PERCHE’ C’È ANCORA BISOGNO DEI COMUNISTI
Il voto a favore delle cosiddette “missioni umanitarie”, espresso sia alla Camera che al Senato dal PRC, ha segnato una “mutazione genetica” di questa forza politica.
1. Le nuove forme della guerra imperialista
· In Afghanistan è in atto una guerra imperialista per assicurare alla NATO il controllo di un’area strategica decisiva per il contenimento di paesi, quali India e Cina, il cui rapidissimo sviluppo economico minaccia il predominio del capitalismo occidentale.
· In quello scacchiere, l’Europa sperimenta la possibilità di assumere un ruolo militare autonomo dagli USA, colpiti da una grave crisi di credibilità dopo il fallimento dell’avventura irachena e della “guerra preventiva”.
· A sua volta, l’Italia sembra porre le premesse di una leadership della costituenda forza armata europea, come appare anche dalla posizione preminente che il nostro paese ha scelto di svolgere nella missione internazionale in Libano.
· Peraltro, la differenziazione degli interessi dei paesi capitalistici non muta il carattere imperialistico e di classe dei conflitti in cui l’Occidente è attualmente impegnato. Se qualcuno ha creduto che i rischi di guerra scaturissero dall’esistenza del “blocco socialista” e che la scomparsa dell’URSS avrebbe assicurato la “pace perpetua”, negli ultimi quindici anni ha avuto molte e sanguinose smentite. Come già ieri i conflitti per tutelare le “ sacre esigenze delle nazioni”, anche oggi le guerre “umanitarie”, contro il terrorismo o per “esportare la democrazia” affondano le radici nel perdurante aggravamento della crisi del modo di produzione capitalistico che reagisce alle difficoltà con il ricorso alle armi, col peggioramento delle condizioni di vita dei ceti subalterni e con lo “svuotamento” delle istituzioni democratiche. Nella fase di passaggio tra i due secoli, la “postmodernità” ha comportato il coinvolgimento dell’Italia nei conflitti in Europa e nel mondo; ha segnato il parziale smantellamento dello “stato sociale”; ha operato ininterrotti tentativi di stravolgere la nostra Costituzione attraverso modifiche della forma di stato e di governo; ha prodotto leggi elettorali che hanno determinato la “passivizzazione” dei cittadini e la creazione di un vero e proprio “notabilato” politico.
2. Le caratteristiche della fase attuale
La scomparsa di grandi partiti che avevano costruito la democrazia nel nostro paese ha accompagnato questo processo involutivo, ma non lo ha causato. Sarebbe erroneo e fuorviante confondere la causa con l’effetto.
· È vero, piuttosto, che, tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, il capitalismo mondiale è entrato in una fase di rapida e profonda trasformazione, con l’abbandono del modello keynesiano e il passaggio al “monetarismo” e ai correlati processi di “globalizzazione” e “finanziarizzazione” dell’economia.
· Sono radicalmente mutate le condizioni che erano state a base delle politiche “socialdemocratiche” della seconda metà del Novecento e, in Italia, avevano consentito la realizzazione di quell’altissimo “compromesso” che fu il patto costituzionale.
· La “rifondazione del comunismo”, che ha dato il nome al nostro partito, doveva prendere le mosse dall’analisi, oggettiva e spregiudicata, del mutamento di fase. Il compito non era impossibile, se solo si fossero usate le potenzialità ermeneutiche insite nell’elaborazione teorica del pensiero marxista otto−novecentesco. L’analisi “strutturale” delle “nuove” connotazioni assunte dal capitalismo e dall’imperialismo di fine millennio avrebbe evitato l’acritica accettazione del punto di vista −non disinteressato− dell’avversario di classe, avrebbe aperto la strada alla comprensione delle cause reali dei fenomeni in corso e avrebbe consentito l’elaborazione di un’efficace strategia per contrastarli.
· Purtroppo, però, negli ultimi dieci anni, la maggioranza del gruppo dirigente del PRC ha seguito una via del tutto diversa.
· Il travaglio che, nel 1998, portò alla caduta del primo governo Prodi e alla scissione fu conseguenza della rinuncia ad affrontare − anche teoricamente − il nodo del rapporto tra comunisti e governo e del senso che tale prospettiva può avere nell’attuale fase del capitalismo.
