SCHEDA STORICA DELLA PALESTINA
La
terra che genericamente viene chiamata Palestina, e che corrisponde più o meno
agli attuali Israele e Giordania Occidentale, delimitata a Nord dal Libano e a
Sud dal triangolo del Sinai, è stata oggetto di conquista da parte di molti
popoli nell'arco di tutta la storia conosciuta. Le prime
informazioni che abbiamo sono attribuibili alla Bibbia, anche se ben poche
delle medesime hanno finora trovato riscontro nelle ricerche archeologiche. (Nè
ne sono state peraltro contraddette).
Nel
63 a.C. la Giudea venne conquistata
dalla armate di Pompeo, e divenne provincia dell'Impero Romano.
A
seguito della pubblicazione del libro del giornalista viennese Theodore Hertzl,
"Der Judenstaat" (Lo stato ebraico), si tenne a Basilea,
nel 1897, il primo Congresso
Sionista, con lo scopo di discuterne collettivamente la proposta. Hertzl
partiva dal presupposto dell'impossibilità per gli ebrei di venire assimilati
dalle varie culture che li ospitavano nel mondo, e voleva la creazione di uno
stato apposito, in cui essi potessero convivere senza trovarsi necessariamente
ai margini della società. 
Ed infine vi fu la "Dichiarazione Balfour", che impegnava l'Inghilterra ad un appoggio formale del movimento sionista nel perseguimento dei suoi obbiettivi.
Questa dichiarazione ha da sempre diviso gli storici, poichè da una parte
non contiene alcun riferimento specifico ad uno "stato" ebraico, dall'altro
pone come condizione inderogabile il rispetto dei diritti civili e religiosi
degli abitanti del luogo. E' indirizzata a Lord Rotschild, leader della
comunità ebraica a Londra.
The Balfour Declaration
November 2nd, 1917
Dear Lord Rothschild,
I have much pleasure in conveying to you, on behalf of His Majesty's Government, the following declaration of sympathy with Jewish Zionist aspirations which has been submitted to, and approved by, the Cabinet:
His Majesty's Government view with favour the establishment in Palestine of a national home for the Jewish people, and will use their best endeavours to facilitate the achievement of this object, it being clearly understood that nothing shall be done which may prejudice the civil and religious rights of existing non-Jewish communities in Palestine, or the rights and political status enjoyed by Jews in any other country.
I should be grateful if you would bring this declaration to the knowledge of the Zionist Federation.
Yours,
Arthur James Balfour
Le sarei grato se volesse portare a conoscenza della Federazione Sionista questa dichiarazione.
Vostro
Arthur James
Balfour
Fra il 1920 e il
1930, durante il mandato britannico,
decine di migliaia di ebrei emigrarono in
Palestina. Le autorità censirono, nel 1922,
l'11% di popolazione ebraica su un totale di 750.000 abitanti, e ai primi
fermenti di guerra, nel '37, vi erano
circa 300.000 ebrei che si erano già insediati in Palestina.
Vari episodi di violenza si registrarono già in quegli anni,
come ad esempio gli scontri dell'Agosto del '29,
che videro oltre centi morti per parte. Quelli palestinesi quasi tutti per mano
della polizia britannica.
Nel 1936 si arrivò addirittura ad uno sciopero generale dei palestinesi, che protestavano per le continue azioni terroristiche [il termine è usato correttamente] da parte di gruppi sionisti armati, come l'Irgun Zvai Leumi, che agivano con il dichiarato scopo di "liberare la Palestina e la Transgiordania" (la Giordania attuale) con la forza.
Iniziano nel 1937 dieci anni cruciali, in cui vengono in luce e si
cristallizzano tutti gli elementi che saranno poi alla base dei maggiori
problemi odierni.
Nel Luglio del 1937 una commissione
britannica, capeggiata dal Segretario di Stato delle Indie, Lord Peel,
raccomandò la spartizione delle terre in due stati, uno israeliano (un terzo
delle terre circa, comprensivo della Galilea e della pianura costiera) ed un
arabo.
