L'11 settembre delle banche
da La rinascita della sinistra del 25/09/2008
Fine dell'egemonia del sistema finanziario Usa
di Fabio Giovannini
Sulla crisi finanziaria internazionale abbiamo chiesto un parere all'economista Vladimiro Giacché, autore di saggi tra i quali La fabbrica del falso.
Innanzitutto qual è il tuo giudizio sulla situazione che si è creata con il fallimento della superbanca Lehman?
Il fallimento di Lehman è un evento di enorme portata simbolica. E’ l’11 settembre delle banche americane, la fine dell’epoca della deregulation e della religione del mercato. Crolla un sistema sorretto dall’illusione - o meglio: mistificazione - di un mercato autosufficiente e in grado di autoregolarsi, a fronte di uno Stato inutile o dannoso. Ora lo Stato viene chiamato di corsa in soccorso del mercato. Per tamponare la crisi e socializzare le perdite. Soltanto nella settimana scorsa, dopo il fallimento di Lehman, gli Usa hanno effettuato il salvataggio pubblico della compagnia assicuratrice Aig per 85 miliardi di dollari, e poi misure che costeranno allo Stato qualcosa come 1000 miliardi di dollari: un ente pubblico comprerà dalle banche i mutui e titoli di credito che hanno in portafoglio; un fondo di 50 miliardi per aiutare i fondi monetari in crisi, e altri 230 miliardi di dollari destinati per prestiti a banche in difficoltà.
Il dollaro si trovava in serie difficoltà negli ultimi tempi. C’è un nesso con la bancarotta del 15 settembre?
Il dollaro aveva recuperato sull’euro nelle ultime settimane. Ora però il problema si ripropone: perché le misure decise giovedì 18 ingigantiscono il debito pubblico Usa. Che il rating del debito pubblico americano sia declassato non è più un’eventualità remota. E qualcuno già si chiede se gli Stati Uniti non rischino di andare in bancarotta, come un tempo succedeva ai paesi del terzo mondo. Tutto questo dovrebbe indebolire il dollaro.
La crisi americana non data da oggi. Ma dopo il tracollo finanziario di questi giorni, gli Usa sono ancora "egemoni" sul piano mondiale?
Dipende dal significato che si attribuisce alla parola “egemonia”. Quella economica e produttiva in senso stretto gli Stati Uniti l’hanno persa da un pezzo: lo prova il fatto che la loro bilancia commerciale è in passivo da più di 30 anni. I consumi sono stati gonfiati artificialmente negli ultimi anni proprio attraverso prodotti come i mutui subprime: di fatto, a fronte di diseguaglianze crescenti e della perdita di potere d’acquisto di gran parte della popolazione degli Stati Uniti (sono dati statistici ufficiali), si creavano prodotti finanziari che consentivano di comprare (case, ma anche automobili e altro) attraverso il debito. Una specie di droga finanziaria per le famiglie americane sempre più povere. Questa è la radice economica della crisi finanziaria attuale. Ora questa crisi colpisce alla radice anche il settore finanziario Usa, che aveva mantenuto un’egemonia a livello mondiale.
Tu hai segnalato più volte come la "guerra infinita" di Bush sia strettamente correlata all’economia. C’è il rischio che questa crisi porti a nuove imprese belliche Usa?
L’unico settore in cui l’egemonia statunitense è ancora indiscussa è quello militare. Di qui anche il rischio che l’establishment Usa sia tentato, anche in questa occasione, di far ricorso all’arma del warfare - accentuando le tensioni internazionali e dando qualche colpo all’Iran o altrove - per ridare fiato al settore bellico, e magari anche per orientare il voto di novembre in maniera favorevole al candidato repubblicano.
Il rapporto tra grande finanza e imperialismo è stato molto studiato. Oggi qual è la differenza rispetto ai meccanismi classici dell’imperialismo?
Secondo Lenin l’imperialismo era una fase del capitalismo contraddistinta da un’enorme concentrazione dei capitali, dal predominio del capitale finanziario, da un’importanza maggiore dell’esportazione dei capitali rispetto alle merci, e da accordi di cartello tra i grandi monopolisti a livello mondiale. Sin qui direi che ci siamo. Credo però che oggi la battaglia per la “ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche” avviene soprattutto in forma di lotta per l’egemonia valutaria, e per l’attrazione di capitali e investimenti. Un esempio: sul Sole 24 ore del 18 settembre si leggeva che “fallimenti come quello di Lehman scoraggiano i fondi sovrani a investire in banche americane e li spingono verso l’Europa”; e che quindi l’Europa potrebbe trovare nella crisi “ragione di profitto, sia sul mercato Usa sia nelle relazioni globali”.
Secondo un editoriale di Massimo Gaggi sul Corriere della sera, la crisi delle banche spingerebbe la candidatura di McCain e sfavorirebbe Obama. Al di là della omogeneità dei due candidati su alcune questioni di fondo, pensi che il dissesto finanziario possa influire sulle elezioni presidenziali di novembre?
Certamente con le misure straordinarie assunte il governo Bush ha dimostrato se non altro di esistere. Questo potrebbe aiutare i repubblicani. Soprattutto perché Obama si guarda bene dall’affrontare la situazione con la radicalità necessaria. Perché significherebbe puntare il dito sui motivi strutturali della crisi e sulle politiche liberistiche di questi ultimi venti anni.
Nessun salvataggio per i miliardari di Wall Street
Dieci motivi per opporsi al salvataggio di Wall Street
del Prof. James Petras*
28/09/2008
Il Ministro del Tesoro Paulson e il Presidente Bush, sostenuti dalla leadership democratica, hanno chiesto al Congresso 700 miliardi di dollari per il salvataggio degli istituti finanziari di Wall Street.
Negli ultimi anni queste banche hanno raccolto miliardi di dollari concedendo e speculando sui mutui, su ipoteche e altri strumenti finanziari di carta, il cui rischio non è coperto da alcun capitale. Con la caduta del mercato immobiliare, i debiti finanziari di Wall Street sono saliti alle stelle raggiungendo trilioni di dollari e il valore dei titoli è evaporato.
Paulson, Bush e la leadership del Congresso vogliono scaricare sui contribuenti statunitensi i debiti privati di Wall Street, accollando sulle attuali e future generazioni di contribuenti carta priva di alcun valore.
Paulson, Bush e i leader del Congresso sostengono slealmente che il mancato salvataggio degli impostori di Wall Street porterà al collasso del sistema finanziario. In realtà, circa 200 tra i nostri principali economisti delle più prestigiose università respingono il salvataggio Paulson. La verità è che rifiutare fondi a Wall Street porterà al solo collasso di questo degenerato-speculatore-impostore sistema finanziario, che ha generato l'attuale disfatta economica.
Il governo federale può e deve utilizzare le centinaia di miliardi di denaro pubblico per realizzare un sistema nazionale di credito e investimento controllato dal pubblico e sottoposto alla sorveglianza dei rappresentanti politici. Il crollo dell'attuale sistema finanziario in bancarotta è al tempo stesso una minaccia e un'opportunità. Il tracollo di questo sistema corrotto ha portato alla perdita di posti di lavoro e al congelamento del credito e del prestito. La creazione di un sistema bancario di proprietà pubblica offre invece l'opportunità di finanziare le priorità della stragrande maggioranza del popolo americano: la re-industrializzazione dell'economia, un programma generale nazionale per la salute, la sicurezza e la previdenza sociale, la ricostruzione delle infrastrutture decadenti e molti altri programmi essenziali per lo stile di vita americano.
La questione non riguarda la falsa alternativa di salvare Wall Street o precipitare nel caos finanziario, quanto invece di scegliere se sovvenzionare gli impostori o instaurare un responsabile, efficiente ed equo sistema finanziario.
Dieci motivi per opporsi al salvataggio di Wall Street
Alternative al salvataggio di Wall Street
La velocità con cui questa gigantesca quantità di fondi pubblici sono stati reperiti dal Ministero del Tesoro e dal Congresso svela l'inganno delle argomentazioni usate per tagliare le spese o evitare di finanziare programmi popolari. In realtà, investire 700$ miliardi nella sanità e nell'istruzione dei lavoratori statunitensi aumenterebbe la produttività, favorirebbe l'apertura dei mercati e accrescerebbe il potere di acquisto dei consumatori, innescando un circolo virtuoso con l'aumento delle entrate pubbliche e la riduzione del deficit di bilancio e della bilancia commerciale.
Investimenti di fondi pubblici nei settori manifatturiero, edile, nell'istruzione e nella sanità danno prodotti con un reale valore d'uso e hanno un effetto moltiplicatore sul resto dell'economia, invece di finire nelle tasche dei miliardari che speculano e investono in fusioni e acquisizioni oltremare.
Il Tesoro e il Congresso ci dimostrano, inavvertitamente, che sono disponibili i fondi per la ricostruzione dell'economia statunitense, garanzia di salari dignitosi e di assistenza sanitaria adeguata per tutti, se scegliamo rappresentanti che si occupino dei lavoratori degli Stati Uniti e non dei miliardari di Wall Street.
*James Petras è Professore (emerito) di Sociologia alla Bartle - Binghamton University di New York. E 'autore di 63 libri pubblicati in 29 lingue, e oltre 560 articoli in riviste professionali, tra cui l'American Sociological Review, British Journal of Sociolog,Social Research, Journal of Contemporary Asia, and Journal of Peasant Studies. Ha pubblicato oltre 2.000 articoli in riviste nonprofessional come New York Times, the Guardian, the Nation, Christian Science Monitor, Foreign Policy, New Left Review, Partisan Review, Temps Moderne, Le Monde Diplomatique, il suo commento è ampiamente diffuso su Internet. Tra i suoi editori: Westview, Routledge, Macmillan, Verso, Zed Books and Books. E' vincitore del premio alla carriera, Sezione marxista, del Robert Kenny Award per il miglior libro, 2002, e le migliori tesi, nel 1968. Il suo ultimo libro è:Zionism, Militarism and the Decline of US Power, andRulers and Ruled in the US EmpireWestern Political Science Association American Sociology Association Pluto John Wiley Random House
I Miti della crisi finanziaria
di David Pestieau e Henry Houben
Il sistema finanziario internazionale si sta sbrindellando. Ciononostante, i nostri governanti, su questa crisi, ci vendono miti. Elementi di risposta.
Mito numero 1: “È solo un brutto momento da affrontare, è una crisi di fiducia; l’economia è sana”.
Invece, la situazione è grave. Prova ne sia, che coloro che fino a ieri contavano entusiasti solo sulla religione della Borsa, ora chiedono agli Stati di essere aiutati per esser salvati dal fallimento.
In due giorni, gli Stati del Belgio, d’Olanda e quello del Lussemburgo hanno compensato la metà dei capitali bancari di Fortis Private Banking (colosso belga-olandese) per più di undici miliardi di Euro. Sette miliardi di Euro, dei quali due dallo Stato belga e dalle sue Regioni, sono stati immessi in Dexia-Crediop, istituzione finanziaria belgo-francese, banca europea, leader mondiale nel Finanziamento pubblico locale.
In queste ore si stanno conducendo operazioni paragonabili a quelle Dexia e Fortis nel Regno Unito e in Germania: trentacinque miliardi di Euro sono stati forniti dal Governo tedesco a Hypo Real Estate, holding formata da tre banche, con sede a Monaco di Baviera, attiva nel settore immobiliare; cinquanta miliardi di Euro sono stati pagati dal Governo britannico per ripianare i prestiti immobiliari di Bradford & Bingley Bradford & Bingley, banca britannica specializzata nel credito immobiliare (poi nazionalizzata a fine settembre) e questo dopo la nazionalizzazione di Northen Rock Bank, che era nata nel ’97 sulla base di un mercato azionario fondato, per lo più, sulle ipoteche degli azionisti…
Il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Henry Merritt "Hank" Paulson Jr. (equivalente del Ministro per le Finanze) ha proposto un piano di settecento miliardi di dollari per salvare il sistema alla deriva.
Tuttavia, i corsi borsistici non cessano di crollare e le banche cadono come mosche, una dopo l’altra, negli Stati Uniti come in Europa.
Il piccolo risparmiatore ha ragione d’aver perso fiducia? Sì. Anche le banche non si fanno più prestiti tra loro e segnano in modo ancora più netto la loro reciproca sfiducia. A tal punto che la Banca Centrale Europea (BCE), il ventinove settembre scorso, ha dovuto iniettare circa 120 miliardi di euro sui mercati bancari [non per nulla queste operazioni sono chiamate doping tra gli addetti ai lavori, NdT].
È denaro che, in altri tempi, le banche si fornivano l’una con l’altra.
Da un lato, la crisi finanziaria oggi è globale, direttamente legata all'economia reale, sulla quale ricade immediatamente. Se le banche limitano i crediti e mancano di liquidità, il sistema economico si bloccherà molto rapidamente. Siamo infatti all'alba di una recessione dura, del tutto paragonabile a quella degli anni ’30 del Novecento.
D'altra parte, la crisi finanziaria attuale non è caduta dal cielo ed è legata all'economia reale. Per fare fronte alla crisi economica del capitalismo che aveva preso avvio nel 1973, negli anni novanta del Novecento, si sono spinte le famiglie al consumo, e quindi all'indebitamento.