· La mancata soluzione del problema ha fatto sì che esso si ripresentasse, con un’inversione di segno, in occasione dell’ultimo nostro congresso e, ancora una volta, la maggioranza del partito ha scelto la comoda scorciatoia di “sognare” un fantomatico “movimento” che fosse pronto a farsi carico, spontaneamente, di “spingere a sinistra” il paese e il governo.
· Contro ogni regola di buon senso, siamo entrati nell’esecutivo senza una preventiva accettazione, da parte della coalizione, di punti programmatici qualificanti e senza subordinare all’osservanza degli stessi la nostra permanenza nel governo. La conseguenza è che, oggi, il PRC è “obbligato” ad accettare la guerra imperialista e le politiche economiche “monetariste” e antipopolari di Padoa−Schioppa.
3. Abbandono del marxismo e deriva culturale del PRC
Un esito così disastroso era facilmente prevedibile e avrebbe potuto essere evitato se la cultura politica del PRC non avesse subito una radicale trasformazione.
° L’abbandono della categoria dell’imperialismo, indispensabile alla comprensione di questa fase del capitalismo, ha aperto la strada alla teorizzazione, astratta e ingannevole, della “spirale guerra−terrorismo” che disconosce il senso della resistenza posta in atto da popoli e paesi economicamente sfruttati e militarmente occupati (Palestina, Iraq, Afghanistan, ecc.).
° L’idea della lotta di classe, come motore del processo storico, ha lasciato il posto all’esaltazione del valore assoluto della “nonviolenza”, che offusca la comprensione del passato e disarma quanti lottano contro la guerra e per costruire una nuova società.
° Il processo della “rifondazione del comunismo” avrebbe richiesto una critica, approfondita e spassionata, dei limiti insiti nella vicenda storica del socialismo. Purtroppo, l’analisi e il dibattito (che riteniamo indispensabile mettere a tema in modo critico e problematico, ma senza alcuna demonizzazione) hanno lasciato il posto ad una astratta e inefficace condanna dello “stalinismo”, che ha assunto i toni del più vieto anticomunismo, ed alla liquidazione sommaria del Novecento, presentato come il “secolo delle dittature”, che ignora la natura di classe di fascismo e nazismo e sottovaluta il senso profondo di riscatto sociale insito nella Resistenza (si veda, come esempio, la polemica sulle foibe).
In tal modo, la cultura politica del PRC si è sempre più allontanata dal marxismo, per approdare al becero eclettismo del cosiddetto pensiero “contaminato”.
4. Una politica ambigua e contraddittoria
La deriva non poteva rimanere senza effetti sull’organizzazione interna e sulla linea politica del partito. La progressiva perdita di radicamento sociale ha, dunque, accompagnato una lunga serie di acrobazie che, nell’arco di poco più di una legislatura, hanno condotto il PRC dal “radicalismo” miope e distruttivo (teoria delle “ due destre”) al governismo ad oltranza che accetta la guerra e i parametri di Maastricht.
· Questi mirabili funambolismi sono stati agevolati dal degrado della democrazia interna, compressa nella morsa del leaderismo bertinottiano e della supina acquiescenza dei “colonnelli”. Il dibattito politico e culturale è stato surrogato dalle continue e imprevedibili “ rivelazioni” del segretario, mai prime discusse negli organismi e semplicemente “notificate a mezzo degli organi di comunicazione di massa.
· Un tentativo di frenare il processo degenerativo è stato posto in essere dai compagni che, durante il congresso del 2002, presentarono quattro emendamenti qualificanti al documento del segretario. Da allora, l’area dell’Ernesto − Essere comunisti ha condotto un’azione che ha raggiunto i suoi momenti più alti nel suscitare un dibattito interno assai vivace, nell’elaborazione di una piattaforma programmatica e nella presentazione, durante l’ultimo congresso di una mozione alternativa che ha raccolto i consensi di oltre un quarto dei delegati.