I palestinesi respinsero questa idea, e chiesero invece un
arresto dell'immigrazione, con l'implementazione di adeguate misure di
protezione per le minoranze all'interno di un unico stato comune.
Il rifiuto inglese portò ad un ritorno della violenza, finchè
le proteste furono definitivamente schiacciate con la forza dall'esercito
britannico.
WHITE PAPER
Con
l'avvicinarsi della guerra, aumentò sensibilmente il ritmo di immigrazione degli
ebrei, che provenivano soprattutto dall'Europa Centrale, e che iniziò a mettere
a rischio l'intero equilibrio del ciclo produzione/sostentamento nella regione.
Nel Maggio del
1939 il governo Britannico pubblicò il
Documento Parlamentare 6019, noto come "White Paper", con il quale intendeva
porre un limite all'affluenza ormai indiscriminata verso Israele. Nonostante
questo, intere navi cariche di immigranti viaggiavano di notte, sottocosta,
cercando di superare il blocco navale inglese, per poi accostare alla prima
spiaggia libera e scaricare letteralmente fuori bordo centinaia di persone alla
volta.
Quelli che venivano arrestati
finivano in campi di internamento costruiti appositamente dagli stessi inglesi.
GUERRA MONDIALE
Durante la guerra, i vari
gruppi armati sionisti si unificarono e riorganizzarono sotto la guida di Irgun,
con l'intento di rivolgere contro gli stessi inglesi la loro lotta di
"liberazione del territorio". Alla loro guida nel frattempo era stato eletto un
uomo che trent'anni dopo, nelle vesti di Primo Ministro di Israele, avrebbe
firmato uno storico trattato di pace con l'Egitto di Anwar el Sadat: Menachem
Begin.
"RIVOLTA" SIONISTA E SPACCATURA
Fu
sotto la guida di Begin che nel Gennaio 1944
i sionisti dichiararono ufficialmente una "rivolta" contro il
governatorato inglese.
Questo portò ad una prima,
storica spaccatura all'interno della leadership ebraica, che vide da una parte i
membri del Yishuv, l'Agenzia Ebraica che rappresentava ufficialmente gli
interessi di quel popolo nel mondo, che sosteneva una via legalistica
all'acquisizione del territorio, e dall'altra appunto Irgun, che usando invece
tattiche molto simili a quelle dei terroristi odierni, diede inizio ad una serie
di attentati contro i centri nevralgici dell'amministrazione britannica.
Nella foto sotto a sinistra
vedete quello che rimase della sede dell'Intelligence britannica. Al centro
l'ufficio delle imposte. Ma l'attenato più noto fu certamente quello del King
David Hotel di Gerusalemme (foto a destra), che fu portato a termine da sei
membri dell'Irgun travestiti da arabi. Nell'attentato morirono quasi cento
persone, e le lunghe diatribe riguardo al fatto che gli attentatori avessero
avvisato o meno la direzione dell'Hotel, mezz'ora prima dell'esplosione,
rimasero per sempre insolute.

LE NAZIONI UNITE
Alla fine della guerra la
situazione era ormai giunta al limite, con arabi contro ebrei, inglesi contro
arabi, ebrei contro inglesi, ma anche ebrei contro ebrei, con gli stessi leader
Yashuv che temettero per un momento una vera e propria guerra civile.
L'Inghilterra si vide così costretta a rimettere la delicata questione nelle
mani delle Nazioni Unite, che erano da poco nate dalle ceneri della stessa Lega
delle Nazioni che le aveva assegnato il mandato venticinque anni prima.
Nel frattempo gli scontri fra palestinesi ed ebrei si
facevano sempre più gravi, col confluire in Palestina di nuove ondate di ebrei
sopravvissuti alla Shoah, oltre a quelli che avevano risposto all'appello del
sionismo da ogni altra parte del mondo.