Così, artificiosamente, con lo sviluppo “fenomenale” - e artificiale - della Borsa e dei prodotti finanziari, si sono rinviati gli effetti di questa crisi. Si tratta di quei fenomeni che si chiamavano bolle finanziarie: bolle che scoppiano oggi lasciando d’improvviso l'economia del profitto senza alcuna copertura, completamente nuda.
Mito numero 2: “La dotazione di miliardi di denaro pubblico non sarà messa in pratica a scapito del contribuente”.
È ciò che afferma il primo ministro Yves Camille Désiré Leterme, Primo Ministro belga, ma lo assicurano anche altri Governanti [come l’italiano Silvio Berlusconi, NdT]. Come collocare somme tali senza che questo non costi a nessuno? Con l’aumento del debito pubblico.
Infatti, lo Stato impiega questo denaro aggiungendo fondi sui mercati finanziari e offrendo così la sua garanzia. Questo nella speranza di recuperare il suo approntamento rivendendolo (con un vantaggio) quando le banche saranno rimesse in piedi.
Ma lo scenario più probabile è che la discesa agl'inferi continui (-24% per Fortis e -30% per Dexia, [subito dopo le riprese dovute all’effetto doping dei fondi freschi, NdT]).
Lo Stato dovrà allora rimborsare e questi miliardi verranno ad ampliare il deficit pubblico: per colmare questo deficit, sarà enorme la pressione per tagli dei bilanci sociali [come pensioni, sanità, assistenza … NdT].
“La soluzione” di oggi sarà il problema domani.
Mito numero 3: “Veniamo in aiuto ai risparmiatori”
I nostri dirigenti politici non cercano di salvare il denaro dei piccoli risparmiatori. Tentano soltanto di salvare il sistema. Se si trattasse di proteggere i cittadini, basterebbe optare per Enti creditizi molto più semplici, orientati verso il cliente ordinario e controllati dallo stato. In realtà, come ha in effetti dichiarato Didier J.L. Reynders, Ministro belga delle Finanze, se lo Stato rimpiazza oggi i capitali di Fortis e Dexia, è per aiutare il privato a superare le attuali situazioni disastrose e per rivendergliela… quando andrà meglio. Sempre se e quando andrà meglio…
Quando i ponti crollano
di Domenico Moro
Nel film “Leoni per agnelli” il professore di college Robert Redford, nel tentativo di scuotere uno dei suoi studenti dal disinteresse per la politica, gli domanda: “Sì, puoi comprarti una Mercedes da ottantamila dollari, ma che te ne fai se tutte le strade sono piene di buche?”. In questa domanda c’è l’essenza della politica neoliberista degli ultimi trenta anni, iniziata con Reagan negli anni ‘80 ed applicata con rigore fondamentalista negli Usa di Bush. Qui il disastro dovuto al ritiro del pubblico a favore del privato si è concretizzato mediaticamente nell’immagine del crollo di ponti senza più manutenzione.
Eppure, il ritiro inesorabile dello Stato dall’economia non si è tradotto in una riduzione del debito pubblico, che proprio dall’inizio degli anni ’80 comincia la sua impressionante rincorsa. Perché, in realtà, è il pubblico a sostenere il privato sia quando gli riduce le tasse, sia quando finanzia l’industria bellica, dallo Scudo spaziale di Reagan alla Guerra permanente di Bush, sia quando il privato è sull’orlo del crack per le speculazioni finanziarie, determinate proprio dall’abdicazione della Stato a qualsiasi controllo.
Oggi lo schema si ripete. Questo c’è dietro la bocciatura da parte della Camera Usa del piano Paulson, che organizza una gigantesca discarica statale da 700 miliardi di dollari per i “titoli tossici” che inquinano il mercato finanziario. Certo tra i 133 repubblicani che hanno votano no ha avuto un peso il fondamentalismo ideologico neoconservatore, ma, tra i 95 deputati democratici che si sono opposti a Paulson come tra molti statunitensi, c’è anche la stanchezza per un sistema che arricchisce Wall Street e ne socializza le perdite quando questa è in crisi, senza peraltro imparare niente dal passato.
Ricordate Aig, il colosso assicurativo appena salvato da Bush? I fondatori della Aig Financial Products sono gli stessi dirigenti di quella Drexel che nell’85 inondò i mercati di “titoli spazzatura” ed il cui fondatore Milchen finì in galera. Nel 1998 saltò Lctm, un hedge fund sorretto da un algoritmo tanto infallibile da non considerare il default della Russia. In questi anni matematici quantitativi hanno continuato a costruire derivati sempre più sofisticati. Nel 2001 lo scandalo Enron rivelò la pratica diffusa di nascondere le perdite in società per legge non considerate nei bilanci aziendali. Oggi le passività legate ai mutui subprime sono incapsulate in società escluse dai conti ufficiali. Le cartolarizzazioni dei mutui si sono infilate nessuno sa dove e nessuno sa per quale ammontare, determinando la sfiducia e l’aumento dei tassi interbancari, che bloccano i prestiti tra banche e quindi il sistema finanziario.
Il piano Paulson, che comunque dopo l’approvazione del Senato è già cresciuto a 850,5 miliardi di dollari, potrebbe non bastare di fronte a banche con migliaia di miliardi di bilancio. Inoltre, il piano si inserisce in un contesto di già grande indebitamento statale. Qualcuno ha voluto minimizzare il debito pubblico Usa, che ammonterebbe appena al 60% del Pil, confrontandolo con quello italiano che è del 106%. Il debito pubblico Usa a seguito dei salvataggi, delle nazionalizzazioni e del piano Paulson è in realtà schizzato al 93%. Ma, come avverte l’Ufficio Bilancio del Parlamento Usa, se contabilizzassimo in modo corretto le poste impegnate sui dipendenti pubblici (soprattutto i reduci di guerra) e i programmi di assistenza sanitaria e previdenza, il debito pubblico salirebbe di cinque volte, ovvero a 59 trilioni di dollari, oltre il 400% del Pil, una situazione da paese del quarto mondo. In più gli Usa hanno un debito del commercio estero di 13 trilioni, ovvero quasi il 100% del Pil e negli ultimi 12 mesi hanno toccato gli 844 miliardi di deficit commerciale. Inoltre, gli Usa, a differenza dell’Italia, il cui debito pubblico è quasi del tutto interno, dipendono dall’estero per il 45% del finanziamento del debito, 9 volte più di 40 anni fa. Senza contare che l’Italia non ha la responsabilità di dover garantire la moneta di riserva e di scambio internazionale. Non basta, quindi, accusare la mancanza di regole.
L’evidente fallimento del neoliberismo e del capitale nel suo centro statunitense, nonché la dimostrazione proprio qui della necessità dell’intervento statale è una importante occasione per la sinistra di uscire dall’angolo dove l’offensiva neoliberista l’ha stretta, riproponendo il ruolo dello Stato nell’economia. Un ruolo sociale e pubblico, né subalterno al privato né di pura socializzazione delle perdite. E’ fondamentale che in Italia, dopo la sconfitta elettorale e di fronte alla nuova ondata di privatizzazioni che si prepara, non si perda questa occasione.
pubblicato anche su La Rinascita della sinistra del 9/19/2008
Origini e conseguenze della crisi
di Domenico Moro
Sulla crisi in atto si sono spesi litri d’inchiostro e tuttavia alcune affermazioni che vanno per la maggiore meritano qualche approfondimento per chiarire origini e conseguenze della crisi.
A) “La crisi finanziaria non toccherà l’economia reale”
In realtà, l’economia reale è già “toccata” dalla crisi. Negli Usa, ad esempio, le tre major di Detroit, GM, Ford e Chrysler, hanno registrato enormi crolli delle vendite e sono sull’orlo della bancarotta. Le azioni della GM, che ha persino messo in vendita il suo quartier generale di Detroit, hanno raggiunto il livello più basso da cinquanta anni. In Europa, dove si sta registrando l’anno peggiore dalla crisi dei primi anni 90, a settembre le vendite sono calate del 9,2%. La GM europea prevede un taglio alla produzione di 40mila automobili, mentre, tra le fortissime case produttrici tedesche, Mercedes taglierà 80mila automobili e Wolkswagen in Repubblica Ceca ha fermato la produzione per una settimana in più del previsto. In ogni caso il collasso del sistema bancario ed il conseguente aumento del costo del credito non possono non avere un impatto sulle imprese, peggiorandone la situazione. La concorrenza, accentuata dalla crisi, impone economie di scala sempre maggiori e stimola il processo di concentrazione dei capitali industriali, attraverso fusioni ed acquisizioni, che negli ultimi anni si sono moltiplicate. Per poter realizzare tali operazioni si richiedono crediti enormi, in genere forniti dalle grandi banche. Dunque, l’arresto o la riduzione del credito bancario aggraverebbe la crisi industriale. Quest’anno le imprese hanno attivato 6mila miliardi di dollari di linee di credito negoziate nel 2007. Se l’operazione fosse stata negoziata ora sarebbe costata oltre l’800% in più, a causa dell’aumento dei tassi interbancari. E’ per le condizioni sempre più proibitive del credito bancario che il governo Usa ha allentato, in gran segreto, le regole sul rimpatrio dei capitali delle multinazionali custoditi nei “paradisi fiscali” e che la Banca centrale Usa presterà per la prima volta direttamente alle corporation, bypassando le banche. Intanto, l’amministrazione Bush ha concesso all’industria dell’auto 25 miliardi in crediti agevolati e l’Europa si appresta a prendere misure analoghe.
B) “La crisi è di natura finanziaria”
In realtà la crisi si sta manifestando come crisi finanziaria ma la sua origine è nell’economia reale. Per capirlo andiamo a vedere l’antefatto, la “crisi dei subprime” di un anno fa. Per anni mutui e prestiti sono stati concessi dalle banche anche a chi non aveva alcuna garanzia da dare, persino a chi non aveva neppure un lavoro. Dopodiché questi crediti sono stati impacchettati in un serie di prodotti finanziari (i famosi “derivati”) e venduti con guadagni sempre più alti in tutto il mercato finanziario mondiale. Tutto questo è stato possibile finché che il prezzo delle case continuava a crescere. Al momento in cui la bolla immobiliare è scoppiata, i prezzi delle case sono scesi sotto il costo dei mutui ed i mutuatari si sono dichiarati insolventi. A questo punto il sistema finanziario mondiale si è ritrovato ingolfato di una montagna di carta straccia. Dal momento che nessuno sapeva più bene in quale entità ed in quali prodotti finanziari i crediti inesigibili fossero incapsulati, le banche hanno cominciato a non avere più fiducia le une nelle altre, portando in alto i tassi a cui si prestano denaro e provocando un restringimento generale del credito. A questo si è aggiunto il fatto che i derivati dei mutui erano stati assicurati con altri prodotti finanziari, i credit default swaps. Dunque, il crollo dei derivati avrebbe trascinato anche i CDS. Così, quando le banche hanno verificato l’enormità delle perdite presenti nei loro bilanci, sono cominciati i fallimenti che si sono estesi anche alle assicurazioni, come Fannie Mae, Freddie Mac e Aig, prefigurando un collasso sistemico. Perché tutto questo? Le banche sono state incoraggiate a prestare non solo dall’abolizione dei paletti e delle regole che furono introdotti all’epoca della Grande crisi del ’29, ma soprattutto da una lunga politica della banca centrale Usa di mantenimento di un bassissimo costo del denaro. Lo scopo dichiarato era rendere possibile l’indebitamento di milioni di americani, in modo da sostenere artificialmente i consumi e quindi i profitti. Il fatto è che i consumi erano già declinanti per la riduzione trentennale dei salari reali dei lavoratori americani, come conseguenza di una crisi che da decenni attanaglia ciclicamente l’economia reale. L’inizio può essere individuato nel ‘73-’75, quando si ebbe una combinazione di stagnazione ed inflazione che cominciò a mangiarsi i redditi delle famiglie Usa. Da allora la crisi si è riproposta all’inizio degli anni 80, degli anni 90 ed infine nel 2001. Le imprese si sono concentrate e hanno delocalizzato alla ricerca di condizioni più convenienti d’investimento, di conseguenza molti lavoratori sono stati licenziati e sono passati dall’industria ai servizi, dove i salari sono più bassi. L’impatto della deindustrializzazione è stato devastante: lo standard di consumi è stato mantenuto prima lavorando in due per famiglia e poi aumentando l’orario di lavoro settimanale fino a 50 e persino 60 ore. Quando la contrazione produttiva, dovuta alla crisi del 2001, ha ridotto la possibilità di lavorare di più è cominciata la rincorsa agli acquisti a credito e all’indebitamento. Nel 2005 negli Usa un terzo degli stipendi era utilizzato per pagare i debiti accumulati. Eppure, nello stesso periodo, negli Usa la quota dei profitti sul Pil ha raggiunto il punto più alto degli ultimi settantacinque anni. Alla base del problema c’è, dunque, la compressione dei salari al di sotto degli standard di consumo ed una redistribuzione del reddito nazionale del tutto squilibrata a favore dei profitti, attraverso cui si scarica sui salari una crisi che è strutturale.