· Durante i primi mesi del governo Prodi, si è manifestato in tutta la sua gravità l’errore compiuto dal segretario e dalla maggioranza, nell’analisi di fase e si sono delineati i rischi derivanti dall’ingabbiamento del partito in un esecutivo strutturalmente incapace di operare in discontinuità con la politica antipopolare e di guerra del centro−destra. Il PRC ha cominciato a sperimentare concretamente il significato dell’”alternanza”. Per l’area “Essere comunisti” era il momento di cogliere i frutti della lotta condotta prima e durante il sesto congresso e di chiedere il cambiamento di una linea fallimentare e il ripristino della democrazia interna.
· Invece, larga parte del gruppo dirigente dell’area ha scelto l’accordo con i bertinottiani, votando in Direzione nel mese di Aprile del 2006 un documento che di fatto sconfessava interamente la linea di Essere comunisti e rinunciando, poi, ad esprimere voto contrario ad un segretario che era in sintonia e continuità con la politica da noi contestata al congresso, e, successivamente, accettando di formulare semplici emendamenti al documento presentato dalla maggioranza alla conferenza d’organizzazione.
Se tale scelta tatticistica è stata suggerita dall’illusione che fossero possibili pratiche mediatorie, i voti parlamentari per il rifinanziamento delle missioni militari italiane hanno offerto l’occasione per una smentita puntuale quanto brutale.
Nel marzo scorso, di fronte al rischio della crisi di governo e alla minaccia di espulsione dal PRC, la resistenza dei pochissimi compagni deputati e senatori che, a luglio 2006, avevano imposto −almeno− il ricorso al voto di fiducia, è caduta e, ad onta dei formali distinguo, un partito che continua a chiamarsi comunista ha accettato la guerra imperialista di aggressione. E non basta.
· Dopo lo “scivolone” del governo Prodi −causato più dai “poteri forti” (Andreotti, Cossiga, Pininfarina) che dal voto del compagno Turigliatto!−la maggioranza si è ricompattata sulla base dei cosiddetti “12 punti” del presidente del consiglio, dai quali emerge la netta subordinazione di questo esecutivo, in politica estera alle scelte della NATO e alle esigenze della”difesa europea” e, in economia, al liberismo monetarista della BCE e del FMI.
5. Contro la cancellazione di una forza comunista in Italia
È ormai evidente che l’attuale gruppo dirigente del PRC condivide o subisce passivamente la linea moderata della coalizione di governo. Anche quella parte di “Essere comunisti” che non si è accodata a chi si è omologato con la maggioranza bertinottiana, al momento, non pare in grado di assumere iniziative capaci di coagulare il dissenso interno ed esterno al partito, arrestando la “fuga silenziosa” dalla politica di quanti non si riconoscono nel “governismo ad ogni costo”.
° Il rischio in atto non è, soltanto, quello dell’interruzione del percorso della “rifondazione”. Mentre i DS si sciolgono nel PD e alla sinistra si prospetta, come unico modo di sopravvivere, la creazione di un partito socialdemocratico, diviene concreta la possibilità della sparizione, dal nostro paese, di una forza politica comunista e di classe.
Di fronte ad un pericolo tanto grave, mantenere il silenzio sarebbe errato e colpevole. Rimanere negli organismi dirigenti del PRC, senza manifestare radicale dissenso dall’attuale gruppo dirigente, significherebbe assumere la corresponsabilità di scelte che riteniamo disastrose.
Per questo invitiamo tutti i compagni che condividono la nostra analisi e la nostra preoccupazione ad operare affinché riprenda il processo di rifondazione di una forza comunista di cui, oggi più che ieri, c’è enorme bisogno.
° Il mero tentativo di salvare le conquiste sociali, economiche e politiche degli ultimi cinquant’anni è, oggi, destinato al fallimento.
Il capitalismo globalizzato e finanziarizzato è, ad un tempo, troppo forte e troppo debole per consentire soluzioni socialdemocratiche, quali quelle già sperimentate. Ma la guerra e l’espansione costante dei processi di “espropriazione” di strati sempre più ampi della società rendono necessaria e possibile la radicale trasformazione di un modo do produzione, anarchico e distruttivo, che, per sopravvivere, non ha altri strumenti che la guerra, l’oppressione e lo sfruttamento.
Salvatore Distefano, Federico Martino, Antonino De Cristofaro, Luigi Sciotto, Michele Monastero, Anna Maria Ferrante, Salvatore Tinè, Massimiliano Piccolo, Alessandro Piccolo, Michelangelo Caponetto,