Un Comitato Speciale delle Nazioni Unite tornò a proporre una
spartizione della terra, che prevedeva la creazione contemporanea dello Stato di
Israele. Il piano (nella cartina sotto a sin.), che assegnava il 57% delle terre
agli ebrei (giallo) ed il 43 agli arabi (grigio), con Gerusalemme (bianco) sotto
controllo internazionale, fu accettato dai primi, ma respinto dai secondi. Va
notato che i palestinesi non facevano direttamente parte delle Nazioni Unite, e
dovevano quindi farsi rappresentare dai delegati dei confinanti paesi arabi
(arancione).
IL
PIANO UFFICIALE DI SPARTIZIONE
Il 29 Novembre 1947 il
piano fu sottoposto al voto dell'Assemblea Generale, che emise la storica
risoluzione 181, con 33 paesi a favore,
13 contrari, e 10 astenuti.
L'Inghilterra annunciò l'intenzione di restituire il mandato
il 15 Maggio del 1948. Ma i fermenti
provocati dalla decisione ONU esplosero molto prima di quella data, precipitando
la regione in uno stato di caos, e mettendo gli inglesi in serie difficoltà: da
una parte, neltentativodidomare la rivolta, il numero dei morti fra i loro
soldati continuava a salire, dall'altra si facevano sempre più forti le
pressioni da parte degli Stati Uniti per permettere l'immigrazione ad un numero
ancora maggiore di ebrei. Ora in chiaro contrasto con l'Inghilterra, sembrava
essere passato decisamente agli USA il ruolo di sostenitori della causa
sionista.
Le prime operazioni sistematiche di "pulizia" - così definite da loro stessi - furono intaprese dai sionisti contro i palestinesi nel Dicembre del 1947.

NASCE LO
STATO DI ISRAELE
Il 9 Aprile 1947 le
milizie di Irgun e Lehi massacrarono l'intera popolazione del villaggio di
Deir Yassin. La notizia si sparse in fretta dappertutto, ed i palestinesi
iniziarono a fuggire in massa verso il Libano a Nord, la Cisgiordania ad Est,
e l'Egitto a Sud del paese.
Il 14 Maggio 1947 veniva proclamato a
Tel Aviv il nuovo stato di Israele, mentre gli ultimi reparti di soldati
inglesi lasciavano in fretta e furia il territorio. I palestinesi ricordano
quella data come "al-Nakba", che significa "La
Catastrofe".
Le forze israeliane, assistite dai gruppi militanti di Irgun e Lehi, si
impadronirono immediatamente del territorio a loro assegnato, appropriandosi
anche di sostanziose porzioni destinate invece ai Palestinesi. In poche gli
israeliani controllavano l'intera Galilea, il Negev, Gerusaslemme Ovest, e
buona parte delle pianure costiere.
Il giorno seguente gli eserciti di Giordania, Siria, Egitto, Libano e Iraq
attaccarono Israele, ma furono sconfitti con relativa facilità dalla
superiorità militare israeliana. Si venne così ad un armistizio, i cui confini
(cartina sopra a destra) ricalcavano da vicino quelli del precedente Mandato
Britannico. La differenza più vistosa era costituita dalla striscia costale di
Gaza, che andava agli egiziani, e la Cisgiordania (West Bank) con Gerusalemme
Est, che passava sotto il diretto controllo della Giordania.
In altre parole, da un punto di vista geografico, Israele aveva sostituito in
pieno gli inglesi nel controllo dell'intero territorio palestinese, fatto
salvo per quelle zone - Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est - che avrebbe poi
invaso in seguito.
GLI
ANNI DI ARAFAT
Nel 1959 Yassir Arafat, un palestinese nato in Egitto, fondava in Kuwait un'organizzazione segreta chiamata Al Fatah, a nome della quale, nel 1964, dichiarava la lotta armata contro Israele.
