabbia del quadro politico assunto come vincolo esterno.
Questa è stata la fase della rottura del 1998 e quella immediatamente successiva.
Questi pericoli non sono fuori dalla possibilità di riproporsi.
Si riaffaccia la tentazione della scorciatoia della modifica del sistema elettorale in
senso radicalmente maggioritario.
Il pericolo di una sussunzione del partito, a livello dei governi territoriali e in
quello nazionale, dentro una logica che privilegia le compatibilità del quadro delle
alleanze rispetto ai contenuti di cambiamento, così come il prevalere del potere di
condizionamento delle posizioni di governo e di ruoli connessi a questa funzione,
sono sempre incombenti senza la pratica dell’autonomia, dell’indipendenza del
partito e dei movimenti dal governo, l’affermazione della prevalenza delle
decisioni dentro al partito e la critica radicale a chi pretende di praticare la
separatezza dei gruppi istituzionali.
Noi ci battiamo con grande forza contro il possibile riproporsi di questi pericoli.
Al tempo stesso, pensiamo che, dentro il campo plurale delle sinistre, oggi si possa
aprire una nuova fase: quella del riconoscimento di una sfida di lungo periodo
sull’idea di società e sulle soluzioni alle grandi contraddizioni prodotte dal
neoliberismo e dalla guerra.
Una sfida che parte dal riconoscimento della reciproca legittimità dei progetti
messi in campo e che, proprio per questa ragione, può consentire di attraversare
fasi di collaborazione e di alleanza dentro la lotta mortale contro le destre e il
precipitare dentro il conflitto di civiltà.
Sinistra Europea e Partito democratico sono le due ipotesi in campo dentro questa
competizione.
19
Senza la linea che ha segnato la stagione politica di Rifondazione Comunista:
l’innovazione di cultura politica, la centralità del rapporto con i movimenti, la
pratica dell’autonomia che permette di non considerare dentro il campo delle
sinistre e in quello democratico, l’altro come un alleato o un nemico pregiudiziale,
quelle sfide non sarebbero state vinte.
E’ l’innovazione prodotta in questi anni da Rifondazione Comunista e l’originalità
della sua linea politica che ci permettono oggi di proporci un’ipotesi più
ambiziosa: un’alleanza plurale, dentro una comune ispirazione di cultura politica e
di pratica di movimento.
7. L’onda lunga dei movimenti
La storia non è finita. La pretesa della globalizzazione capitalistica di poter essere
considerata l’approdo della storia umana, l’assetto definitivo della società,
l’illusione delle magnifiche sorti dello sviluppo senza contraddizioni, sono in crisi.
Tutto il mondo delle idee, dei valori, delle conseguenti politiche economiche e
sociali, il sistema delle relazioni internazionali hanno perso la loro spinta
propulsiva, la loro capacità di attrazione e convincimento, il loro essere egemoni.
Travolto dal fallimento delle sue ricette presentate come verità dogmatiche, il
neoliberismo smarrisce la sua capacità di ammaliare governi e popoli.
Il neoliberismo in crisi, però, non è meno pericoloso.
Nella sua fase di ascesa cercava di travolgerci come un ostacolo frapposto alla sua
avanzata. Nella sua crisi, rischia di seppellirci con le macerie prodotte dal suo
fallimento.
Analogamente, con la teoria e la pratica della guerra preventiva. Il suo fallimento
è evidente: il terrorismo è più forte ed esteso di prima, laddove si è esportata la
guerra, non solo si è prodotta morte e distruzione, ma neppure si è determinata
alcuna pacificazione, anche se imposta con le armi. Anzi, è avvenuto il contrario: i
conflitti si ampliano, l’instabilità cresce. L’espressione “hanno fatto un deserto e
l’hanno chiamata pace” non si applica alla guerra preventiva degli USA. Il deserto
provocato crea nuovi e più estesi fuochi.
Un mondo è in crisi per i fallimenti provocati ma la sua crisi è anche prodotta e
amplificata perché un mondo nuovo è in cammino, un mondo annunciato
dall’irrompere dei nuovi movimenti contro la globalizzazione capitalistica in
questo nuovo secolo.
Questi movimenti hanno colto il cuore della contraddizione: lo spostamento delle
decisioni in organismi ademocratici, sopranazionali, apparentemente tecnici.
Hanno fatto leva sulle forze possibili del cambiamento, determinando un terreno
fecondo per una nuova unificazione: le medesime politiche sono responsabili sia
dell’ampliarsi delle disuguaglianze, dell’aumento della povertà e dello
sfruttamento del Sud del mondo che dello smantellamento del sistema delle
garanzie sociali e delle tutele del lavoro nel Nord del mondo.