C) “Il debito federale Usa non è preoccupante”
Il debito federale Usa è in realtà abnorme e la sua entità è dovuta alla crisi. Il debito federale Usa, calcolato correttamente, equivale a 59 trilioni di dollari, ovvero ad oltre il 400% del Pil, una situazione da paese del quarto mondo. A questo si aggiunge un debito del commercio estero di 13 trilioni di dollari, quasi il 100% del Pil. Nel 1971 gli Usa abbandonarono la convertibilità in oro del dollaro, che era ed è la moneta di riferimento internazionale. In questo modo hanno potuto scaricare le proprie contraddizioni sul resto del mondo, pagando in dollari garantiti soltanto dalla loro egemonia che diventava sempre meno economica e sempre più politico-militare. Infatti, dalla metà degli anni ’70 e soprattutto dall’inizio degli anni 80 con Reagan il debito pubblico Usa ha cominciato a crescere esponenzialmente fino al boom degli anni di Bush II. Anche la crescita del debito è da collegare alla crisi. Infatti, per sostenere l’industria in difficoltà si sono aumentate le spese militari e diminuite le tasse alle imprese. Il debito è stato finanziato vendendo titoli del Tesoro all’estero a Paesi che avevano bisogno di avere riserve in dollari. Oggi il 45% del debito federale è detenuto dall’estero, 9 volte più di quaranta anni fa, creando così un altro squilibrio, questa volta internazionale, tra un enorme debito mondiale concentrato negli Usa e un credito concentrato in pochi paesi con forti attivi commerciali. Il meccanismo si sta però inceppando, perché si sta verificando un parziale spostamento del risparmio di paesi come la Cina dai titoli statali e non degli Usa verso altri tipi d’investimento e altre valute, in specie l’euro. Inoltre, l’enorme esborso statale per salvare banche ed assicurazioni dalla bancarotta ha peggiorato il debito, creando per la prima volta un rischio default per gli Usa.
D) “Ci vuole di nuovo Keynes”
Può sembrare paradossale, ma la politica economica Usa degli ultimi decenni e soprattutto quella dell’epoca Bush è stata una politica keynesiana. Infatti, la ricetta keynesiana contro la crisi si fonda su due elementi: riduzione del costo del denaro ed espansione del debito pubblico. Denaro a buon mercato ed iniezioni di finanziamenti statali darebbero impulso agli investimenti e questi ai profitti, rimettendo in moto l’economia. Infatti, secondo Keynes la causa della crisi starebbe nell’eccesso di risparmio, mentre la crisi attuale ha al contrario la sua radice nell’eccesso di liquidità. Altrettanto curiosa è la diffusa equazione keynesismo uguale più Stato nell’economia, in quanto, secondo Keynes, qualunque intervento statale deve ben guardarsi dall’invadere settori da cui il privato può ricavare profitti. L’obiettivo di Keynes è mantenere alti i profitti e per farlo suggerisce di contenere i salari ed alzare i prezzi. La ricetta di Keynes è stata messa in pratica dai governi Usa con i risultati che abbiamo visto, producendo deficit pubblici e bolle speculative sempre più grandi senza però evitare che la crisi si riproducesse in forma sempre più grave. Questo perché, invece, la crisi affonda le sue radici in un eccesso di investimenti, in una sovrapproduzione di mezzi di produzione rispetto al saggio di profitto aspettato dagli imprenditori. Pertanto, un aumento della liquidità anziché in nuovi investimenti e nuova occupazione si traduce in speculazione finanziaria o, al limite, in ristrutturazioni e delocalizzazioni che riducono addetti e salari.
Conseguenze
La prima conseguenza sarà sul reddito dei lavoratori. In primo luogo l’aumento del debito statale inasprirà la pressione fiscale. Inoltre, se non ci sarà una forte azione di contrasto sindacale, continuerà la tendenza alla riduzione dei salari, incentivata dall’aumento della disoccupazione. Ma, come abbiamo già visto, ciò peggiorerà le capacità di assorbimento dei prodotti da parte del mercato. Muterà poi il rapporto tra Stato ed economia, ma nel senso di appoggio più diretto al profitto e di “socializzazione delle perdite”. Il liberismo è finito, ammesso che sia mai esistito veramente, perché, quando l’impresa lo esige, lo Stato interviene sempre, come sanno bene Bush II e il suo ministro del Tesoro, Paulson. Al proposito, si dice con ottimismo che, a differenza del ’29, oggi la risposta dello Stato sia stata pronta e senza badare a spese. Si dimentica però di dire che lo Stato, specie quello Usa, è arrivato all’appuntamento con la recessione già gravato da sfiancato da pesanti debiti e bisogna vedere quanto si possa andare avanti con sistemi già abusati come i deficit di bilancio e la riduzione dei tassi d’interesse. Infine, muteranno gli equilibri internazionali. Peer Steinbrück, ministro tedesco delle finanze, sintetizza così la situazione: “Gli Usa hanno perso il loro status di superpotenza del sistema finanziario mondiale. Fra dieci anni vedremo il 2008 come una rottura fondamentale. Non sto dicendo che il dollaro perderà il suo status di riserva, ma che questo diverrà relativo.” In effetti la Grande crisi del ’29 fu risolta solo dalla seconda guerra mondiale che con le enormi spese militari rimise in moto la macchina produttiva e con le immani distruzioni ricostituì le condizioni per il boom del dopoguerra. Oggi, se le tensioni internazionali dovessero salire e se il commercio internazionale dovesse rallentare a seguito della crisi e per le tentazioni protezionistiche, allora potrebbe esserci il pericolo di una uscita militare dalla crisi. In questo senso, l’aumento esponenziale delle spese militari Usa negli ultimi anni e la teoria della “guerra preventiva”, già applicata più volte, non sono un buon segno. La soluzione potrebbe però essere diversa. Il fallimento del liberismo dimostra non solo la necessità dell’intervento dello Stato in economia, ma anche l’anarchia irrazionale di una economia improntata alla ricerca ed all’appropriazione privata del massimo profitto. Bisogna, quindi, pensare ad un nuovo ruolo, sociale e pubblico, dello Stato. Non uno Stato subordinato alle necessità di profitto dei privati o di socializzazione delle perdite, ma uno Stato che democraticamente organizzi e pianifichi l’attività economica, in modo da determinare una nuova redistribuzione del reddito ed una gestione razionale e senza sprechi delle risorse umane e della natura.
Il Capitalismo mondiale in crisi
Alan Woods
Viviamo in tempi eccezionali. Il panico finanziario originatosi negli Stati Uniti sta creando onde che minacciano di abbattersi sul mondo intero. Ciò sta rapidamente trasformando la coscienza di milioni di persone. Ieri una manifestazione indetta dal New York Central Labor Council (coordinamento sindacale di New York, simile alle nostre Camere del lavoro, ndt) ha mobilitato circa mille lavoratori, tra cui molti operai edili, metalmeccanici, idraulici, ma anche insegnanti, lavoratori del comune e altri. Lo scopo della manifestazione, indetta con meno di due giorni di anticipo, era di protestare contro la ciambella di salvataggio di 700 miliardi di dollari di denaro pubblico lanciata dal Presidente a Wall Street. La Reuters descrive così la protesta:
“Edili, lavoratori dei trasporti, insegnanti e altri iscritti al sindacato hanno manifestato contro il salvataggio di Wall Street proposto giovedì dal governo americano concentrando la protesta di fronte alla sede della borsa. Centinaia di manifestanti hanno gridato il loro sostegno entusiastico ai dirigenti sindacali che attaccavano il piano da 700 miliardi proposto per rafforzare i mercati creditizi alleviando le istituzioni finanziarie dai debiti irrecuperabili.
“L’amministrazione Bush vuole farci pagare il salvataggio di Wall Street che non è nemmeno un inizio di soluzione per la nostra crisi” dichiara il Presidente Nazionale dell’AFL-CIO John Sweeney. Vogliamo che le nostre tasse siano usate per aiutare i milioni di persone che vivono in Main Street (come alternativa a Wall Street, vuol dire nelle strade normali NdT.) e non come ricompensa a una banda privilegiata di dirigenti strapagati.
Si leggono cartelli come “nessun assegno in bianco per Wall Street” e “giù le mani dalle nostre sudate pensioni”. I manifestanti applaudono le richieste che il governo usi i soldi nell’istruzione, nella salute e nell’edilizia per tutti con la rapidità con cui si propone di farlo per Wall Street. “Sappiamo che la situazione economica ha bisogno di una soluzione. Ma vogliamo un salvataggio responsabile, non opportunistico” dice il Presidente del sindacato degli insegnanti Randi Weingarten. “E questo significa che, come ogni padrone mi ha sempre detto, se gli insegnanti devono render conto del loro operato, questo deve valere anche per Wall Street” dice.
I manifestanti sono arrabbiati. La proposta di uno sciopero generale, se il piano beneficerà solo i ricchi, riceve reazioni positive. Questo rappresenta l’inizio di una svolta epocale nella coscienza della classe lavoratrice, e non solo negli Stati Uniti.
“Un evento che succede una volta ogni secolo”
Quanto sta succedendo nei mercati finanziari non ha precedenti nella storia recente. Gli stessi economisti borghesi che prima negavano la possibilità di una crisi ora parlano della più pesante crisi da sessant’anni. Alan Greenspan, l’ex Presidente della Federal Reserve americana, ha descritto questa crisi finanziaria come “un evento che probabilmente capita una volta ogni secolo”.
In realtà intendono 79 anni, dato che non c’è stata una seria crisi dal 1948. Ma gli economisti sono superstiziosi e hanno paura di menzionare il 1929, come gli antichi ebrei avevano paura che gli capitasse qualcosa di spiacevole per nominare il nome del loro Dio. Sono tutti preoccupati della fiducia sui mercati, perché credono tutti ciecamente che sia la fiducia (o la sua mancanza) la vera causa di boom e crisi. In realtà, boom e crisi hanno radici in condizioni obiettive. Gli alti e bassi della fiducia riflettono condizioni reali, sebbene possano diventare parte di queste condizioni, aiutando a far salire o, come in questo caso, scendere il mercato.
Negli ultimi mesi AIG, Bear Stearns, Fannie Mae, Freddie Mac, Lehman Brothers e Merrill Lynch, aziende considerate troppo grandi per fallire, sono finite in bancarotta o sono state “salvate” dal governo o direttamente nazionalizzate. Mano a mano che comincia ad apparire chiara la dimensione della crisi economica, nella società si prepara un ambiente che non si vedeva da molti anni. Questa mattina (26 settembre) è giunta la notizia del fallimento dell’ennesima banca americana, Washington Mutual, chiusa dal governo statunitense. Si è trattato del fallimento di gran lunga più pesante di una banca americana, e i suoi attivi sono stati ceduti a J. P. Morgan per appena 1,9 miliardi di dollari. Si tratta dell’equivalente finanziario di uno Tsunami devastante, e non è ancora finito.
Le stime degli economisti vengono costantemente riviste al ribasso. Sei mesi fa il Fondo Monetario Internazionale parlava di circa 1000 miliardi di dollari (circa 700 miliardi di euro) di perdite del settore finanziario e prevedeva una forte contrazione nell’economia mondiale. La maggior parte degli economisti ritenevano queste stime troppo pessimistiche. Ora parlano una lingua diversa. Dominique Strauss-Kahn scrive sul Financial Times:
“…ma con la maggior parte delle perdite ancora non contabilizzate, e con la crisi finanziaria nella sua fase acuta, è divenuto chiaro che solo una soluzione sistemica – in grado di affrontare sia le conseguenze immediate, sia le radici – consentirà all’economia nel suo complesso, negli Usa e a livello mondiale, di funzionare con una parvenza di normalità” (Financial Times, 22.9.2008)
In effetti, l’economia americana non funziona più con “una parvenza di normalità”. Nei fatti, si sta fermando, almeno per quanto riguarda Wall Street. Mentre scrivo queste righe, i mercati finanziari americani sono virtualmente paralizzati in attesa dell’elargizione dell’enorme quantità di soldi pubblici con cui le autorità sperano di “ridare fiducia”. Lo stesso fatto che il “libero mercato” debba dipendere per la propria sopravvivenza da cospicue donazioni del contribuente americano è prova sufficiente della sua totale bancarotta – nel senso più letterale del termine. Questo segna la parola fine a tutta la retorica sulla “mano invisibile del mercato”, lo spirito dell’impresa privata e tutto il resto. Al momento della verità, i coraggiosi, temerari imprenditori di Wall Street e della City di Londra sono dovuti andare dal governo come mendicanti, col cappello in mano, a chiedere l’assistenza sociale. Solo che questi mendicanti sono miliardari e chiedono soldi con fare minaccioso.
Che cosa rimane di “una parvenza di normalità” quando un governo repubblicano, guidato da un fanatico liberista, nazionalizza le principali banche di investimento americane? O quando il Ministro del Tesoro Usa garantisce un sussidio gigantesco di circa mille miliardi di dollari a queste aziende? Domenica, Morgan Stanley e Goldman Sachs hanno rinunciato al tentativo di rimanere le uniche due banche d’investimento indipendenti e hanno fatto richiesta per diventare banche commerciali ordinarie così da poter allargare l’accesso ai depositi e poter godere dell’appoggio di liquidità della Federal Reserve. L’auto-eliminazione di due delle più prestigiose istituzioni di Wall Street è stato un indice della estrema gravità della crisi. La velocità con cui Morgan Stanley ha cercato compratori in Asia evidenzia la rapidità con cui le ricchezze mondiali stanno fuggendo dagli Stati Uniti.