Nello stesso anno i paesi arabi, nel tentativo di tenere sotto controllo il popolo palestinese, creavano il PLO (Palestinian Liberation Organization). Ma i palestinesi, che fino ad allora erano stati spettatori passivi degli scontri fra arabi ed israeliani, ambivano a quel punto ad agire indipendentemente. E nel 1968, quando Al Fatah ed Arafat inflissero gravi perdite all'esercito israeliano nella località di Karameh, in Giordania, i palestinesi ritrovarono il lui il loro leader naturale.
Nel 1969 Arafat veniva acclamato
presidente del PLO a furor di popolo.
GUERRA DEI
SEI GIORNI Nel
frattempo la mappa del territorio era ancora cambiata. Nel
1967 vi era stata la
guerra-lampo, o "Guerra dei sei giorni", in cui le armate di Moshe Dayan
avevano facilmente sconfitto quelle egiziane, dopo averne distrutto a
terra, in un attacco a sorpresa, buona parte dell'aviazione. I nuovi
confini di Israele presentavano ora un territorio quasi raddoppiato, che
andava della rive del Mar Rosso (penisola del Sinai), fino alle Alture
del Golan (Siria), e comprendeva la Cisgiordania e la città di
Gerusalemme.Un altro mezzo milione di palestinesi era stato nel frattempo sradicato dalle proprie abitazioni, e si era andato a riversare nei già ribollenti campi profughi dei vicini paesi arabi. Le Nazioni Unite emettevano allora la
famosa risoluzione 242 - vero e
proprio oggetto del contendere, a partire da quel giorno - che
sottolineava "the inadmissibility of the
acquisition of territory by war", l'inammissibilità di acquisizione
di territori con la guerra, e chiedeva il "withdrawal
of Israeli armed forces from territories occupied in the recent conflict",
il ritiro delle forze armate israeliane dai territori occupati nel recente
conflitto. Ciò non sarebbe avvenuto. |
GUERRA DELLO YOM KIPPUR
Sei anni dopo, nel 1973, Egitto e Siria si lanciarono alla riconquiesta
dei territori perduti, in quella che fu definita la "Guerra dello Yom Kippur".
Inizialmente gli arabi ebbero la meglio, ma la reazione israeliana, grazie anche
ad una notevole iniezione di armamenti da parte degli Stati Uniti, portò le
armate di Tel Aviv a conquistare ancora più territorio di quello che già avevano
in Siria, oltre alla sponda occidentale del Canale di Suez.
A quel punto intervenne l'ONU che impose, con la altrettanto nota risoluzione
338, la sospensione dei combattimenti e l'obbligo per le parti di cercare un
accordo per una pace duratura.
Nel frattempo era scesa in campo l'Arabia Saudita, che aveva messo in ginocchio
l'occidente scatenando la crisi del petrolio del 1973, grazie ad un criterio di
vendita che discriminava apertamemte - con prezzi più o meno di favore - fra
"nemici" ed "amici " di Israele.
E' lecito supporre che questa mossa abbia contribuito non poco alla decisione
degli Stati Uniti di appoggiare vigorosamente la risoluzione 338.
IL PATTO CON WASHINGTON
Ormai già da anni il petrolio aveva focalizzato l'attenzione dei grandi
sul Medio Oriente, e vi erano stati svariati incidenti - come quello del 1969 in
cui Israele abbattè "per sbaglio" quattro caccia russi - che avevano fatto
intravvedere la possibilità di uno scontro diretto fra Russia ed America. Si
era, dopotutto, in piena guerra fredda.
Gli schieramenti, che si erano andati delineando nel tempo, vedevano a quel
punto la Russia apertamente schierata con i paesi arabi, gli Stati Uniti
altrettanto con Israele, mentre Francia ed Inghilterra si barcamenavano in una
poco credibile posizione di "neutralità". Fu in questo periodo che Israele
ottenne dagli Sati Uniti la tacita garanzia di una protezione contro l'obbligo
di implementare la 242. Iniziò così il sempre più sistematico uso del diritto di
veto che gli Stati Uniti ancora oggi esercitano, nel Consiglio di Sicurezza,
contro ogni mozione che vada a chiaro discapito dello stato amico.