20
Questi movimenti hanno posto il tema della sottrazione al dominio del mercato di
beni indisponibili alla logica della mercificazione e del profitto, hanno posto, cioè,
il tema di un nuovo spazio pubblico e collettivo, il grande tema dei beni comuni.
Rifondazione Comunista ha deciso di essere interna a questo processo e di essere
quindi partecipe di questo movimento mondiale.
Privatizzazioni, liberalizzazioni dei servizi pubblici, abbassamento dei livelli di
protezione sociale sono connessi dalla stessa logica alla distruzione delle colture
tradizionali, ai tentativi di rottura delle resistenze comunitarie, alla proprietà di
brevetti che impongono monocolture e favoriscono l’arbitrio di una riduzione in
una condizione servile che altro non è che una moderna forma di schiavitù.
Un vecchio mondo è in crisi perché un nuovo mondo è in cammino, un mondo
possibile e necessario ma non necessitato.
Il rischio della precipitazione nell’oscurità di un sistema di dominio sociale e nel
baratro della guerra non è fuori dalle possibilità di questo mondo.
La novità annunciata dall’onda lunga dei nuovi movimenti è che la contesa è
aperta.
8. La Sinistra Europea
L’Europa è la dimensione minima da scalare per rendere credibile ed efficace il
progetto di fondo della costruzione di una alternativa di società. E’ l’idea di un
percorso per una fuoriuscita dalla gabbia del neoliberismo e dal precipizio della
guerra non nell’empireo di una aspirazione intellettuale ma nel concreto di un
processo reale, capace cioè di parlare alla storia, alla cultura, al sistema complesso
delle relazioni sociali che in Europa si sono sedimentate in questi decenni dentro
un processo complesso e contraddittorio.
Il Partito della Sinistra Europea è nato come un tentativo concreto in questa
direzione e l’esperienza avviata in questi due anni di vita, parla di una sua
affermazione come novità politica che parla all’Europa intera.
La sua medesima composizione parla di una innovazione: una costruzione fondata
non sulla fissità di una presunta ortodossia ma, invece, sull’apertura di cultura
politica e sulla discriminante dell’internità ai movimenti.
Il Partito della Sinistra Europea è l’unica forza in Europa che ha assunto posizioni
unitarie su temi discriminanti come la guerra e il Trattato Costituzionale liberista.
E’ proprio grazie a questa operazione politica che il no al Trattato ha assunto un
carattere fortemente di sinistra, specialmente laddove, come in Francia, esso è
stato sottoposto al voto popolare.
Sulla spinta dell’esperienza politica del Partito della Sinistra Europea si sono
determinate le condizioni che hanno permesso la nascita di nuovi soggetti politici
della sinistra di alternativa, la cui forza e la cui credibilità sono cresciuti
moltissimo, come è il caso della Linke in Germania.
E’ questa originale esperienza sovranazionale che ha aiutato in maniera decisiva la
possibilità di determinare una interlocuzione positiva tra movimenti,
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organizzazioni del mondo del lavoro, associazioni e comitati che si battono per la
tutela dei beni comuni con la politica a livello europeo, come è stato nella
vicenda, per molti versi emblematica, della Direttiva Bolkestein.
Questa connessione si comincia a costruirla anche su altre vicende cruciali, come
quelle che riguardano i diritti dei migranti, l’antiproibizionismo, lo stato sociale,
un nuovo spazio pubblico europeo.
Uscire dalla strettoia della sola resistenza contro l’aggressione delle politiche
neoliberiste per affrontare il tema dell’efficacia delle lotte e della loro capacità di
incidenza anche nelle scelte delle istituzioni europee e dei governi, pone il tema di
una nuova politica che sappia interloquire con la crescita dei movimenti e
connettersi con essi.
La Sinistra Europea è la soggettività nata per rispondere a questa esigenza politica.
Una Sinistra Europea che sappia dialogare con le altre esperienze nel mondo, in
primo luogo la Sinistra Latino Americana, che stanno sperimentando forme
autonome ed originali di fuoriuscita dal modello neoliberale.
Il Partito della Sinistra Europea è la soggettività politica che in Europa esprime
l’ispirazione della costruzione di un nuovo mondo possibile, di un’altra Europa.
9. La Sinistra Europea e Sinistra di Alternativa
La decisione di costruire ed essere parte costitutiva del Partito della Sinistra
Europea è stata già assunta dal nostro partito durante impegnativi dibattiti
congressuali che hanno visto una discussone ampia e serrata, anche con il
confronto tra posizioni tra loro differenti.
Non si tratta di mettere alle spalle la discussione avuta o cancellare le differenze.
Il passo in avanti che proponiamo consiste nel passare dal “se” fare la Sinistra
Europea, al “come” tradurre quella ispirazione nella concreta esperienza politica e
sociale dell’Italia.