Il Congresso tentenna e il Ministro del Tesoro Paulson (che, secondo alcuni commentatori è ora il Presidente di fatto degli Stati Uniti) si irrita. Nel frattempo, i mercati continuano a cadere e nessuno può fermarli. C’è una questione che si sente ripetere al Congresso: ci chiedete di darvi centinaia di miliardi senza alcun controllo o garanzia. A parte che ciò significa ricompensare i banchieri per la loro spaventosa incapacità di gestire la situazione, chi dice che ciò avrà un effetto nel fermare la caduta del mercato?
Si tratta di una domanda molto interessante, a cui né Paulson né Bush né chiunque altro ha la risposta. È davvero divertente vedere ex difensori della santità del libero mercato invocare a gran voce per un intervento governativo per salvare il mercato da se stesso. Ma sono condannati dalla loro stessa logica, che è l’unica logica insana dell’economia di mercato. Questa crisi finanziaria, da tempo prevista dai marxisti, è il risultato diretto di un lungo periodo di speculazione incontrollata, che ha prodotto la più grande bolla della storia.
Quando venerdì scorso il governo americano ha annunciato il piano di salvataggio per il settore finanziario da 700 miliardi, i mercati hanno tirato un sospiro di sollievo. Ma l’ambiente è cambiato presto, quando il Congresso ha ritardato l’approvazione di questa enorme elemosina. Fino a lunedì, il dollaro americano aveva resistito sorprendentemente bene, nonostante gli scivoloni di Wall Street. Ma alla fine è crollato per i timori legati al costo del salvataggio e alla fragile situazione del sistema bancario americano, facendo schizzare in alto il prezzo delle merci scambiate in dollari. Il dollaro ha perso il 2% contro un paniere delle principali valute, e il 2,6% contro l’euro che è arrivato a 1,48 dollari.
Il prezzo del petrolio è particolarmente volatile, con spaventosi alti e bassi. Quando il dollaro è caduto, le azioni sono crollate e il prezzo del petrolio è cresciuto di nuovo dopo il precedente forte calo. Lunedì 22 settembre c’è stato un aumento del 17%, il maggior rialzo giornaliero mai visto, più grande di quello avuto durante l’invasione in Iraq. Martedì il prezzo del petrolio era di nuovo diminuito di 3 dollari a 106 dollari al barile e c’erano buone ragioni per aspettarsi ulteriori cali. Queste violente oscillazioni riflettono da una parte, i movimenti del dollaro, dall’altra, l’attività di persone coinvolte nella speculazione sulle merci. Fino a poco fa, i capitalisti speculavano sul mercato immobiliare. Appena questo è crollato, hanno cercato altri campi da sfruttare, qualunque cosa potesse dare profitti: petrolio, opere d’arte, vini pregiati. Nonostante tutte le lamentele e le richieste di regolamentazione, questa speculazione non può essere controllata. È come il mostro mitologico Idra: tagli una testa, ne compaiono una dozzina.
Socialismo per i ricchi
Come conseguenza di queste convulsioni economiche e sociali, molti stanno cominciando a porre in discussione la natura del sistema economico che produce questo tipo di abomini. Quando lo stesso Stato capitalista è costretto a nazionalizzare le istituzioni finanziarie, può generalizzarsi questa idea: a che servono banchieri e capitalisti? Per questa ragione, i politici evitano la parola nazionalizzazione come il diavolo l’acqua santa. Cercano a ogni costo modi con cui lo Stato possa fornire capitale alle banche senza portare alla nazionalizzazione. Lottano per inventare forme di capitale che lascino la proprietà e il controllo in mani private. Ma alla fine, sono costretti contro la propria volontà a prendere il controllo delle banche in difficoltà per prevenirne il crollo. Si tratta di una prova schiacciante contro la proprietà privata in un settore chiave dell’economia.
Sebbene appaia un paradosso, non è un caso che il paese dove i politici urlano più sguaiatamente contro i peccati del mercato e l’avidità dei banchieri sia proprio gli Stati Uniti. La terra della libera impresa, il paese dove la psicologia del capitalismo ha messo le sue radici più forti nella popolazione è il paese dove probabilmente c’è la più forte reazione contro il grande capitale. Questo si riflette nei discorsi dei politici, particolarmente dei candidati alla presidenza. Il candidato repubblicano è anche più duro nella sua retorica di quello democratico, perché vorrebbe vincere. McCain vede che c’è una rivolta contro le paghe stratosferiche dei dirigenti delle grandi aziende e la scandalosa speculazione di Wall Street e dice quello che la maggior parte della gente vuole sentire.
Non è grottesco che i dirigenti dell’ora defunta Bear Stearns abbiano accumulato fortune sviluppando l’attività dell’azienda in strategie rischiosissime che l’hanno condotta al crollo? E perché i contribuenti americani, la gran parte dei quali non è benestante, dovrebbero pagare il conto da 700 miliardi per salvare le grandi istituzioni finanziarie? Al 30 settembre del 2007, il governo federale aveva un deficit fiscale di 53.000 miliardi di dollari, cioè 455.000 dollari a famiglia, 175.000 dollari a persona. Questo peso cresce ogni anno di circa 7.000-10.000 dollari per ogni americano. Il programma Medicare rappresenta 34.000 miliardi di questo deficit e il relativo fondo finirà i soldi in dieci anni. Il programma di sicurezza sociale andrà in rosso anch’esso entro dieci anni. Chiunque vinca le elezioni presidenziali o controlli il Congresso dovrà accingersi a massicci tagli del tenore di vita. Gli stessi capitalisti che hanno ricevuto miliardi dal governo e dalla Federal Reserve chiedono maggiori controlli sul deficit, tagli alle spese, una riforma complessiva (leggasi riduzione) delle spese sanitarie.
Non ci sono soldi per Medicare, per le scuole o la pensione. Ma ci sono molti soldi per le grandi aziende e i pescecani dell’industria. Questa palese contraddizione attanaglia la coscienza di milioni di americani comuni e avrà grosse conseguenze nel futuro. Il pesante peso del debito dovrà essere scaricato sulle spalle delle generazioni future, che dovranno pagare un forte prezzo con la caduta del tenore di vita e tagli alla spesa sociale. Ciò condurrà inevitabilmente a profondi cambiamenti nella coscienza.
Il pubblico americano sta capendo la lezione. Non ci sono soldi per gli scolari o i malati o gli anziani, ma quando si parla di importanti aziende (e nessuna azienda è più importante delle banche) lo Stato accorre con il libretto degli assegni aperto. Davanti alla situazione disperata dei poveri, l’amministrazione Bush prova solo disgusto. Nella terra della libertà, ogni cittadino ha il diritto di aspirare alla ricchezza. Se qualcuno si ostina a rimanere povero, è colpa sua! Mostri un po’ di spirito di iniziativa o si vada a nascondere e scompaia. Questo è il duro messaggio del Messia repubblicano del mercato. Ma quando si parla dei super-ricchi, George W Bush si mostra ben più tenero. In verità sta scritto: “A chiunque ha, sia dato ancor di più e in abbondanza; ma a chi non ha, sia tolto anche quel poco che gli resta”.
Come si sa, il presidente Bush è un fiero credente nella Bibbia. Ma c’è da sospettare che i motivi per cui interviene nella crisi finanziaria non siano del tutto connessi alla carità cristiana. Ha più a che vedere con la disperazione. La classe dominante americana ha visto aprirsi un abisso sotto i suoi piedi ed è stata costretta a ricorrere a misure di emergenza in uno sforzo disperato di evitare una crisi mondiale. Ecco perché un presidente fanatico liberista è stato costretto a cedere centinaia di miliardi di dollari del contribuente alle banche.
Questa notevole iniziativa è stata subito applaudita dal mercato, a livello nazionale e internazionale. Il gruppo delle 7 nazioni più industrializzate ha dichiarato che i suoi membri “accolgono molto favorevolmente le azioni straordinarie intraprese dagli Stati Uniti”. Tuttavia, altre nazioni hanno dichiarato di non vedere la necessità immediata di creare propri fondi per comprare titoli malridotti. I capitalisti europei e di altre zone sono felici di restare a guardare e lasciare che gli americani fatichino. Dopo tutto, non sono loro i responsabili del casino in prima istanza? La stessa domanda se la pongono in ogni strada americana e anche in parlamento.
Il presidente ha subito trovato un ostacolo nel congresso americano. Non che i deputati e le deputate siano meno interessati alla sopravvivenza del capitalismo dell’inquilino della Casa Bianca. Ma sono ancor più dediti alla propria sopravvivenza. Comprendono che va montando una rivolta contro il capitalismo, il mercato, i banchieri, Wall Street e tutto il sistema. L’immensità dell’elargizione (perché di questo si tratta) è scandalosa. Significa che dalle tasche di ogni americano prenderanno 9.400 dollari per depositarle sui conti dei primi responsabili della crisi. Questo fatto è ben presente nella testa dei deputati del Congresso, anche perché le elezioni non sono lontane.
I democratici hanno chiesto un’altra serie di misure per riattivare l’economia americana, incentrate sulla spesa in infrastrutture, migliorie nel riscaldamento delle case e garanzie per gli assegni dei consumatori. Ma l’amministrazione e molti repubblicani resistono. Soldi ai banchieri? Certo! Ma soldi per gli americani qualunque… ci spiace, ma il piatto piange! Questo è troppo per le anime gentili del Capitolio che spendono tutta la loro vita per l’interesse della nazione.
Come ci si poteva aspettare, Barack Obama, il candidato democratico, ha espresso i suoi dubbi in un discorso in cui ha chiesto la modernizzazione delle leggi che regolano la finanza basandole sulle attività esercitate più che sull’identificazione formale di banche o altri operatori. “Non possiamo dare un assegno in bianco a Washington senza controlli e senza un rendiconto, quando proprio l’assenza di controlli e resoconti è ciò che ci ha precipitato nel caos” ha detto.
Forse più sorprendente è la reazione del candidato repubblicano, che non voleva ovviamente farsi superare dal rivale (dopo tutto, le chiacchiere sono gratis e quest’anno si vota): “questo accordo mi lascia profondamente a disagio” dice John McCain, “mai nella storia del nostro paese così tanto potere e denaro è stato concentrato nella stessa persona. Quando parliamo di un milione di dollari del contribuente, ‘credete a me’ è troppo poco”. McCain si è persino detto d’accordo con la richiesta dei democratici di un tetto pari a 400.000 dollari alla retribuzione annua per i dirigenti delle aziende salvate. Questo contraddice totalmente la posizione dell’amministrazione Bush, che insiste che un simile tetto scoraggerebbe le banche dal prendere parte al piano.
I principali esponenti democratici alla Camera e al Senato hanno fatto circolare proposte che includevano controlli più severi, varie proposte per consentire o richiedere al governo di assumere partecipazioni nelle aziende che rientrano nel piano, consentire ai giudici fallimentari di cancellare mutui e ridurre le paghe dei dirigenti delle banche che cedono titoli al fondo governativo. Paulson cerca di evitare che queste condizioni siano pre-requisiti per vendere attivi al fondo, sostenendo che ciò assicurerebbe che solo le banche sull’orlo del fallimento partecipino.
Questo conflitto, e le richieste dei democratici di maggior controllo sui soldi dati alle banche, ha prodotto uno stallo e un ritardo che irrita i mercati ancora una volta. Dopo tutto, quando i mercati esigono, bisogna obbedire. I rappresentanti eletti della nazione non devono fare domande! Il presidente Bush ha detto al Congresso: “concentrate il disegno di legge nella soluzione della crisi dei nostri mercati finanziari”.
Ma il Congresso è sotto pressione anche dall’opinione pubblica che, come abbiamo visto, sta raggiungendo il punto di ebollizione. I deputati sono bombardati da telefonate e e-mail, in cui gli elettori schiumano rabbia contro gli scandalosi oboli ai ricchi. Ignorare questo ambiente è pericoloso! Dunque hanno esitato a firmare. Il Congresso accusa l’amministrazione di aver creato il caos. Il presidente accusa il Congresso di esitare a firmare un accordo che si suppone salverà l’economia americana dal crollo (Bush ha usato esattamente queste parole in un messaggio televisivo alla nazione che non ha precedenti).
Le buone maniere stanno svanendo nelle aule parlamentari: i deputati si urlano l’un l’altro e quasi arrivano alle mani. Quando mai si sono viste scene del genere nel Capitolio? D’altra parte, chi ha mai visto gli Stati Uniti in un simile stato di catastrofe economica? E quando si è mai visto il popolo americano in uno stato mentale così ribelle e arrabbiato? La ragione per la condotta dei deputati è che si sentono con una pistola alla tempia.
Qualunque cosa facciano ora sarà sbagliata. Se firmano, si guadagneranno l’odio di milioni di cittadini comuni. Una donna, intervistata dalla televisione inglese la notte scorsa, quando le è stato chiesto che ne pensava del salvataggio, ha risposto seccamente: “ho appena finito un turno di 11 ore di lavoro e lavoro 60 ore a settimana. Ora vogliono 3.200 dollari del mio stipendio per salvare i banchieri!” questo è ciò che pensa l’americano comune. Ma se non firmano, ci saranno nuovi crolli sui mercati negli Stati Uniti, con la minaccia di una recessione profonda stile ‘29. In altri termini, sono tra l’incudine e il martello.