Con gli enormi interessi sul petrolio a far da ago della bilancia, nacque anche
la tendenza, fra gli stati europei, a prendere posizioni sempre più ambigue, e
non certo utili alla stabilizzazione della regione. Chi ci andava di mezzo,
ancora un volta, era il popolo palestinese, nuovamente escluso da lotte e
interessi decisamente più grandi di loro.
Nel frattempo la lunga battaglia di Arafat con Israele era culminata, nel 1972,
con l'uccisione di 11 atleti israeliani alle le Olimpiadi di Monaco. A torto o a
ragione, Arafat era riuscito ad imporre all'attenzione del mondo il problema
palestinese.
ARAFAT ALL' ONU
Le Nazioni Unite avevano sancito ufficialmente "il diritto di ogni
popolo che viva sotto occupazione militare straniera, a cercare di
liberare la propria terra con qualunque mezzo a disposizione". Ma nel 1974 Arafat si presentò alle Nazioni Unite, come rappresentante del suo popolo, a porgere il ramo d'ulivo. Proponeva la fine della lotta armata, in cambio di un serio impegno internazionale a risolvere l'intera questione. E alla fine del 1974 il Dipartimento di Stato americano ricosceva ufficialmente, per la prima volta, "the legitimate interests of the Palestinian Arabs must be taken into account in the negotiating of an Arab-Israeli peace", che le legittime aspirazioni degli arabi di Palestina debbano essere prese in considerazione nell'ambito delle trattative di pace arabo-israeliane.
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IL RITORNO DEI SIONISTI
Ma
la prospettiva di una possibile convivenza con i palestinesi non piaceva ai
leader sionisti, che predicavano invece un ritorno all'intero territorio
"biblico". In quel momento si trovavano in netta minoranza nello schieramento
parlamentare, ma non appena il partito Hirut - erede del gruppo d'azione Irgun
del '48, e padre dell'attuale Likud - riuscì ad andare al governo, nel
1977, il lento processo di distensione
iniziato in quegli anni si arrestò bruscanente.
Il primo ministro Menachem Begin, erede del leader sionista Ben Gurion, inaugurò
la politica "dello stato di fatto", tesa all'installazione del maggior numero
possibile di "coloni" nei territori occupati, per rendere sempre più difficile
un ritorno alla situazione di allora. Adducendo motivi di sicurezza, fu per la
prima volta dichiarata apertamete da parte di Israele l'intenzione di non
restituire un solo metro della terra conquistata nel 1967 dal generale Dayan.
L'allora ministro dell'Agricoltura, Ariel Sharon, creò un apposito comitato per
la supervisione delle operazioni di colonizzazione, che avrebbe poi presieduto
fino al 1981.
ANWAR EL SADAT
A sbloccare la sempre più tesa situazione fra arabi e
israeliani fu una mossa a sorpresa del presidente egiziano, Anwar el Sadat, che
si presentò un giorno (1977) di fronte al
parlamento di Tel Aviv, e fece un discorso di apertura che avrebbe portato in
poco tempo all'effettiva pace fra Egitto e Israele.
Forse fu solo una coincidenza, ma nel frattempo alla presidenza americana era
salito Jimmy Carter, pacifista dichiarato, che aveva battuto l'uscente Gerald
Ford, subentrato a sua volta da due anni al dimissionario Nixon.
CAMP DAVID
E
fu proprio Carter, nel 1978, ad ospitare
gli storici "Accordi di Camp David", in cui l'Egitto riconosceva - primo fra gli
stati arabi nella storia - lo stato di Israele. Questo in cambio si ritirava dai
territori occupati nel '73, restituendo il Sinai con il prezioso Canale di Suez.
Un anno dopo i due stati avrebbero firmato un trattato di pace ufficiale, che è
ancora oggi in vigore.