Pensiamo che questa discussione debba coinvolgere tutto il partito in un confronto
e una ricerca unitari.
Vogliamo tradurre nella realtà del nostro Paese, la necessità di una soggettività
politica che esprima il nuovo europeismo popolare di sinistra.
La Sinistra Europea è il progetto con il quale ci proponiamo di compiere un salto
(nei consensi, nell’incidenza dentro la società, nella capacità di crescere).
Abbiamo questa possibilità perché abbiamo resistito in questi anni e siamo una
forza essenziale per il cambiamento.
Abbiamo questa possibilità perché gli altri ci riconoscono come una forza non
nostalgica, che si è messa in discussione e si è rinnovata.
Ha innovato la sua cultura politica in un rapporto di internità con i nuovi
movimenti, come con l’assunzione della nonviolenza come scelta del proprio agire
politico.
Per questo abbiamo lanciato il progetto della costruzione di un nuovo soggetto.
Nuovo, innanzitutto, rispetto alla forma partito.
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Noi proponiamo un esperimento concreto nella direzione di una innovazione delle
forme dell’agire politico.
Non proponiamo un assemblaggio di gruppi dirigenti di partito e /o grandi
associazioni, non chiediamo ad altri di essere cooptati dentro Rifondazione
Comunista, non vogliamo sciogliere il PRC.
Parliamo di un doppio superamento: il superamento dell’idea che una soggettività
politica si costruisce o per scioglimento, scissione e ricomposizione, oppure
attraverso la semplice cooptazione di pezzi dentro la forza più grande; il
superamento della divisione dei ruoli tradizionale per la quale ai movimenti
spetterebbe la radicalità di un interesse particolare per consegnare poi il testimone
al partito cui spetterebbe la mediazione dentro un ipotetico interesse generale.
Pensiamo a una proposta che faccia esprimere la molteplicità dei soggetti
interessati alla prospettiva della sinistra europea senza ridurli a uno e, al tempo
stesso, garantisca l'unitarietà del profilo culturale e politico, una proposta che
permetta una relazione paritetica tra organizzazioni complesse e strutturate su
tutto il territorio nazionale e organismi semplici, presenti in un solo territorio
(comitati, associazioni, realtà di base), una proposta, infine, che rifugga il metodo
della semplice sommatoria o la federazione di ceti politici.
Noi pensiamo alla Sinistra Europea come una struttura di carattere confederale, a
rete e policentrica, secondo una maglia di nodi: una maglia verticale (sono le
organizzazioni strutturate sul territorio) e una maglia orizzontale, la costruzione di
"case della Sinistra Europea" che si costituiscono nelle città.
Ogni organizzazione verticale e strutturata, dentro questa ispirazione confederale,
mantiene la propria autonomia e la propria identità e le strutture orizzontali, cui
tutti partecipano, possono rappresentare, assieme, il livello di coordinamento e di
unificazione dentro esperienze partecipative vere che partono dalle esperienze
reali.
Abbiamo proposto, quindi, un patto tra differenti che si riconoscono pari dignità
dentro una ispirazione comune di carattere confederale e in cui il consenso
rappresenti il metodo di confronto e di decisione.
10. La fase costituente della Sinistra Europea
Pensiamo a un percorso aperto e partecipato.
Un percorso aperto, in cui non esistono soci fondatori che hanno una primazia o
un diritto acquisito e nel quale tutti coloro che vorranno aderire lo faranno con
uguale dignità e uguale rappresentanza.
Un percorso aperto anche nel senso di intrecciare momenti di riflessione comuni e
di vere e proprie relazioni continuative con chi si pone le nostre medesime
domande anche se non intende intervenire come aderente alla costruzione del
nuovo soggetto.
Un percorso partecipato perché sollecita partecipazione, idee e contenuti dal
basso.
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Un percorso partecipato perché ha aperto un processo costituente che mette
assieme organizzazioni e reti nazionali con le esperienze originali del territorio.
La Sinistra Europea non è la risposta a come far pesare la sinistra dentro
l’esperienza di governo perché la sua costruzione guarda ai tempi lunghi della
costruzione dell’alternativa non quelli brevi del passaggio di fase.
La Sinistra Europea non è la risposta al Partito Democratico perché è un progetto
che si fonda sulla propria autonomia, la sua ispirazione è nel movimento dei
movimenti non nella sfera autoreferenziale delle relazioni politiche.
La Sinistra Europea è la modalità con la quale ci proponiamo la costruzione della
sinistra di alternativa in Italia, rifuggendo il metodo della sommatoria dei partiti,
costruendo un altro modo di organizzazione della politica e della rappresentanza.