Pessimismo della borghesia
La borghesia è soggetta a periodici attacchi di isteria, che la fanno passare dall’ottimismo più estremo alla disperazione più cupa. Sulle due sponde dell’Atlantico, dove prima c’era “esuberanza irrazionale”, ora c’è sconforto e smarrimento. È sempre stato così: la borghesia alterna sempre questi due estremi come un maniaco depressivo. Un minuto prima è festa e si fanno soldi a palate; il minuto dopo, il tutto si sgonfia e si fa largo la tristezza. Quando alla fine arriva il crollo è come svegliarsi dopo un festino selvaggio. La notte prima erano tutti ebbri come se il mondo non esistesse. Ora, alle fredde luci dell’alba, la storia è molto diversa. Uomini e donne sono dolorosamente riportati alla consapevolezza degli eccessi della notte prima. Giurano solennemente che non toccheranno mai più un goccio, e lo dicono sul serio, fino alla prossima festa.
Il crollo ignominioso dell’ultimo boom speculativo non fa eccezione. È rimarchevole solo la profondità dell’abisso, che è solo un riflesso delle inebrianti vette da cui stanno cadendo. Si trattava semplicemente del più grosso boom (o bolla) di speculazione della storia. È stato di gran lunga peggiore del precedente a Wall Street. Ma nonostante la severità della crisi, gli economisti borghesi cercano di rassicurarsi al pensiero che le cose potevano essere molto peggiori. Il Financial Times ha commentato di recente:
“la grande depressione cominciò meno di ottant’anni fa, e quindi, di nuovo, siamo in un secolo diverso. Che questa sia o no la peggior crisi che il mondo dovrà sostenere da ora al 2099, il fatto che niente di così brutto come la Depressione degli anni ‘30 sia successo finora è in sé una cosa notevole”. Questo commento è interessante per due ragioni: le stesse persone che per anni hanno negato ogni possibilità che si ripetessi il 1929 e la Grande Depressione ora, senza batter ciglio, dicono che non solo è possibile, ma che è strano che ancora non sia successo.
Dominique Strauss-Kahn scrive: “[…] e perche non è accaduto, almeno non ancora, nell’economia in generale, l’innesco di una dura recessione. Forse questo ha fatto cullare troppi nell’idea di considerare l’esplosione della bolla immobiliare come una semplice correzione, i default sui mutui subprime come un evento sfortunato e il fallimento di importanti istituzioni finanziarie come un danno collaterale.” (Ibid.)
La caduta dei prezzi durante una crisi semplicemente riequilibra la crescita precedente. In questo senso si può parlare di “correzione”. Tuttavia, abbiamo sottolineato anni fa come gli economisti borghesi hanno più volte modificato la terminologia che descrive una crisi economica per farla apparire meno seria di quanto sia. Una volta usavano le parole panico, poi crollo, poi depressione, poi recessione, e ora sono arrivati a correzione. Dopo tutto, se accettiamo i miracolosi poteri curativi del mercato, che grazie alle arti magiche si regola senza nessun intervento umano cosciente, come possiamo dubitare che il mercato si “corregga” da solo?
Su questo tema scrivevamo nel documento Prospettive mondiali 2008:
“Anche un terremoto può essere presentato come una ‘correzione’ necessaria, che semplicemente serve ad aggiustare la crosta terrestre. Alla fine, tutto si sistema e la vita va avanti come prima. Ma questa analisi confortante trascura gli spaventosi effetti provocati dal terremoto: interi villaggi cancellati dalla faccia della terra, foreste sradicate, raccolti distrutti, migliaia di morti e feriti. Inoltre, la vita non torna facilmente alla normalità dopo il terremoto. Alcuni sono così devastanti e lasciano tali scie di distruzione che i loro effetti si sentono per anni”
Queste righe riflettono accuratamente le conseguenze di questa “correzione”.
La dittatura del capitale finanziario
Questa è l’epoca del capitalismo monopolistico. Una delle sue caratteristiche è il totale dominio del capitale finanziario. Questo dominio è andato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna più in là che in ogni altro paese. La Gran Bretagna, l’ex officina del mondo, è ora un’economia parassitaria che vive sulla rendita, che produce molto poco ed è dominata dalla finanza e dai servizi. Fino a poco fa questo si presentava come qualcosa di positivo, che avrebbe protetto il paese dalle turbolenze dell’economia mondiale. Ma è vero il contrario. Seguendo pedissequamente il modello americano, la Gran Bretagna è coinvolta nella recessione subito dietro agli Stati Uniti e sarà probabilmente la più colpita. Come un parassita, che si ingrassa a spese dell’organismo sano, il settore finanziario è diventato troppo grande a spese dell’economia, succhiando risorse e minacciando di destabilizzarla totalmente.
È ovvio che ciò che sale alla fine deve scendere. Per anni l’economia statunitense sembrava sfidare le leggi della gravità economica. Ora ne paga il prezzo. La caduta, ora che è arrivata, è tanto più veloce per via delle vette raggiunte dalla speculazione nel settore immobiliare nel periodo precedente. La caduta dei prezzi delle case è già molto più intensa di quella durante la Grande Depressione. Nel primo trimestre del 2008, i prezzi delle case negli Stati Uniti sono scesi ufficialmente del 14,1%. Al confronto, nel 1932, al punto più basso della depressione, i prezzi delle case crollarono del 10,5%. Inoltre, queste cifre non descrivono la reale gravità della situazione. Alcuni economisti ritengono che il vero calo del prezzo delle case nel primo trimestre sia stato del 16% in termini reali. E la discesa non è per niente finita.
Questo significa che le grosse somme di denaro regalate ai banchieri non serviranno a evitare il crollo, o al massimo porteranno solo un beneficio temporaneo prima di nuovi e più forti cali. Questa è la logica del mercato, che obbedisce solo alle sue leggi. I cosiddetti piani di stabilizzazione non porteranno a nulla del genere. Tutte le chiacchiere su come regolare i mercati sono senza senso. Il sistema capitalistico è anarchico per sua natura. Non può essere pianificato né regolato. Il tentativo di stabilizzare il sistema finanziario pompandoci dentro vagonate di soldi servirà solo ad arricchire i super-ricchi. Ma non avrà duraturi effetti sul mercato.
L’insolenza dei banchieri è davvero stupefacente. Chiedono al governo di comprarsi i loro debiti andati male, tenendosi i titoli buoni. Nessuno sa quanto valgono gli attivi che vorrebbero cedere. C’è un vecchio proverbio inglese che dice di non comprare mai a scatola chiusa. È un consiglio sensato, ma il governo dovrebbe regalare alla borghesia una colossale montagna di soldi senza guardare che cosa c’è all’interno della scatola. La crisi del sistema bancario è il risultato di una spaventosa frode a cui tutti i banchieri hanno felicemente partecipato negli ultimi due decenni. Li ha resi enormemente ricchi ma ora ha lasciato da pagare un enorme debito e capitale fittizio nei loro bilanci. Come risolvere questo piccolo problema? Facile! Passare il conto al contribuente. Spingere il governo a creare un’agenzia che compri questi attivi e li tenga fino alla “scadenza” per poi rivenderli al settore privato. Cioè nazionalizzare le perdite e privatizzare i profitti, o, per usare la meravigliosa espressione di Gore Vidal, il socialismo per i ricchi e il libero mercato per i poveri.
I capitalisti dicono di fare anche loro sacrifici, ma cosa significa vogliono dire che sacrificano un po’ dei loro profitti gonfiati, mentre i lavoratori sacrificano la vita, le case. I banchieri lanciano urla di dolore e i governi accorrono con il libretto degli assegni. I banchieri chiedono grandi travasi di denaro per lenire le proprie ferite. Questa si chiama “offerta di liquidità”. Il problema è che lo Stato non ha nessuna liquidità. Può solo fare soldi con le tasse. Ma le tasse riducono la domanda, che sta già scendendo negli Stati Uniti. Ciò può alleviare temporaneamente la “sofferenza” dei super-ricchi, ma solo al costo di aumentare le sofferenze di milioni di cittadini americani comuni. Questo di per sé non sarebbe preoccupante, naturalmente, dato che tutti i patrioti americani devono soffrire per la grande causa del mercato. Sfortunatamente gli effetti sull’economia saranno molto forti.
Un ulteriore taglio alla domanda aumenterà la disoccupazione. Le aziende falliranno. Sempre più persone non riusciranno a pagare il mutuo e le carte di credito. In altre parole, la crisi si approfondirà e sarà più difficile da risolvere. Inoltre, gli Stati Uniti negli ultimi anni sono passati dall’essere il più grande creditore del mondo a essere il più grande debitore. L’acquisto di mutui e prestiti a rischio di insolvenza da parte del governo e le iniezioni di capitale nelle istituzioni finanziarie aumenterà enormemente il debito statale. Questo produrrà un ulteriore calo del dollaro che, a sua volta, provocherà altre convulsioni sui mercati monetari mondiali.
Le banche centrali in teoria dovrebbero prevenire le corse agli sportelli assicurando i depositanti che i loro soldi sono sicuri e fornendo liquidità alle istituzioni finanziarie in cambio di titoli di buona qualità a garanzia. Ma c’è un limite alle risorse delle banche centrali, e si sta rapidamente raggiungendo. Probabilmente hanno già fatto più di quello che potevano. Nel caso di nuove crisi bancarie, saranno impossibilitate ad agire. Dato che nessuno ha la minima idea di quanti debiti inesigibili inquina ancora il sistema finanziario mondiale, simili crisi sono inevitabili nel prossimo periodo. Presto o tardi provocheranno il crollo di una grande banca che potrebbe dare uno choc fatale all’economia mondiale, come il crollo della maggiore banca austriaca, la Kredit-Anstalt nel maggio del ‘31. Essa avvenne due anni e mezzo dopo il crollo di Wall Street e segnò l’inizio di una crisi finanziaria in Europa centrale e oltre. È ben possibile che vedremo qualcosa di simile nel prossimo periodo.
Marx e il capitale fittizio
Non è la mancanza di moneta che causa la crisi, ma, al contrario, la crisi che causa la mancanza di moneta. Gli economisti borghesi, con la loro mentalità da banchieri, confondono la causa e l’effetto, l’apparenza e l’essenza. Quando l’economia entra in crisi, il credito si prosciuga e si chiedono soldi veri. Questo è l’effetto della crisi, ma alla fine questo diventa causa, spingendo in basso la domanda e creando una spirale discendente.
I banchieri e i loro amici al governo insistono che la causa della crisi è la scarsità di capitale nel sistema finanziario. Che affermazione stupefacente. Per vent’anni c’è stata un’orgia di flussi di denaro e le banche hanno fatto enormi profitti. Ora ci dicono che non hanno sufficiente capitale! In realtà, durante il boom circolava una massa gigantesca di prestiti e questa sovrabbondanza di capitale mostrava in sè i limiti della produzione capitalistica. C’erano capitali in abbondanza pronti per la speculazione che non avevano sbocchi e la borghesia dovette trovare modi per usarli.
Marx osservò molto tempo fa che l’ideale del borghese è che i soldi si moltiplichino da soli, senza attraversare il faticoso processo produttivo. Nell’ultimo periodo sembrava che ci fossero riusciti (tranne in Cina dove c’è stato un effettivo sviluppo delle forze produttive). Negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, Spagna, Irlanda e molti altri paesi, le banche investivano migliaia di miliardi in speculazione, specialmente nel settore immobiliare. Era la base su cui lo scandalo dei mutui subprime si è sviluppato ed è cresciuto, generando quantità inimmaginabili di capitale fittizio.
Già ai tempi di Marx c’erano grosse quantità di capitale circolante; è la forma del capitale che forma la base del capitale fittizio. A quei tempi c’erano truffe creditizie equivalenti ai derivati di oggi. Ma in confronto con le dimensioni di oggi, la speculazione del passato era nulla. Il volume totale della speculazione su scala mondiale è spaventoso. Prendiamo un esempio: il settore dei credit default swap. Si tratta di uno strumento che consente alle due parti di scommettere sulla possibilità che un’azienda non rispetti il pagamento del suo debito. Il settore è cresciuto fino a 90.000 miliardi di dollari di ammontare nozionale assicurato. Ciò significa probabilmente il doppio del credito mondiale. Questi contratti sono registrati solo nei libri contabili dei contraenti. Nessuno conosce il vero volume delle transazioni, che dunque espongono l’economia mondiale a un grosso rischio. Questo spiega il panico di Wall Street e della Casa Bianca. Temono, giustamente, che qualunque forte shock possa far crollare l’intero instabile edificio della finanza mondiale, con conseguenze imprevedibili.
Anche nel diciannovesimo secolo, all’apice del boom, quando il credito era facile e la fiducia cresceva, la gran parte delle transazioni avveniva senza moneta. All’inizio del ciclo c’è un abbondanza di capitale e gli interessi sono bassi. Ridotti tassi di interesse aumentano i profitti delle aziende e stimolano la crescita. Dopo, i tassi raggiungono il loro livello medio, all’apice della prosperità. C’è una domanda crescente di credito e dunque gli interessi arrivano al massimo al picco del boom. Ma nell’ultimo ciclo ciò non è avvenuto.