Questo accordo, condotto separatamente dall'Egitto, irritò profondamente gli
altri stati arabi, che iniziariono un periodo di boicottaggio, commerciale e
morale, verso l'ex-alleato.
Se fra gli israeliani ci sono i sionisti, che vorrebbero l'intera regione tutta
per loro, fra gli arabi ci sono tanti estremisti, che a loro volta vorrebbero
"respingere in mare lo stato di Israele con tutti i suoi abitanti." E fu proprio
un gruppo di questi, uscito dalle fila dell'esercito di Sadat, ad assassinare il
presidente egiziano nel 1981.
LIBANO
Nel 1982, le azioni di guerriglia contro
gli israeliani partivano prinjcipalmente dal vicino Libano, che già ospitava
migliaia di rifugiati palestinesi, oltre allo stesso PLO di Arafat, con sede a
Beirut.
In seguito ad un attentato, fallito, alla vita del primo ministro israeliano a
Londra, l'esercito di Tel Aviv invase il Libano, col dichiarato intento di
spazzare via la guerriglia palestinese. Lo guidava il neo-promosso generale
Ariel Sharon, il quale però non si accontentò di eliminare buona parte delle
basi dei guerriglieri al Sud, ma prosegui la sua marcia fino alla capitale, dove
impose anche l'espulsione immediata del PLO dal paese.
SABRA E CHATILA
Mentre Arafat si rifugiava con i suoi in Tunisia, i campi
profughi restavano alla completa mercè degli israeliani e della Falange
Cristiana libanese, loro alleata. Fra l'11 e il 16 Settembre del
1982, i falangisti sterminarono l'intera
popolazione dei campi di Sabra e Chatila, dopo che l'esercito israeliano li ebbe
circondati per chiudere ogni possibile via di fuga.
Fu una vera e propria mattanza, e lo scandalo che seguì,
nello stesso Israele, portò ad un'inchiesta che si concluse con le dimissioni di
Sharon dai vertici dell'esercito.
PRIMA INTIFADA
In
seguito allo sterminio, era esplosa la cosiddetta "prima intifada", che
coinvolse l'intera popolazione palestinese dai territori occupati di Gaza a
quelli della Cisgiordania (West Bank), e che sarebbe durata fino al
1993. Da Tunisi, che ci provasse davvero
o meno, Arafat riusciva a fare ben poco per controllare il suo popolo in
rivolta.
E quando il PLO propose finalmente una tregua, con un ritorno alle trattative
basato sull'implementazione della 242 (confini 1967) e della 338 (confini 1973),
ricevette uno sdegnoso rifiuto da parte di Israele, che annunciava di "non
essere disposto a trattare con organizzazioni terroristiche". Iniziava così quel
lento processo di delegittimazione di Arafat dalla guida del suo popolo, che si
sarebbe concluso solo nel 2002, con l'umiliazione finale, impostagli da Sharon,
della prigionia di Ramallah.
MADRID
Alla fine della prima Guerra del Golfo, nel 1991,
gli Stati Uniti di George H. Bush ripresero in mano la questione palestinese, e
nonostante la rigida posizione dell'allora leader sionista, Yitzhak Shamir,
riuscirono a convincere le parti in causa a convergere in quello che sarebe
passato alla storia come il Summit di Madrid.
Pare che il Segretario di Stato, James Baker, in una rara presa di posizione
contro Israele, abbia personalmente imposto di trattenere una garanzia bancaria
di 10 miliardi di dollari, avviata verso Israele, fino a summitt avvenuto.
A Madrid Arafat, osteggiato da Israele, non potè andare, e il suo popolo fu
rappresentato da una delegazione mista di giordani e di leader palestinesi
minori. Partecipò anche la Siria, che sperava di ottenere la restituzione delle
Alture di Golan, perse ad Israele nel 1967.