La Sinistra Europea è un laboratorio ma non si costruisce in laboratorio.
Siamo dentro un conflitto aperto per l’affermazione di una discontinuità nelle
politiche economiche e sociali e in quelle internazionali.
Stiamo conducendo questo confronto con piena autonomia, assumendo una
centralità indiscutibile, realizzando risultati evidenti nella direzione della
discontinuità necessaria.
Ma, questo conflitto non è concluso e non si esaurirà ma accompagnerà tutta la
stagione politica del governo dell’Unione.
Nuove e più impegnative sfide ci attendono. Affermare una discontinuità con le
politiche delle destre e prospettare una alternativa al modello sociale regressivo
che esse propongono è la sfida decisiva.
In questo passaggio di fase, siamo per alternanza contro la tentazione della grande
coalizione; la nostra prospettiva, che già oggi prepariamo dentro un conflitto
aperto, è l’alternativa di società.
Oggi il vero rischio è una curvatura moderata dell’asse politico e culturale del
governo dell’Unione, una sua sussunzione dentro le logiche dettate da una sorta di
“grande coalizione materiale”, un asse tra poteri economici e finanziari, grandi
organi dell’informazione, forze moderate.
Ma il punto che vogliamo affermare, dentro un confronto e un conflitto aperti, è
che questa curvatura moderata, questo prevalere di una logica continuista, dentro
l’orizzonte dettato dalle vecchie logiche fallite del neoliberismo, rappresentano il
“cavallo ruffiano” che permette la rivincita delle destre e preparano la regressione
sociale e democratica che questa consentirebbe.
Noi, al contrario, ci battiamo per un’altra prospettiva.
Ci battiamo per una discontinuità forte, la discontinuità che chiede quella che
definiamo “Unione materiale”, ovvero il tessuto sociale e democratico, le forze del
lavoro e dei movimenti che hanno innervato negli anni scorsi l’opposizione
sociale al governo delle destre e consentito la sua sconfitta, la discontinuità che
chiede con forza il popolo dell’Unione.
La fuoriuscita dalla condizione della precarietà è la linea di fondo che deve
permeare la stagione riformatrice che proponiamo.
24
Pensiamo che sia decisiva la forza di una pressione sociale e di un conflitto che
incida direttamente sulle priorità delle scelte politiche e sull’agenda dell’azione di
governo
L’autonomia e l’indipendenza dei movimenti dal governo sono essenziali per
vincere questa sfida che sarebbe già persa se si smarrisse la forza dell’autonomie
delle lotte, sostituendola magari con una delega al partito amico dentro il governo.
Siamo in una competizione di lungo periodo con la sinistra moderata sul modello
di società e sulle grandi contraddizioni dell’epoca moderna.
La costruzione della Sinistra Europea in Italia non sta fuori questi crocevia che
decidono il futuro prossimo e lontano del Paese e delle sinistre.
Franco Giordano, Marco Assennato, Imma Barbarossa, Sergio Boccadutri,
Giuliano Brandoni, Giacomo Conti, Antonio D’Alessandro, Alberto De
Ambrogio, Walter De Cesaris, Peppe De Cristofaro, Michele De Palma, Roberta
Fantozzi, Gianni Favaro, Francesco Ferrara, Loredana Fraleone, Nicola
Fratoianni, Marco Gelmini, Giulio Lauri, Ezio Locatelli, Ferdinando Mainardi,
Gennaro Migliore, Guido Mozzetta, Roberto Musacchio, Nello Patta, Niccolo’
Pecorini, Elisabetta Piccolotti, Rosario Rappa, Giovanni Russo Spena, Daniela
Santroni, Giacomo Schettini, Massimiliano Smeriglio, Gino Sperandio, Federico
Tomasello, Piero Valleise, Stefano Vinti, Maurizio Zipponi
Roma, 17 dicembre 2007
Il testo del documento approvato e sottoposto alla consultazione, coordinato con gli emendamenti
approvati e che sono stati presentati dai compagni:
Franco Russo, Aurelio Crippa, Enzo Jorfida, Walter Tanzi, Daniela Dioguardi, Elettra Deiana, Rina
Gagliardi, Rosa Rinaldi, Rosa Tavella, Elisabetta...., Donatella Linguiti, Patrizia Poselli, Imma
Barbarossa, Betta Piccolotti, Vincenzo Pillai, Luigi Vinci, Francesco Cirigliano, Mimmo Serrao,
Pino Ciano, Mimmo Caporusso, Alessandro Fucito, Bruno Casati, Claudio GRASSI
Bruno STERI
Alberto BURGIO
Maria CAMPESE
Bianca BRACCI TORSI
Bruno CASATI
Guido CAPPELLONI
....