Negli ultimi anni, la Federal Reserve ha seguito una politica cosciente di bassi tassi d’interesse (che sono stati anche negativi, considerato il livello dell’inflazione). Era una politica irresponsabile dal punto di vista ortodosso capitalista. Ha creato la bolla immobiliare creando le basi di questa crisi. Ma finché si facevano lauti profitti e gli investitori erano contenti, a nessuno importava. Erano tutti uniti con entusiasmo nel folle carnevale del fare soldi. I banchieri più rispettabili e gli economisti più noti ballavano e cantavano al coro di “mangia, bevi e divertiti, che domani moriremo!”
La ragione per cui ora si lamentano che hanno un capitale insufficiente è che gran parte delle loro attività sono fittizie, il risultato degli imbrogli senza precedenti nel settore finanziario. Finché c’era il boom nessuno obiettava. Ora che il boom non c’è più queste attività vengono analizzate con attenzione. I banchieri, che ieri si scambiavano senza problemi enormi quantità di debito, ora non lo vogliono più fare. Si diffondono sfiducia e sospetto. Il facile ottimismo precedente è stato sostituito da un atteggiamento di cautela verso i prestiti. Tutto il sistema bancario, da cui dipende la circolazione del capitale, si sta fermando.
Finché gli attivi di carta straccia non vengano eliminati, molte istituzioni non avranno sufficiente capitale per fornire crediti freschi all’economia. Marx ha descritto a suo tempo questa fase del ciclo economico:
“Il fatto che in periodi di crisi vi sia mancanza di mezzi di pagamento è così evidente da non richiedere spiegazione. La convertibilità delle cambiali si è sostituita alla metamorfosi delle merci stesse, fenome questo che se manifesta soprattutto in questo periodo e con una intensità tanto maggiore, quanto magiore è il numero delle ditte commerciali che lavorano a credito. Una legislazione bancaria inconsueta e stupida, come quella del 1844-45, può aggravare ulteriormente questa crisi monetaria. Non esiste tuttavia legislazione bancaria che possa scongiurarla.
In un sistema di produzione in cui tutto il meccanismo del processo di produzione riposa sul credito, deve evidentemente prodursi una crisi, una affannosa ricerca dei mezzi di pagamento, al momento un cui improvvisamente il credito viene a mancare e tutti i pagamenti devono essere fatti in contanti. A prima vista, sembra quindi, che la crisi nel suo complesso sia unicamente una crisi creditizia e monetaria. Ed effettivamente si tratta in realtà unicamente della convertibilità delle cambiali in denaro. Ma queste cambiali rappresentano, per la maggior parte, acquisti e vendite reali che, avendo assunto un’estensione, di gran lunga superiore al bisogno sociale, sono in definitiva la base di tutta la crisi. Inoltre una massa enorme di queste cambiali rappresenta soltanto affari truffaldini, che vengono ora finalmente a galla e scoppiano; inoltre rappresentano speculazioni fatte con capitale altrui e non riuscite; infine capitali-merce deprezzati o del tutto invendibili, oppure riflussi che non possono più attuarsi. Tutto questo sistema artificiale di ampliamento violento del processo di riproduzione non può, naturalmente, essere risanato per il fatto che una banca, ad es. la Banca di Inghilterra, fornisce in carta a tutti gli speculatori il capitale che fa loro difetto ed acquista al loro antico valore nominale tutte le merci ora deprezzate. Del resto, tutto qui si presenta deformato, perché in questo mondo di carta non appaiono mai il prezzo reale ed i suoi reali elementi, ma soltanto solo lingotti, denaro sonante, banconote, cambiali, titoli. Questa deformazione è soprattutto visibile, in quei centri in cui come Londra confluiscono tutte le operazioni finanziarie del paese, cosicché il processo nel suo insieme sfugge alla comprensione. È meno sensibile invece nei centri di produzione” (Il capitale, Vol. 3, Cap. 30, Capitale-monetario e capitale effettivo, p. 576 Editori Riuniti – Roma 1980, sottolineatura aggiunta)
I capitalisti devono ora tirare fuori tutto il capitale fittizio dal sistema. Come un uomo avvelenato, o un drogato che lotta contro gli effetti negativi della sua dipendenza, devono espellere questo veleno dall’organismo o soccomberanno. Ma è un processo doloroso e crea nuovi pericoli all’organismo. Il sistema si riduce e il credito evapora, costringendo i capitalisti a richiamare i debiti. Quelli che non possono pagare falliscono. La disoccupazione di conseguenza aumenta e ciò riduce a sua volta la domanda, aumentando i fallimenti e i debiti inesigibili. Così, tutti i fattori che hanno sospinto verso l’alto l’economia nell’ultimo periodo, ora si tramutano nel loro contrario.
La bancarotta della teoria economica borghese
Gli economisti sono rimasti pervicacemente attaccati alla vecchia illusione che un crollo mondiale era impossibile, avendo appreso la lezione del passato (come un ubriaco che impara la lezione dopo ogni ubriacatura). Sostenevano che la crisi finanziaria sarebbe stata confinata agli Stati Uniti, che l’economia americana si sarebbe in qualche modo “sganciata” dal resto del mondo (tra l’altro contraddicendo tutto ciò che avevano detto prima sulla globalizzazione), che Europa e Cina sarebbero diventate le locomotrici dell’economia mondiale e così via.
Quanto vani suonano questi argomenti oggi! I prezzi degli immobili cadono ovunque. L’economia mondiale rallenta. Le economie europee stanno già rallentando fortemente e, con il fallimento inevitabile di altre banche e l’indisponibilità di capitale e di credito, il processo continuerà. È vero che i cosiddetti paesi emergenti continuano a crescere, ma è impensabile che possano rimanere a galla dalla crisi generale con l’evaporazione dei flussi di capitale e i prezzi delle merci che calano. Certo, il processo richiederà tempo e avrà effetti diversificati. Alcuni paesi entreranno in crisi prima, altri dopo. Ma alla fine, tutti saranno risucchiati.
Non conta molto quale paese darà il via alla crisi. L’aspetto principale è che nelle condizioni di oggi, passerà da un paese all’altro, da un continente all’altro. In questo caso è cominciata negli Stati Uniti, che è il paese dove la mania della speculazione è giunta ai suoi massimi estremi. Ma presto, e contro tutte le previsioni degli economisti, si è propagata in Irlanda, Spagna, Gran Bretagna e a tutta Europa. Le sue ripercussioni si sentiranno in Sudamerica, Asia, Africa. I paesi cadranno uno dopo l’altro come tessere del domino. La Cina non ne rimarrà fuori, anche se per il momento è ancora in crescita.
In una crisi i capitalisti sono costretti a ricorrere a misure straordinarie per accaparrarsi quote in un mercato che va riducendosi. Ricorrono a sconti, al dumping e ad altri metodi per battere i concorrenti. Ma così aggravano la crisi alimentando una spirale deflazionistica discendente. La gente ritarda gli acquisti aspettando prezzi più bassi e così abbassa ancora i prezzi. Lo vediamo con chiarezza sul mercato immobiliare.
Il contagio si allarga come un’epidemia incontrollabile da un paese all’altro. Diventerà evidente che tutti i paesi hanno esportato troppo (cioè c’è sovra-produzione) e anche importato troppo (cioè c’è troppo commercio) (vedi Il capitale, Vol. 3, p. 481). Sarà evidente che hanno tutti esteso troppo il credito ammassando legna per il fuoco dell’inflazione e della speculazione, che ora devono estinguere, a qualunque costo. Questo significa che non si tratta di questo o quel paese, di questa banca o quello speculatore ma del sistema nel suo complesso. Certo, il calo non durerà per sempre. Nel lungo periodo si raggiungerà un nuovo equilibrio, i prezzi si stabilizzeranno, la profittabilità verrà ristabilita e partirà un nuovo ciclo. Ma per ora non si vede. Il calo non è finito. È appena cominciato e nessuno sa quanto durerà. E poi, come Keynes osservò una volta: “nel lungo periodo siamo tutti morti”.
È facile essere saggi col senno di poi. Gli economisti borghesi eccellono nel fare previsioni su cose che sono già successe. In questo assomigliano agli autori del Vecchio Testamento, che con rimarchevole accuratezza predicevano eventi storici successi secoli prima. Creduloni come i Testimoni di Geova si fanno molto impressionare da questo, citandolo come prova dell’ispirazione divina della Bibbia. Altri, più inclini a una visione scettica e scientifica, accolgono simili “previsioni” con grosse risate. La stessa gente che ridicolizzava i marxisti e ci assicurava che non ci sarebbero state crisi ora si lamentano e si torcono le mani per la disperazione. Ci spiegano che siamo nella più grave crisi dagli anni ‘30 e sperano che nessuno noti la evidente contraddizione tra questo e ciò che dicevano fino a ieri.
Il fatto è molto semplice: negli ultimi venti o trent’anni gli economisti borghesi non hanno capito nulla, non hanno anticipato nulla e non hanno previsto alcunché. Non sono stati in grado di prevedere né i boom né le crisi. Hanno speso decenni cercando di convincerci che il ciclo economico era finito, che la disoccupazione di massa era una cosa del passato, che il mostro dell’inflazione era stato sconfitto e così via. Tutti i politici riformisti hanno ovviamente accettato queste sciocchezze come oro colato. In Inghilterra Gordon Brown dichiarò fiducioso: “il ciclo boom-recessione è stato abolito”. Ora si trova con le ossa rotte mentre l’economia britannica è in recessione. Tutto questo dimostra che la teoria economica borghese è inutile a ogni fine tranne per giustificare un sistema degenerato e in bancarotta.
Quello che avevamo previsto
Mettiamo a confronto le prospettive dei marxisti e quelle dei borghesi. Al contrario degli economisti borghesi che hanno creduto alle proprie panzane, i marxisti spiegavano come stavano le cose. Nel documento Sul filo del rasoio: prospettive per l’economia mondiale scritto nel 1999, spiegavamo:
“Nel passato si diceva che il ruolo della Fed era di portare via i drink proprio quando la festa stava iniziando ad animarsi. Ma non è più così. Mentre formalmente parla di prudenza fiscale e austerità, Alan Greenspan ha di fatto tollerato la creazione della più vasta orgia di speculazione finanziaria della storia, anche se si deve rendere conto dei pericoli sottostanti. È come l’imperatore Nerone che suonava mentre Roma bruciava. In effetti, aumentando i tassi di appena un quarto di punto percentuale, ha gettato benzina sul fuoco. Così il vecchio motto si mostra ancora una volta vero: “coloro che gli dei vogliono distruggere, prima rendono matti”.”
Nello stesso documento scrivevamo:
“Nell’epoca moderna le barriere fondamentali allo sviluppo delle forze produttive sono la proprietà privata dei mezzi di produzione e gli Stati nazionali. Tuttavia, per un certo periodo, il capitalismo può parzialmente aggirare queste barriere con una serie di mezzi, come lo sviluppo del commercio mondiale e l’espansione del credito. Marx, molto tempo fa, spiegò il ruolo del credito nel sistema capitalistico come il mezzo con cui il mercato può andare oltre i suoi normali limiti. Allo stesso modo, l’espansione del commercio mondiale può dare una via di uscita per un po’, ma solo a costo di preparare crisi ancor più catastrofiche in futuro: “la produzione capitalistica è continuamente impegnata nel tentativo di superare i suoi limiti immanenti, ma li supera solo con mezzi che sviluppano gli stessi limiti a una dimensione più grande”, “la vera barriera alla produzione capitalistica è il capitale stesso” (Il capitale, vol. 3, cap. 15; 2-3).
Il circuito della produzione capitalistica dipende, tra le altre cose, dal credito. La solvibilità di un anello della catena dipende dalla solvibilità degli altri. La catena si può rompere in molti punti. Prima o poi, il credito va ripagato in denaro. Questo fatto è spesso dimenticato da chi si indebita nei periodi di crescita capitalistica. Nella prima fase di espansione capitalistica, il credito agisce come stimolo sulla produzione: “lo sviluppo del processo produttivo estende il credito e il credito conduce a un’estensione delle operazioni industriali e commerciali” (Il capitale, vol. 3, p. 470).
Questo però è solo un lato della medaglia. La rapida espansione del credito e del debito spinge il mercato oltre i suoi limiti normali, ma a un certo punto torna indietro. Durante il boom, il credito sembra non avere limiti, come la cornucopia nella vecchia mitologia greca. Ma appena compare la crisi, questa illusione si rompe. I rendimenti sono rimandati, le merci rimangono invendute su mercati saturi, i prezzi cadono. Lo sviluppo del commercio mondiale non muta questo processo fondamentale, ma gli da solo una dimensione maggiore con cui manifestarsi. L’accumulazione dei debiti in ultima analisi rende la crisi sempre più profonda e prolungata di quanto sarebbe stata altrimenti. La storia recente del Giappone è più che sufficiente per dimostrarlo. Dopo un decennio di boom caratterizzato da un aumento rapido di titoli e azioni, la bolla alla fine è scoppiata per un veloce aumento dei tassi d’interesse. La situazione è molto simile a quella degli Stati Uniti ora. Il 25 dicembre 1989, la Banca del Giappone aumentò i tassi, causando un brusco calo in borsa, ma dato che i prezzi dei terreni continuavano a salire, fu necessario un nuovo aumento dei tassi. Alla fine i tassi furono aumentati fino al 6% e alla fine dell’anno le azioni erano cadute del 40%. In seguito, la Banca del Giappone ha mantenuto alti i tassi. A quel tempo, venne incensata dagli economisti per il suo atteggiamento prudente. Ma il risultato è stato di prolungare la recessione per un decennio.