Sotto gli occhi del mondo, furono dati 45 minuti a ciascuna della parti per
chiarire la propria posizione e presentare le proprie richieste. I
giordano-palestinesi puntarono tutto su una soluzione di convivenza pacifica,
Shamir si preoccupò soprattutto di perorare la causa di Israele e di
riaffermarne il diritto alle terre conquistate, e il Ministro degli Esteri
siriano dedicò gran parte del suo tempo a rivangare il passato "terroristico"
dello stesso Shamir. Come ovvia conseguenza gli incontri bilaterali, previsti a
seguito del summitt, mostrarono presto di avere il fiato corto.
OSLO
La situazione fu sbloccata dal ritorno al governo dei
laburisti, guidati da Yitzhak Rabin, nel 1992.
Invece di ripartire dagli incontri bilaterali, arenati in uno stallo
irreversibile, il nuovo ministro degli esteri, Shimon Peres, prese contatti
segreti direttamente con la dirigenza palestinese. Questi incontri, avvenuti
nella lontana e neutrale Norvegia, culminarono con i cosiddetti "Accordi di
Oslo", nei quali i palestinesi riconoscevano il diritto di Israele ad uno stato
proprio, mentre ottenevano dallo stesso l'impegno per un progressivo ritiro
dalle terre occupate nel 1967.
Il
momento di distensione - senza dubbio il più alto in assoluto dell'intera
vicenda - portò alla storica stretta di mano fra Rabin e Arafat, alla Casa
Bianca, davanti ad uno smagliante Clinton fresco di mandato. Per l'occasione fu
anche promulgata una pomposa Dichiarazione dei Principi, che formalizzava
solennemente gli accordi intercorsi.
Arafat, Rabin e Peres avrebbero poi condiviso anche il Premio
Nobel per la Pace.
Nonostante le apparenze, gli accordi erano però fragili ed
incompleti, poichè avevano dovuto demandare al futuro questioni fondamentali
come il ritorno dei profughi palestinesi, o il controllo di Gerusalemme.
PALESTINIAN AUTHORITY
Allo scopo di gestire il processo di pace fu ufficialmente
creata la Palestinian Authorithy, e quando Arafat fece il suo ritorno trionfale
a Gaza, nel 1994, ne divenne
automaticamente il presidente.
Il progressivo ritiro dei coloni, previsto dagli accordi, incontrava però una
solida resistenza da parte degli stessi, come di tutta l'ala sionista del paese,
mentre in certe zone gli israeliani procedevano addirittura ad impiantare nuove
colonie.
RABIN ASSASSINATO
La strategia inaugurata da Begin cominciava a dare i suoi
frutti. A peggiorare le cose intervenne nel 1995
l'assassinio di Rabin, da parte di un giovane fanatico sionista. Che
abbia agito di propria iniziativa, o fosse invece una pedina manovrata dalla
leadership sionista, con quel gesto diede voce a tutti gli ebrei che non
perdonavano a Rabin la restituzione della "terra promessa".
NETANIAHU
Seguì,
nel 1966, un'ondata di attacchi suicida,
da parte dei palestinesi, che facilitarono l'ascesa al governo del "falco"
Netaniahu. Il leader "dal pugno di ferro" prendeva il posto di Shimon Perez, che
a sua volta aveva sostituito Rabin alla sua morte.
Netaniahu era dichiaratamente contrario agli accordi di Oslo,
e come prima cosa fece togliere il veto che impediva nuove installazioni di
coloni nei territori occupati. Questo portò un'immediato aumento della tensione,
sia a livello locale che internazionale.
WYE RIVER
Nonostante la rigida posizione di Netaniahu, la Casa Bianca
riuscì ad imporgli, con gli "Accordi di Wye River", la restituzione di buona
parte di Hebron, oltre all'impegno per ulteriori restituzioni a breve termine,
in Cisgiordania. Ma quando venne il momento di effettuare queste restituzioni,
il governo di destra si spaccò, e favorì il ritorno al potere dei laburisti.
BARAK
Nel
1999 Ekud Barak vinse le elezioni, dopo
aver promesso agli israeliani "un accordo definitivo con Arafat entro un anno".
