Il sì alla base un errore politico che pesa sull'identità del governo
di Alberto Burgio e Bruno Steri
su Liberazione del 18/01/2007
La decisione di dare il
via libera alla realizzazione di un vasto complesso militare, destinato a
raddoppiare nell’area vicentina la già consistente dotazione di armamenti e
truppe Usa della base di Ederle, è grave e di enorme portata politica. Si tratta
certamente di un passo che comporta pesanti effetti (del tutto negativi) sul
piano della tenuta «urbanistico-ambientale». Ma – lo diciamo senza incertezze né
alcuna remora – non è certo questo, come invece pretenderebbe il presidente
Prodi, l’unico aspetto della questione, né il più rilevante.
L’eventuale apertura di una nuova base nell’area dell’aeroporto Dal Molin
investirebbe l’identità politica generale del governo. Niente di più e niente
meno. Poiché determinerebbe un salto di qualità del potenziale bellico
statunitense dislocato nel nostro Paese, entrando clamorosamente in rotta di
collisione non soltanto con gli obiettivi enunciati nel programma dell’Unione
(che prefigurava una «ridefinizione delle servitù militari attraverso una
Conferenza nazionale» di cui non si è ancora vista ombra) ma, più in generale,
con l’impegno più volte ribadito da governo e parlamento a contribuire ad
invertire la devastante rotta bellica tenuta in questi ultimi anni e ad operare
per la costruzione di un’Europa di pace.
Stiamo all’essenziale, cioè a quanto esplicitato sin dal marzo del 2006 dal
generale James L. Jones, comandante delle forze Usa in Europa. L’apertura della
nuova base chiesta dal Pentagono non concerne l’ordinaria riorganizzazione di
una brigata militare. L’aumento degli effettivi da 2600 a 4400 previsto per la
173° Brigata “Airborne” (attualmente ospitata nella base di Vicenza-Ederle) si
accompagnerebbe al potenziamento delle infrastrutture e del materiale bellico
connesso a sua volta alla trasformazione della Brigata in Squadra di
combattimento (Combat Team). Ciò significa che l’unità di stanza a Vicenza
diverrebbe uno dei soli tre vettori bellici Usa in tutta Europa e, tra questi,
l’unica unità aviotrasportata e la sola forza di risposta rapida alle dipendenze
del Comando europeo, destinata a rendere operative le future proiezioni militari
statunitensi in direzione dell’area caucasica e del Caspio, del Medio Oriente,
del continente africano.
Non basta. La decisione annunciata dal presidente del Consiglio (che ci
auguriamo vorrà riflettere sulla gravità dei rischi che essa comporta) cade in
un momento cruciale delle relazioni internazionali, segnato dalla catastrofe
irachena, dal disastro afgano, dal tragico perdurare del conflitto
israelo-palestinese e da una sempre più grave crisi iraniana. Se non vogliamo
nasconderci la verità, la nuova base diverrebbe il trampolino di lancio per una
forza di aggressione puntata su un’area del mondo in cui si trovano 91 Paesi. E
questo in un momento in cui la leadership americana non fa mistero di puntare
sulla guerra preventiva e permanente – cioè su una initerrotta sequenza di nuove
guerre – per puntellare il proprio sistema internazionale di potenza. E a tal
fine pianifica una escalation in Iraq (verso cui proprio da Vicenza partirono
nel marzo del 2003 le prime unità aviotrasportate); prevede una durevole
occupazione militare dell’Afghanistan; decide in totale autonomia i
bombardamenti sul Corno d’Africa e verifica la fattibilità di aggressioni
nucleari a danno dell’Iran. Di questo si tratta, altro che di una questione di
natura urbanistico-territoriale! Abbiamo otto basi americane in Italia, e già
tre (Camp Darby, Sigonella e Aviano – dove gli americani hanno torturato Abu
Omar – sono state ampliate di recente). Adesso si progetta il raddoppiamento di
Vicenza. Dopodiché ci si spieghi che cosa rimane di quel dialogo
euro-mediterraneo di cui si parla – dovremmo dire: con macabro umorismo – nel
già ricordato Programma dell’Unione.
Bush sta pagando le proprie politiche criminali sul piano della credibilità nel
suo stesso Paese: com’è possibile che proprio adesso l’Italia venga in suo
soccorso ponendo il Paese a disposizione per le nuove guerre americane? E com’è
possibile che un governo eletto anche per chiudere la vergognosa stagione del
vassallaggio filo-atlantico imposto da Berlusconi si precipiti a subire il
diktat di Vicenza, decretando la militarizzazione di una città e di un
territorio già sfigurati dalla presenza militare americana?
Romano Prodi ha dichiarato che non sta al governo decidere sulla nuova base e
che il governo si era «impegnato a seguire il parere della comunità locale»:
vuol forse dire che spetta a una Giunta comunale assumere decisioni-chiave sulla
politica estera del Paese? Vuol forse dire che quel 70% dei vicentini che hanno
ripetutamente manifestato in questi mesi contro il progetto della nuova base
sono dei paria, esclusi dalla «comunità locale» degna di ascolto?
Riteniamo inaccettabile la scelta annunciata e chiediamo al governo di
correggerla. A sessant’anni dalla fine della seconda Guerra Mondiale e a
quindici dallo scioglimento del Patto di Varsavia, non solo non si avvia una
ridefinizione della presenza militare straniera in Italia – realisticamente
auspicata anche da osservatori non certo estremisti come Sergio Romano – ma si
persiste nel piegarsi servilmente ai diktat di un establishment statunitense
giunto ai minimi storici negli indici di gradimento della sua stessa opinione
pubblica. Tutto ciò mentre si avvicina il voto sull’Afghanistan e all’indomani
di una Finanziaria che ha moltiplicato gli stanziamenti a favore della Difesa e
dell’industria militare. Abbiamo fatto presente tutto questo ieri in una
interpellanza parlamentare. Il governo ha replicato promettendo di fornire al
Parlamento, entro la prossima settimana, una informativa circostanziata. Lo
prendiamo in parola e attendiamo le sue risposte, ma soprattutto confidiamo
nella consapevolezza dei rischi generati dalla decisione annunciata a Bucarest
dal presidente Prodi. Non ci vuole grande immaginazione per capire che siamo a
un passaggio delicato e gravido di pericoli nella vita di questo esecutivo.