Con la globalizzazione e l’abolizione di ogni restrizione al credito e alle transazioni finanziarie, lo spazio di espansione non è mai stato così grande, così come il potenziale per un crack mondiale. Tuttavia, non è che le crisi sono causate dal capitale fittizio, dagli imbrogli di borsa e dall’uso eccessivo del credito. Marx lo ha spiegato nel terzo libro del Capitale:
“…Allo stesso modo prescindiamo dagli affari meramente aparenti e dalle operazioni speculative favorite dal sistema di credito. In tale circostanze la crisi si potrebbe spiegare solo con uno squilibrio della produzione nelle varie branche e con uno squilibrio tra il consumo dei capitalisti e la loro accumulazione. Oggi tuttavia il ricostituirsi dei capitali utilizzati nella produzione è legato in particolar modo alla capacità di consumo delle classi non produttive; dall’altro lato la capacità di consumo dei lavoratori trova un limite in parte nelle leggi del salario, in parte nel fatto che essi vengono uttilizzati solo fino a che possono lavorare con profitto per la classe capitalistica. Il motivo ultimo di tutte le crisi reali è in ogni caso la povertà e le limitate capacità di consumo delle masse, opposte alla tendenza della produzione capitalistica allo sviluppo delle forze produttive fino a un livello tale che stabilisca come suo unico limite la capacità di consumo assoluta della società.” (Il Capitale, vol. 3, cap. 30 p. 1240-41 Newton 2007)
L’espansione del commercio mondiale e l’apertura dei mercati in Asia daranno una crescita per un certo periodo, ma solo a costo di provocare un crollo anche maggiore. Queste sono le tendenze di ciò che avverrà”
Queste righe sono state scritte circa dieci anni fa, quando la gran maggior parte degli economisti borghesi negava la possibilità di una crisi mondiale. Abbiamo il diritto di chiedere: chi ha meglio compreso i processi dell’economia mondiale e chi ha fornito previsioni accurate, gli economisti borghesi o i marxisti?
La Cina può salvare il mondo?
Un vecchio proverbio dice che un uomo che sta affogando si aggrapperebbe anche a un filo d’erba. La borghesia e i suoi apologeti, allarmati dalla profondità della crisi, cercano un filo d’erba che li salvi dall’affondare. Fino a poco fa le loro speranze si appuntavano sull’Asia e sulla Cina in particolare. Ma l’economia cinese è ora strettamente legata al mercato mondiale e ne rifletterà la volatilità. Un recente articolo di Geoff Dyer sul Financial Times aveva un titolo eloquente: Il peso di Pechino: un rallentamento in Cina è un cattivo viatico per l’economia mondiale.
Nonostante la crisi americana, le esportazioni sono continuate a crescere vigorosamente, espandendosi del 22% nei primi otto mesi del 2008. In parte ciò si spiega perché le aziende cinesi hanno continuato a trovare nuovi mercati per i loro prodotti in altre economie emergenti che sono in crescita. Ma questo ritarda solo l’inevitabile. Dopo la crisi di Wall Street e la stagnazione in Europa e in Giappone, gli investitori stanno cominciando a chiedersi se anche la Cina potrebbe entrare in crisi. Dopo cinque anni di rapida crescita, l’economia cinese sta rallentando nettamente. Un tasso di crescita inferiore all’8% avrebbe serie conseguenze per la Cina e per l’economia mondiale. Gli economisti sono anche preoccupati dal settore bancario cinese.
Ci sono già sintomi di problemi nei mercati delle esportazioni. L’industria tessile del Guandong registra serie difficoltà. Secondo le statistiche provinciali, l’export da gennaio a giugno di tessili e accessori è calato a 13,3 miliardi di dollari; ill 31% in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. L’export di manufatti in plastica, giocattoli e lampade è anch’esso stagnante o in calo. Questo ha coinciso con una debole domanda proveniente dagli Stati Uniti, dove le vendite al dettaglio sono scese in luglio e anche in agosto. L’export complessivo del Guandong verso gli Usa è cresciuto solo del 6,3% nei primi sette mesi dell’anno. Non può essere un caso.
Il rafforzamento dell’euro e l’aumento del 27% dell’export del Guandong verso l’Europa ha compensato il calo del dollaro e la riduzione del mercato americano. Ma ci sono sintomi crescenti di una forte contrazione anche in Europa, che è un altro mercato decisivo per la Cina. Ciò comincerà ad avere un impatto sull’export cinese. “Potrebbe essere la calma prima della tempesta” ha detto Stephen Green, economista presso la Standard Chartered di Shanghai.
Vi sono preoccupazioni ancora più forti per il mercato immobiliare, che è stata una delle componenti principali del boom di investimenti che ha guidato l’economia cinese in questi anni. Le vendite sono scese e le aree in costruzione sono diminuite ad agosto, mentre la produzione di acciaio, cemento e condizionatori d’aria è scesa anch’essa, altro segno di attività in declino. Gli analisti dicono che le approvazioni di nuovi mutui sono calate fortemente negli ultimi mesi. “Riteniamo altamente probabile un crollo del settore immobiliare in Cina”, ha detto Jerry Lou, un analista di Morgan Stanley a Shanghai.
Se il mercato immobiliare crollasse l’anno prossimo, si avrebbero profonde conseguenze sul settore bancario. Se la crescita del Pil scende parecchio sotto l’8% l’anno prossimo, il prezzo delle case avrà un calo ancora più repentino, con l’aggiunta di un crollo degli investimenti nel settore privato. Le conseguenze sociali e politiche sarebbero pesanti.
Ci sono segnali preoccupanti in altri settori dell’economia. Il crollo della borsa ha avuto conseguenze nefaste sulla fiducia dei consumatori. Il tasso di crescita del reddito nelle città quest’anno è calato rapidamente. Le vendite di auto si sono ridotte nell’ultimo mese del 6% e i viaggi aerei sono scesi fortemente questa estate. Gome, la più grande catena di negozi di elettronica, ha detto che le vendite per metro quadrato nei suoi negozi sono calate del 3% nel secondo trimestre.
Il governo ha tagliato i tassi d’interesse, dimostrando che teme una crisi. Tuttavia lo spazio di manovra della politica monetaria è limitato dalla paura di risvegliare l’inflazione. Questa ha raggiunto un picco dell’8,7% a febbraio per poi tornare al 4,9% in agosto. Zhou Xiaochuan, capo della banca centrale, ha detto questo mese: “l’inflazione è in effetti scesa negli ultimi mesi, ma non possiamo rilassarci perché potrebbe rimbalzare verso l’alto”.
Una recessione in Cina, o anche un serio rallentamento della crescita avrebbe serie ripercussioni sul mercato mondiale, a cominciare dai paesi esportatori delle merci più diffuse in Africa, Medio oriente e Sudamerica. Il prezzo del rame, per esempio, è sceso del 23% in due mesi, in parte per paure legate al consumo del metallo da parte cinese, caduto di oltre la metà quest’anno.
Su imbroglioni e speculatori
C’è un ambiente di rabbia e ostilità crescenti verso “il mercato”, cioè verso il capitalismo. In reazione a questo ambiente, politici borghesi come Alec Salmond dello Scottish National Party (partito nazionalista scozzese) cercano di deviare la rabbia della gente dal capitalismo nel suo insieme verso un settore specifico della classe capitalista – gli “imbroglioni e speculatori” dell’alta finanza.
Improvvisamente va di moda tra i politici condannare questi misteriosi individui che hanno messo sul lastrico venerabili istituzioni come The Bank of Scotland. Questa rispettabile vecchia signora, ci spiegano, esisteva da tre secoli ed era sopravvissuta alle guerre napoleoniche, al crash di Wall Street e a due guerre mondiali, solo per essere fatta a pezzi da una banda di avidi squali in giacca e cravatta e occhiali scuri. Questo tipo di “spiegazione” non spiega nulla. Come possono pochi individui avidi avere un simile potere fenomenale? Chi sono? Come si chiamano? Dove vivono? Nessuno lo sa. Ma durante una crisi è sempre utile avere qualcuno da condannare, e se poi è perfettamente anonimo e irrintracciabile, ancora meglio.
Improvvisamente questi “imbroglioni e speculatori” cominciano ad avere lo stesso ruolo, in economia, di quello che Al Qaeda gioca nella politica internazionale. In realtà tutti i banchieri e i capitalisti sono imbroglioni e speculatori. Devono esserlo perché il capitalismo vive sugli imbrogli e sulla speculazione. Rifiutare l’avidità significa rifiutare il funzionamento dell’economia di mercato, che si basa sul profitto, cioè sull’avidità. L’avidità per il profitto è ciò che guida in ultima analisi il sistema capitalistico e lo guida da quando è nato. Sì, ma sono diventati troppo avidi e guadagnano troppo! Questo è ciò che David Walzer, presidente e amministratore delegato della fondazione Peter G. Peterson ed ex Controllore Generale dei Conti degli Stati Uniti ha da dire sul tema:
“Ci sono lezioni nella crisi dei sub-prime? La risposta è sì. Le azioni recenti sono state prese perché il governo ha fallito nel costruire un’efficace struttura di regolamentazione sui mutui, sui derivati e altri titoli. L’avidità era arrembante. Fannie Mae e Freddie Mac sono fuoriuscite dalla loro missione originale, cominciando a concentrarsi sui profitti e sui guadagni personali anziché su scopi pubblici. Una supervisione disattenta è stata facilitata dalle potentissime lobby di Wall Street e di Fannie Mae e Freddie Mac” (Financial Times, 22.9.08)
Questo è verissimo. Mentre ai lavoratori viene dato un premio a seconda dei risultati, i padroni si concedono stipendi oscenamente elevati qualunque sia il risultato. Quando un’azienda va bene i lavoratori hanno piccoli aumenti salariali, un premio, ma i padroni si pagano stipendi di milioni. Quando l’azienda va male, i lavoratori non prendono nulla, mentre i padroni comunque ricevono compensi da favola. E quando l’azienda fallisce, i lavoratori sono licenziati con poco o nulla (a volte senza nemmeno pensione) mentre i padroni che hanno rovinato l’azienda se ne vanno con buonuscite d’oro.
Questo è ben noto. Per anni i lavoratori hanno borbottato a bassa voce contro l’ingiustizia e la disuguaglianza. Ma dato che l’economia cresceva, e il mercato sembrava dare qualcosa a tutti (anche se con esiti ben diversi), data la campagna mediatica assordante e dato che i politici di tutti i partiti erano unanimi, accettavano per buono l’argomento che “quello che è buono per chi crea la ricchezza (cioè i padroni) è buono anche per me”.
La stupidità di Brown
Da questo lato dell’Atlantico i processi visti negli Stati Uniti si stanno riproducendo, solo in forma di caricatura più diretta e patetica. Al congresso del partito laburista Gordon Brown si è lamentato della “irresponsabilità” della City e ha detto che i bonus erano, per alcuni versi, “inaccettabili”. Alistair Darling, ministro dell’economia, ha fatto eco ai commenti del premier. Ma i loro “attacchi” assomigliano a un uomo che colpisce un rinoceronte con uno strofinaccio per la polvere. Confrontati agli sferzanti commenti di John McCain e Barack Obama su Wall Street erano acqua fresca.
Gli inchini ambigui, seguiti da timide critiche, di Brown e Darling al congresso del partito indicano che hanno per così tanto tempo strisciato di fronte alla City che ora non sono più capaci di stare dritti sulla schiena. In un periodo in cui centinaia di migliaia di lavoratori perdono improvvisamente il posto, la casa, i risparmi, anche il più stupido riformista dovrebbe capire che una denuncia degli imbrogli e delle ruberie dei banchieri sarebbe immensamente popolare. È una prova della completa bancarotta e stupidità di questi cosiddetti dirigenti laburisti il fatto che non siano nemmeno capaci di portare attacchi demagogici alle grandi aziende come hanno fatto Obama e McCain.
Sono meno radicali della Chiesa anglicana, le cui due figure più importanti hanno condannato le pratiche corrotte degli operatori finanziari. In un articolo sullo Spectator, l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams ha attaccato “le transazioni di carta senza nessun risultato concreto oltre al profitto per il negoziatore”. Quando queste transazioni vanno male, hanno causato “danni reali e devastanti”, ha osservato.
Williams ha chiamato l’attenzione sul commercio dei debiti che fa l’industria finanziaria, dichiarando che “senza nessun controllo è stato il motore di guadagni finanziari astronomici per molti negli ultimi anni”. Ha osservato che l’attuale crisi finanziaria “mette in luce gli elementi di una irrealtà di fondo nella situazione, la realtà che una ricchezza quasi inimmaginabile è stata generata da un livello altrettanto inimmaginabile di finzione, di transazioni di carta senza nessun risultato concreto oltre al profitto per il negoziatore”. L’arcivescovo ha continuato: “dato che il rischio per la stabilità sociale generale in questi processi si è dimostrato enorme, non ha senso pretendere che il mondo finanziario possa mantenere indefinitamente il grado di esenzione dal controllo e dalla regolamentazione cui è stato abituato” (corsivo mio).