E l'accordo sarebbe anche potuto arrivare, negli ultimi mesi di presidenza
Clinton, non fosse stato per quello che molti hanno definito l'errore supremo di
Arafat. Egli infatti rifiutò di firmare, nonostante gli fosse stato offerto - o
così almeno si dice - molto di più di quello che potesse sperare, e sicuramente
molto di più di quanto molti israeliani fossero disposti a concedere. (Se poi
anche questo accordo sarebbe mai stato implementato, resterà una delle mille
domande senza risposta).
IL RITORNO DI SHARON
Nel
momento di incertezza che seguì il fallimento della trattativa, ricomparve alla
guida del Likud Ariel Sharon. Un mese prima delle elezioni, dovute alla caduta
di Barak, l'ex-generale fece la sua storica passeggiata sulla spianata di
Al-Aqsa, scatenando l'inevitabile reazione dei palestinesi. Ebbe inizio così la
seconda intifada, che di certo contribuì
non poco alla sua schiacciante vittoria elettorale.
L'inizio del suo mandato fu segnato da una inarrestabile
spirale di violenza, in cui ad ogni attentato palestinese seguiva una
rappresaglia israeliana, e viceversa. In questo periodo i carri armati
israeliani penetrarono più volte nel territorio palestinese, col dichiarato
intento di annientare le basi dei guerriglieri.
Il campo di raccolta di Jenin fu letteralmente raso al suolo,
con un numero di vittime che è stato impossibile verificare, a causa del veto
posto dagli Stati Uniti alla commissione ONU creata con quel proposito.
Durante una delle incursioni, Sharon fece anche circondare
dai suoi carri armati il centro di comando del PLO, nel quale Arafat rimase
praticamente prigioniero per tre mesi.
Nessuno stato straniero intervenne in favore del vecchio
leader, che inutilmente lanciava appelli alla comunità internazionale perchè
ponesse fine al suo imprigionamento. Il suo tempo era finito, e forse solo lui
non se n'era ancora accorto.
Pochi mesi dopo, gli attentati dell'11 Settembre 2001 ridisegnavano completamente gli equilibri politici e psicologici del mondo intero, e portavano, fra le altre cose, ad una esasperata pressione di Israele sui territori occupati.
ROADMAP FOR PEACE
Nel 2003 veniva messa
a punto da Stati Uniti, Russia, Europa Unita e ONU la cosiddetta "Roadmap for
Peace", un piano abbastanza generico e poco convincente, le cui intenzioni
stridevano clamorosamente con la quotidiana avanzata del muro di separazione fra
i due territori, fortemente voluto da Sharon, che proseguiva anche dopo la
richiesta ufficiale di smantellamento da parte dell'ONU.
MORTE DI ARAFAT
Yassir Arafat moriva a Parigi, nel Novembre del 2004, dopo aver dovuto finalmente passare la mano a personaggi più graditi ad Israele e all'amministrazione Bush. Ecco la situazione sul terreno, al momento della sua scomparsa:

Nella cartina di sinistra, in giallo, le zone occupate dai coloni, in verde scuro le varie strade di raccordo costruite e controllate da Israele. In quella a destra, i quadrati neri indicano i vari posti di blocco israeliani, mentre lungo la linea giallo-rossa sorge oggi buona parte del muro di separazione che sta per essere completato.

Dopo quasi un secolo di lotte, e centinaia di migliaia di
morti per parte, abbiamo oggi, da un lato del muro, il popolo di Israele che
vive nella costante paura e nella diffidenza generalizzata. Mentre dall'altro,
con ormai intere generazioni nate e cresciute all'interno dei campi profughi, il
destino del popolo palestinese rimane tanto incerto quanto lo era all'inizio di
questa tormentata - e forse irrisolvibile - tragedia storica.
Se di fallimento si può parlare, è certamente quello della società umana nel
senso più ampio della parola.
Scritto da Massimo Mazzucco per
Luogocomune.net