Qui abbiamo il cuore della questione. I rappresentanti del capitalismo (inclusi quelli religiosi) sentono il terreno tremargli sotto i piedi. Temono le conseguenze sociali e politiche della crisi, che pongono un enorme rischio alla stabilità sociale, e fanno appello al governo e ai padroni perché facciano qualcosa prima che sia troppo tardi. Ma che cosa propone Williams? Dice solo che “allentare il regime finanziario” è a volte necessario per rafforzare le aziende e creare ricchezza “per trarre tutta la popolazione fuori dalla povertà”. Si tratta di un proposito lodevole, ma del tutto impossibile da realizzare su questa terra di peccatori.
Ancor più mordace è il suo collega Sentamu, arcivescovo di York. Una delle principali banche del paese, Lloyds TSB, aveva da poco annunciato che aveva accettato di comprare HBOS per 12,2 miliardi di sterline dopo che le azioni di quest’ultima erano crollate. Dopo il progetto di fusione, molti commentatori hanno criticato i trader che avevano venduto le azioni sotto il prezzo corrente, riuscendo ad ottenere ulteriori cali prima di ricomprarle.
Sentamu ha detto alla cena annuale dei banchieri internazionali “ci troviamo in un sistema di mercato che sembra aver preso le sue regole da Alice nel paese delle meraviglie” e ha proseguito: “per uno spettatore come me, chi ha guadagnato 190 milioni di sterline svendendo deliberatamente le azioni di HBOS, nonostante una forte base di capitale, gettandola nelle braccia di Lloyds TSB, è chiaramente un rapinatore di banche e un ladro di beni”.
Un simile forte linguaggio da un uomo di chiesa era davvero inatteso e senza dubbio ha avuto un effetto negativo sulla digestione del consesso di invitati. I banchieri convenuti non saranno stati felici di sentire i commenti dell’arcivescovo sul piano del Tesoro americano di istituire un fondo di 700 miliardi di dollari per liberare le banche e le altre istituzioni finanziarie di debiti inesigibili.
L’arcivescovo riconosce la necessità di un sistema finanziario stabile come mezzo per sradicare la povertà, ma aggiunge: “una delle ironie sulla crisi finanziaria è che rende le azioni contro la povertà del tutto a portata di mano. Costerebbe 5 miliardi di dollari salvare la vita di sei milioni di bambini. I leader mondiali in una settimana hanno trovato una cifra 140 volte maggiore per il sistema bancario. Come possono dirci che agire per i più poveri costa troppo?”
Mentre scrivo, i leader mondiali si stanno per incontrare negli Stati Uniti per verificare i progressi degli “obiettivi di sviluppo del millennio”, un insieme di obiettivi per ridurre la povertà mondiale e migliorare il tenore di vita per il 2015. Potremmo riporre la nostra fiducia nel Signore e sperare che i duri ammonimenti dell’arcivescovo abbiano avuto l’effetto desiderato, ma tutta la nostra esperienza ci conduce a dubitare che non sarà così.
Anche il Financial Times ha osservato:
“Anche nei periodi di crescita, poche persone sorridono contente quando confrontano i loro redditi modesti con l’incredibile tenore di vita di pochi fortunati. La semplice invidia è ora diventata rabbia giustificata, prima per il danno che il collasso finanziario ha provocato su persone innocenti e ora per la serie di assegni in bianco che i contribuenti devono firmare sotto minaccia. La rivolta è cominciata. Tuttavia occorre distinguere tra i bonus eccessivi e gli stipendi che incoraggiano la temerarietà. Gli accordi che prevedono bonus favolosi riguardano solo gli azionisti che li pagano. Ma premiare la temerarietà è un problema per tutti noi.
Troppi dirigenti di banche d’investimento sono stati strapagati per risultati che sembravano notevoli ma contenevano i germi della catastrofe. La catastrofe è arrivata, gli investitori sono stati spazzati via, i contribuenti saranno i prossimi e i dirigenti si tengono i bonus che hanno preso negli anni di abbondanza.”
Poi per riequilibrare il quadro, aggiunge:
“A loro credito, Brown e Darling si sono concentrati non sugli alti stipendi ma sulle retribuzioni che premiano i giocatori d’azzardo”.
Il fatto che quelli che comprano e vendono azioni sono giocatori d’azzardo e che giocare in borsa è il loro mestiere, viene ignorato con molto tatto. L’articolista continua evidentemente riuscendo a non ridere:
“ il prossimo passo ora sta alla FSA, l’autorità di vigilanza della City, ma è più facile porre il problema che risolverlo. La sfida è pagare i trader e i dirigenti per i loro risultati effettivi. Se fosse così facile, gli azionisti lo farebbero normalmente. Un approccio imperfetto è legare i bonus a risultati di lungo periodo, rimandando i pagamenti finché il ciclo si è concluso, o costringere i dirigenti a mettere parte delle loro ricchezze in gioco. Ma regole obbligatorie e rigide sono difficili da immaginare.
Il modo di procedure più pratico è che la FSA consideri queste strutture di incentivo parte dell’analisi complessiva che fa sulla stabilità finanziaria delle istituzioni. È ottimistico aspettarsi troppo da questo sforzo, ma la legislazione sui bonus della City sarebbe inutilmente controproducente. Tali leggi sono facili da aggirare nascondendo i rischi o usando passaggi attraverso altri paesi”
Le politiche del New Labour sono chiaramente dettate dagli ultimi editoriali del Financial Times.
“Economia concentrata”
Lenin una volta osservò che la politica è economia concentrata. La crisi economica che sta scuotendo il mondo sta avendo profondi effetti sulla psicologia di tutte le classi, a iniziare da quella capitalistica. In un periodo in cui il capitalismo va avanti, la pressione delle idee borghesi sulla classe operaia e sulle sue organizzazioni raddoppia. In Gran Bretagna non c’è stata una seria recessione per vent’anni. Così gli argomenti dei politici borghesi e degli economisti (che lavorano a stretto contatto) sulle qualità miracolose del “libero mercato” hanno trovato un’eco anche nella classe lavoratrice, particolarmente tra i suoi dirigenti.
Questa è stata la base materiale per la totale degenerazione della socialdemocrazia e dei partiti “comunisti” in Europa e dei dirigenti sindacali ovunque. In Gran Bretagna, che è stata all’avanguardia della controrivoluzione capitalistica per gli ultimi trent’anni, è stato il terreno su cui sono state seminate e sono fiorite le concezioni del New Labour sotto la direzione del reverendo Anthony Blair.
Per gli attivisti del movimento operaio, questo periodo è stato un incubo che sembrava non avere fine. Sembrava non ci fosse limite alla degenerazione dei dirigenti delle organizzazioni di massa, nessun abisso tanto profondo da non essere raggiunto, nessuna azione tanto vile che non fossero capaci di compiere per compiacere la classe dominante e ovviamente, il Mercato. L’abbattimento degli attivisti ha condotto all’apatia e allo svuotamento delle organizzazioni tradizionali di massa, che si sono riempite di carrieristi piccolo borghesi in cerca di soldi e di poltrone. Questo a sua volta ha condotto a un ulteriore spostamento a destra che ha accentuato la disillusione dei lavoratori. È stato un circolo vizioso che si è auto-alimentato ed è durato fin qui. Ma ora le cose cominciano a cambiare rapidamente.
La coscienza umana in generale è conservatrice. Le persone normalmente temono i cambiamenti e si aggrappano a ciò che è familiare. L’abitudine, la routine e la tradizione pesano fortemente sulla coscienza delle masse, che rimane indietro rispetto agli eventi. Ma nei momenti critici nella storia gli eventi accelerano al punto critico in cui la coscienza recupera il terreno in un colpo solo. Abbiamo raggiunto quel punto critico.
Ciò che vale per i paesi industrializzati del mondo è dieci volte più vero per ciò che una volta si chiamava “terzo mondo”. Il numero di persone che vivono in estrema povertà sta aumentando rapidamente in Asia, Africa e Sudamerica. Un rapporto pubblicato di recente dall’ONU sottolinea che un quarto di tutti i bambini che vivono nei paesi in via di sviluppo è sotto-peso; oltre 500.000 donne muoiono ogni anno di parto o di complicazioni legate alla gravidanza; un terzo della crescente popolazione urbana di questi paesi vive in baracche. Un rapporto della Inter-American Bank di quest’estate avverte che l’aumento dei prezzi spingerà 26 milioni di sudamericani in condizioni di assoluta indigenza. Questo dopo un lungo periodo di crescita su scala mondiale. Questo è ciò che di meglio il capitalismo ha avuto da offrire. Che cosa succederà in un periodo di crisi?
Ci troviamo dunque di fronte a un fenomeno mondiale gravido di conseguenze rivoluzionarie. La globalizzazione si manifesta così come una crisi globale del capitalismo.
Qual è la soluzione?
Si dice che questa crisi sia il risultato del fallimento della regolazione degli eccessivi rischi da parte del sistema finanziario, soprattutto negli Stati Uniti. Si dice poi che “dobbiamo assicurare che non si ripeta”. Davvero comico! Per gli ultimi trent’anni gli economisti borghesi e i politici ci hanno detto proprio il contrario: le regole sono un male per gli affari e vanno abolite (ciò veniva sottolineato particolarmente per il settore finanziario).
Le dichiarazioni demagogiche sulla necessità di tagliare i bonus eccessivi e porre un tetto alle retribuzioni dei dirigenti sono solo aria fritta. Come realizzare questi miracoli? Con quale meccanismo? I banchieri hanno mille modi per evadere le regole. Possono creare conti segreti che rendono impossibile per le autorità di vigilanza scoprire le attività fraudolente. Anche il governo americano usa questi trucchi per nascondere le vere dimensioni del proprio deficit di bilancio.
L’argomento a favore di regole per le Borse è assurdo, come la decisione di vietare (temporaneamente) la pratica delle vendite “allo scoperto”. Per far funzionare i mercati è necessario che si vendano e comprino azioni, e ciò deve essere fato sulla base della valutazione dell’andamento dei prezzi delle azioni. L’idea di rendere legale comprare azioni solo quando salgono è chiaramente un’assurdità.
Le agenzie di rating (valutazione dei rischi), che avrebbero dovuto distinguere tra crediti buoni e cattivi, hanno dato valutazioni positive ai titoli creati con i mutui senza guardare alle debolezze nei mutui sottostanti. Allo stesso modo, chi comprava titoli di debito emessi da Fannie Mae e Freddie Mac dava per scontato che il governo americano li garantiva. Il risultato è che i contribuenti americani ora devono sostenere oltre 5.000 miliardi di dollari di mutui ed è presto per dire quanto alla fine costerà il tutto.
La conclusione è abbastanza chiara. O ci teniamo il libero mercato basato sul profitto, o costruiamo un’economia nazionalizzata e pianificata. Il “capitalismo regolato” è una contraddizione in termini. In un articolo il Financial Times pone la questione in modo ben più chiaro: “non importa quale folle idea i politici tirino fuori per ridurre gli stipendi controversi; le brillanti menti della finanza troveranno un modo per aggirarle o uscire dalla parte regolamentata della finanza”.
Occorre abolire subito questi grotteschi casinò che decidono del destino di milioni e sostituire all’anarchia capitalistica con una società razionale basata sull’economia pianificata. È stato detto che le misure prese da Bush e da Brown rappresentano una nazionalizzazione. Ma queste misure non hanno nulla in comune con l’idea socialista di nazionalizzazione. Non mirano a togliere il potere economico dalle mani di quei ricchi parassiti che costituiscono un mostruoso cancro sulla società e un ostacolo sulla via del progresso. Al contrario, rappresentano un tentativo di proteggere gli interessi di questi parassiti dandogli vasti sussidi, pagati a spese dei lavoratori e della classe media.
I socialisti sono radicalmente contrari a queste politiche, che non hanno nulla in comune con la vera nazionalizzazione e sono solo una variante di capitalismo di Stato, allo scopo di difendere il sistema. Conducono inevitabilmente a un aumento del potere dei monopoli, a licenziamenti di massa, alla chiusura di banche, a mutui più cari e ad altre misure anti-operaie. I banchieri sono premiati per le loro attività letali dallo Stato, che ripiana le loro perdite, utilizza le tasse dei cittadini per produrre profitti e dopo, rivende ai padroni le loro attività così da permettergli di fare altri soldi a spese della società. Così potranno ricominciare a speculare e rubare di nuovo.
Occorre togliere dalle mani private il controllo delle leve decisive dell’economia, nazionalizzando le banche, le compagnie assicurative e le grandi aziende, con un indennizzo minimo per casi di reale necessità di piccoli azionisti. Solo quando le forze produttive saranno nelle mani della società, sarà possibile stabilire un piano socialista razionale della produzione, dove le decisioni siano prese nell’interesse della società e non di un pugno di ricchi parassiti e speculatori.
Questo è lo scopo fondamentale del socialismo. È un’idea che sarà ora compresa e ben accolta da milioni di persone che prima la consideravano strana ed estranea. Quelli che manifestano nelle strade di New York contro il piano Bush non erano mai stati socialisti. Un anno fa probabilmente avrebbero ancora difeso il libero mercato. Non hanno mai letto Marx e senza dubbio si considereranno patrioti americani. Ma la vita insegna e in una situazione come questa la gente impara più in pochi giorni che in una vita intera. I lavoratori degli Stati Uniti stanno imparando in fretta. E, come disse una volta Victor Hugo: “Nessun esercito è più forte di un'idea alla quale è arrivata la sua ora”.